Come fossimo il fuoco

di Marco Florio

pomeriggio – andavamo dietro giacomo – io e sara – io e sara del resto, eravamo giacomo – io perche mi divertiva vederlo smontare e rimontare cose – di sara non sapevo il perche – forse solo una delle tante ritrovatasi ad andarci dietro un po’ per sbaglio – giacomo in genere non era uno da sensazioni forti, non di sua iniziativa, a meno che qualcuno non lo proponeva – in quel caso cambiava atteggiamento, in modo repentino, diventava come una questione cruciale – c’erano curve, dappertutto, di ogni tipo – iniziava sempre così, con una serie di curve – e poi arrivavamo – arrivavamo nei posti – e giacomo prendeva a fare la sua – