Nelle città occupate il tempo non esiste: conversazioni con scrittori di Bucha

di Ilya Kaminsky 

«I soldati russi hanno alloggiato nel nostro palazzo» mi ha scritto l’amico poeta Lesyk Panaisuk quando la città ucraina di Bucha è stata liberata dall’occupazione russa, il 31 marzo. Alcuni mesi prima, subito dopo l’inizio della guerra, Lesyk aveva lasciato Bucha di fretta, in fuga dai soldati russi.

Anche se la città ora è libera, è ancora pericoloso girare a piedi. I vicini di Lesyk continuano a trovare mine negli atri dei loro palazzi, dentro le pantofole e le lavatrici. Alcuni tornano solo per installare porte e finestre. «Nel nostro quartiere, i soldati russi hanno rotto le porte di quasi tutti gli appartamenti», mi scrive Lesyk per email.

«Una parola ucraina / subisce l’agguato: attraverso la finestra rotta di / una lettera д gli altri paesi guardano come una lettera і / perde la testa,» scrive Lesyk in una delle sue poesie. Continua: «come / il soffitto di una lettera м / crolla sul pavimento».

Lontanissimo dall’Ucraina, leggo le email di Lesyk e nel frattempo anche mio zio risulta disperso. Scrivo ad amici e parenti, mentre a Odesa scoppiano le  bombe. Nessuno sa dove sia.

Intanto ricevo un altro messaggio di Lesyk e gli propongo di cominciare a intervistare altri poeti di Bucha. Le loro risposte alle mie email mi colpiscono quanto la loro poesia. «Ora le parole indossano tutte l’uniforme militare,» scrive Daryna Gladun. «Lascio da parte le metafore per parlare della guerra in termini chiari».

Lo stesso concetto risuona nelle risposte che ricevo da molti scrittori attualmente a Kharkiv, Odesa, Kyiv. Testimonianze vivide e senza pretese: i poeti scrivono dei propri cari – figli, genitori, amici – e delle proprie paure. Al tempo stesso, email dopo email, si sviluppa un discorso epico. Queste voci parlano «in nome di tutte le ghirlande funebri e nastri di plastica / in nome delle bare laccate e delle scarpe laccate delle salme,» come dice una delle poesie di Gladun. Mentre leggo le sue poesie, ricevo finalmente un’email dallo zio dopo due mesi di silenzio. Si è preso il COVID in forma grave e ha passato due mesi in ospedale attaccato al respiratore. Quando ritorna al suo appartamento, nel quartiere Tairovo di Odesa, sta ancora re-imparando a camminare e a stare seduto. Intanto una bomba esplode nel suo isolato, ferendo molte persone e uccidendo un bambino. «Ho scelto il momento sbagliato per ammalarmi,» dice mio zio. Le voci dei poeti che scrivono da Bucha mi offrono una nuova definizione del senso del tempo sotto le bombe, in una zona di guerra, e di che cosa può significare il tempo per noi, che guardiamo gli eventi dalle nostre case sicure, altrove nel mondo.

Il motivo per cui raccogliamo queste testimonianze è documentare i crimini di guerra che vengono commessi in Ucraina e diffondere informazioni al riguardo. Eppure non possiamo fare a meno di cogliere qualcosa di lirico nelle email affrettate di questi scrittori, nelle loro scarne risposte alle interviste, nei brandelli di esperienza. È sorprendente, in questi messaggi, l’attenzione del loro sguardo sul mondo. Leggendoli, torna in mente quel che diceva il filosofo Emil Cioran: «Anche a leghe di distanza dalla poesia, prendiamo ancora parte ad essa in questo bisogno improvviso di urlare – l’ultimo stadio della lirica».

*

Olena Stepanenko

Le prime ore di guerra rimango sveglia metà della notte perché mi hanno diagnosticato il COVID-19. La mattina dopo sentiamo le esplosioni nel campo di volo di Gostomel. Raccogliamo le nostre cose e cominciamo a scendere a piedi dal decimo piano: gli ascensori hanno smesso di funzionare.

Non dimenticherò mai la vista dal nostro terrazzo: granate che saltano in aria, missili che esplodono, elicotteri senza posa. Fumo nero – i russi attaccano l’aeroporto.

Tutti i miei vicini sono fermi uno accanto all’altro a guardare quel che succede. Molti scattano foto.

Sappiamo che non possiamo rimanere, ma non abbiamo una macchina. Passiamo il primo giorno in un appartamento di amici al terzo piano del nostro palazzo. Il giorno dopo, all’alba, un missile russo ci colpisce. È difficile capire che questo luogo – cosparso di pezzi di metallo e alberi spezzati, coperto da uno spesso strato di isolante – era il nostro cortile, di solito così pulito e ordinato.

Raggiungiamo un rifugio dall’altra parte della città. Tornando indietro, non riconosciamo la nostra Via Vokzalna: a 300 metri da casa nostra ci sono i rottami di quattro mezzi corazzati della fanteria russa, in mezzo a tigli e querce spezzati a metà. (Un mese più tardi, in Polonia, leggerò sul giornale che i russi hanno allestito una camera delle torture nel vicino Campo dei Bambini Felici.)

Passiamo due settimane in un appartamento di sconosciuti, senza acqua, luce o gas. Le temperature a volte toccano i dieci gradi sotto zero. Nelle città occupate il tempo non esiste, se n’è andato. La guerra non ha a che fare col tempo; il tempo è stato distrutto completamente a Gostomel, dove la mattina comincia spaccando legna e accendendo il fuoco per cucinare. Nella città occupata, siamo concentrati sulle poche ore in cui il generatore funziona. Aspettiamo solo due cose – l’annuncio della vittoria o un’opportunità di fuga.

Riesco a lasciare Bucha con mio figlio; mio marito rimane in Ucraina. Il primo giorno del “corridoio verde”, il passaggio che permette ai civili di lasciare il paese, aspettiamo per sei ore al freddo con i bambini. Siamo assieme a migliaia di altre donne e bambini – e siamo convinti che moriremo, mentre i russi sui carri armati ridono della nostra disperazione. Aspettare è forse la cosa peggiore che ci può succedere. Possiamo affrontare la fame e il razionamento dell’acqua. Possiamo affrontare il freddo – ci siamo abituati. Ma l’attesa è insopportabile. Quando penso alla gente sepolta viva a Borodyanka sotto le rovine dei grattacieli, comincio a odiare il tempo. Questa gente aspetta all’infinito per giorni e notti nel buio più completo, nel dolore e nella paura. E la loro attesa è vana. Se riuscissi a odiare qualcosa più della Russia e della sua folle orda di “liberatori”, probabilmente odierei il tempo.

Non mi ricordo neanche i nomi delle mie band ucraine preferite. Ho scordato i nomi dei poeti che ammiravo. A volte faccio fatica perfino a ricordare il nome della città dove vivo ora, e cosa ci faccio. Ma il nome dell’uomo che acconsente a prenderci sul suo pullman e a portarci in un posto sicuro, il nome dell’uomo che ha dato a mio figlio il suo primo pezzo di pane in dieci giorni, quello me lo ricordo. Si chiamava Valera.

 

Lesyk Panasiuk

Ti parlerò di tre città: Bucha, Zhytomyr and Khmelnytski.

Khmelnytski è dove Daryna Gladun e io siamo scappati da Bucha. Ci vivono i suoi genitori e i suoi nonni. Non abbiamo una macchina, perché Bucha è una cittadina piccola – a Bucha si passeggia. Prendiamo sull’ultimo treno e poi ci spostiamo a piedi. Camminando nel bosco udiamo delle esplosioni. In mezzo alla foresta non si capisce bene da dove arrivi il rumore; ci sembra che stiano bombardando un piccolo villaggio vicino, al confine fra Zhytomyr e Kyiv, ma più tardi scopriamo che la gente di lì pensava che fossimo noi a essere bombardati. Nel villaggio, sconosciuti si prendono cura di noi e ci accolgono per la notte. Ci danno del cibo per il viaggio. Cambiamo macchina quattro volte, poi saliamo su un minibus stipato diretto a Khmelnytsky. Quando arriviamo, apprendiamo che molte città sono state bombardate subito dopo il nostro passaggio. Khmelnytski è cambiata: ci sono rifugi ovunque, in città, e molta gente gira armata.

Ora ti parlerò di Zhytomyr: la città dove sono nato e cresciuto, dove mia madre viveva col mio patrigno prima della guerra. Si sono trasferiti in un villaggio all’inizio delle ostilità, portando con loro i miei fratelli minori. Mia nonna non vuole andarci; vuole restare nel suo appartamento. Ma le viene un infarto per colpa della guerra. Rimane per tutta la notte, dodici ore, distesa in corridoio. Quando sente di poterlo fare senza pericolo chiama i vicini, che abbattono la porta e fanno venire un’ambulanza. La portano in un ospedale dall’altra parte della città, perché l’ospedale più vicino è stato colpito dai razzi. Ma l’altro ospedale è nei pressi di una scuola militare, e viene bersagliato anch’esso. Fortunatamente l’urto fa saltare soltanto le finestre; sfortunatamente per arrivarci bisogna strisciare tra macerie fumanti e crateri nel terreno. I miei genitori portano mia nonna al villaggio. È nata nel 1946, non ha visto la Seconda Guerra Mondiale, ma la guerra la raggiunge comunque. Sembra di colpo molto vecchia; parte del suo corpo è paralizzata. Anche lì, in un villaggio a sud della regione di Zhytomyr, i contadini trovano nei boschi le trappole esplosive dei russi e qualcuno rimane ucciso.

E adesso ti parlerò di Bucha, la nostra casa. Bucha si vede spesso al telegiornale, in questi giorni. Vediamo casa nostra, le nostre finestre rotte, la gente morta. Qualcuno si è preso una pallottola per strada, qualcun altro è stato torturato. Nel nostro complesso hanno trovato un uomo a cui avevano tagliato naso e orecchie; era un nostro vicino. Fosse e corpi morti – dappertutto, sulle strade dove passeggiavamo ogni giorno, sotto le case di fronte alla nostra, e anche sotto casa nostra.

Per lungo tempo, Bucha è stata una città dove artisti, scienziati, dottori – Nikolay Murashko, Mikhail Bulgakov, Eugene and Borys Paton e altri – andavano a vivere o in visita. Era una città piccola e accogliente, molto bella a vedersi, dove si veniva per stare in pace. Ci si veniva a metter su famiglia. Non ho idea di come potrò tornare a viverci senza pensare a ciò che è successo.

Quanto alla poesia: non credevo che avrei mai scritto di un soldato russo morto con dei vibratori rubati in mano. Ora si può scrivere di tutto. I tabù non esistono più. Le poesie sono più precise e dirette, i versi più decisi, più ampi – a volte troppo decisi, troppo ampi. Vorrei parlare più forte, ancora più forte, per farmi sentire.

 

Julia Stakhivska

Non sono a Bucha; la mia vita ha doppiato la marea. Mi sono trasferita in un’altra parte dell’Ucraina. Potrò tornare nel mio appartamento di Bucha solo dopo lo sminamento. Ho una figlia piccola, e Bucha è pericolosa: devo cercarmi un’altra casa temporanea. Ho perso il mio lavoro preferito: l’Istituto Polacco di Kyiv ha smesso di esistere.

Non riesco a scrivere poesie in questi giorni, ma mi viene facile esprimermi in pubblico. È diventata una specie di terapia verbale: scrivo articoli per la Deutsche Welle, e sto raccogliendo materiale su Bucha per un libro.

Il valore della memoria e il desiderio di tenere nota dei giorni sono cambiati. Quando me ne sono andata, mi si spezzava il cuore a lasciarmi indietro le memorie della mia famiglia scritte da mia bisnonna – una cronaca familiare, che in questi tempi turbolenti poteva fungere da cordone ombelicale, da connessione a qualcosa di più grande di me. Ma poi ho capito: era solo un’illusione di carta. Le memorie ce le ho ancora; il mio compito è di continuare la riga di testo e portarla avanti.

 

Oleh Kotsarev

Sono evacuato con mia figlia e mia moglie nell’Ucraina Occidentale, assieme a migliaia di migranti da altre regioni. Di tanto in tanto sentiamo suonare le sirene antiaeree, ma a parte questo la vita in superficie è abbastanza tranquilla. Il che è confortante, ma a volte mette addosso un senso d’inquietudine surreale. Quanto alla città che ho lasciato – centinaia di persone sono state uccise a Bucha, molti dopo essere stati torturati. Anche i sopravvissuti sono stati torturati. La città è mutilata.

Per me, il tempo è diventato una giostra: tutto passa in un flash, e ci vuole un certo impegno per accorgersi che è una data ora, un dato giorno della settimana o del mese, che tutto accade nell’Anno Domini 2022. Durante la guerra, il tempo è la posizione del sole e delle stelle, la stagione, non i numeri sul telefono o l’angolo fra le lancette dell’orologio. Da un lato, la guerra è senza tempo; dall’altro, è tutta un nervoso tentativo di guardare avanti.

In tempo di guerra, guardi la foto di una strada in una città che hai lasciato da poco e non la riconosci. Non tanto perché è devastata, ma perché te ne sei dimenticato, semplicemente. Eppure ti ricordi di piccole cose inaspettate. Prima che cominciasse l’invasione russa su larga scala, chiedendomi quali fra i libri che ho scritto avrei portato con me in un possibile “esilio” – immaginavo che avrei potuto portarmi pochissime cose, uno o due libri al massimo – facevo fatica a prendere una decisione. Partendo, mi sono portato via la mia ultima raccolta di poesie, intitolata proprio Quel che c’è nella tasca di un uomo. Ma dopo qualche settimana è stato chiaro che avrei dovuto prendere il romanzo Gente nei nidi, che gioca con la storia familiare, la decostruisce, la scompone. È la mia più attiva e vivida connessione col passato. Voglio questa connessione per me stesso e anche per mia figlia – chissà dove saremo in futuro?

 

Daryna Gladun

Sono in terra straniera. Vedo i muri trasparenti di un acquario tutto intorno a me. Guardo per un pezzo le immagini di Bucha al telegiornale prima di riconoscere i luoghi. Nel mio ricordo la città è pulitissima, bella e luminosa. Sogno sempre la stessa cosa, in questi giorni: percorro il corridoio della mia casa temporanea e entro nel mio appartamento di Bucha prima della guerra; prendo un libro dallo scaffale e lo leggo. È ogni volta un libro diverso. Non mi ricordo di cosa parla. Fuori dalle finestre cala il buio. Vado a letto. Mi sveglio perché un uomo sfonda la porta dell’appartamento. Faccio sogni simili tutte le notti. A volte sono le mie stesse urla a svegliarmi.

Da quando è cominciata la guerra, ho cominciato a parlare in modo diretto. Scrivere è diventato molto più facile. Metafore ed eufemismi sembrano superflui. Inutili. La guerra della Russia contro l’Ucraina è molto reale. Mi sembra che le metafore sbavino la realtà: la sfumano e creano una distanza tra la realtà dell’autore e quella del lettore. Se una volta mi piaceva abitare questa realtà sfumata, dal 24 febbraio non più. Ora le mie parole sono diventate più pesanti e meno flessibili. Non si sbriciolano, non si spezzano, non fluiscono una nell’altra.

Ora le parole indossano tutte l’uniforme militare. Arrivano e io non posso oppormi. Non è che le poesie che ho scritto in guerra mi piacciano tutte. Ma ho bisogno di scrivere e di condividere ciò che ho scritto immediatamente. Prima che tutto cominciasse, per un anno non avevo pubblicato poesie online o dato letture pubbliche. Ma adesso tutto quello che scrivo sta al confine tra letteratura e giornalismo. È poesia in uniforme. Lascio da parte le metafore per scrivere della guerra in termini chiari, di modo che i lettori in giro per il mondo siano colpiti dal cinismo, dalla crudeltà e dall’ineluttabilità della guerra che la Russia ha mosso all’Ucraina.

Dal 24 febbraio non percepisco lo scorrere del tempo. Annoto meccanicamente i giorni di guerra nel titolo di singole poesie, ma questa divisione del tempo non è reale. Solo quando la guerra finirà capirò in che direzione si muove l’orologio e a che velocità. Adesso ho un’età infinita e ho solo pochi anni. Finché continua la guerra, oscillo internamente tra questo senso di anzianità onnicomprensiva e il mio stato prenatale. E mi sembra che il mondo oscilli con me.

Parlo del tempo, ma intanto penso a Serhiy, un bambino rifugiato alla stazione di Poznan. Sollevava il suo porcospino e diceva che era un porcospino felice perché era sopravvissuto, mentre gli altri giocattoli erano tristi perché erano a casa, tutti morti. Mi sono sentita come un porcospino giocattolo molto fortunato.

 

Siarhey Prylutski

La mia famiglia passa due settimane nella Bucha occupata. Il primo giorno la guerra si svolge a circa 100 metri da casa nostra. Quella sera vado a fare la spesa al supermercato e passo accanto a un chiosco vicino a casa dove andavamo sempre a comprare sigarette, birra e dolci; l’entrata è già barricata contro i saccheggi.

Al supermercato, quasi tutti sono in ansia. Ma c’è chi non capisce ancora bene che la guerra è cominciata. Un ragazzo sulla ventina è davanti a me alla cassa e scherza allegro con la commessa. La gente attorno a noi si accaparra farina, cereali, cibi in scatola, carne. Lui prende solo un pacchetto di semi e un paio di gin and tonic. Ripete due o tre volte alla commessa, «Questa non me l’aspettavo!»

Nessuno si aspetta che i Russi stiano per trasformare la vita di Bucha in un inferno. Rincasando, vedo un militare locale, nei pressi del quartier generale dei volontari. In meno di un giorno, la gente ha ritirato tutti i soldi dai bancomat. Attraversando a piedi al buio il parco deserto, uno si ritrova a pensare: eccoli arrivati, i tempi bui.

Nei primi giorni di marzo sparisce tutto – acqua, luce, riscaldamento – ci troviamo in una specie di Medioevo del XXI secolo. L’acqua arriva in secchi e bottiglie di plastica da un edificio vicino. Il cibo viene preparato nei cortili dei grattacieli. Da quasi tutti gli ingressi si alzano le fiamme. La gente comincia ad aiutarsi a vicenda più attivamente, e impariamo i nomi di vicini che per anni hanno vissuto accanto a noi.

Gli edifici nella zona occupata diventano “caverne,” buone solo per dormire o rifugiarsi dai bombardamenti. Le notti sono gelide e dobbiamo dormire vestiti. Noi, in un appartamento al primo piano, invece che in cantina: quando arrivano i proiettili dobbiamo ripararci in bagno. A volte i bambini passano la notte lì, mentre gli adulti dormono in corridoio, davanti alla porta d’ingresso.

Il coprifuoco comincia alle 19. Fuori è già buio. È buio anche nell’appartamento – risparmiamo sulle candele. Vado a letto alle 20 o alle 21, e mi sveglio alle 5 o alle 6 a meno che non bombardino di notte. Io, mia moglie e mio figlio di 4 anni viviamo con un’amica e le sue due figlie. In una notte di forti bombardamenti, quando le esplosioni scuotono i muri del bagno, la figlia più grande comincia a dire addio a tutti uno alla volta, nel caso che oggi muoia all’improvviso.

Non si può non sentirsi costantemente coinvolti in quel che accade per tutto il paese: mentre bevi un caffe, c’è gente che non sa dove trovare cibo per i figli a causa del fuoco continuo. A 200 chilometri di distanza qualcuno muore in un bombardamento perché era uscito a comprare il pane, e intanto tu ti fumi una sigaretta in terrazza. Continui a pensare: come starà il nuovo amico che si è rifiutato di partire? È vivo o è nelle mani dei russi? Durante l’occupazione, sembra spesso di vivere una mattinata perpetua; non ti accorgi che fuori si è fatto buio. Quando una città è bombardata, il tempo non esiste, il tempo non ha davvero nessuna importanza – aspetti solo che i proiettili smettano di volare sopra gli edifici.

Posso dirti questo: durante un bombardamento, quando una granata ha colpito un palazzo vicino, non ho provato affatto quello che è scritto nei libri, il senso che “tutta la vita mi passasse davanti agli occhi”. Non ho pensato affatto alla mia vita passata. Al contrario, in quel momento mi si è spenta la memoria. Qualsiasi cosa prima di quel momento è diventata irrilevante. Riuscivo solo a pensare alla sopravvivenza dei bambini vicino a me – mio figlio e il figlio della mia amica. Il mio unico pensiero era che cosa li aspetterebbe se rimanessero senza genitori. Come farebbero a sfuggire da questo incubo.

*

Pubblicato il 14 giugno 2022 su The Paris Review. Traduzione dall’inglese di Guido Cupani. Le immagini sono da Wikipedia Commons.

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Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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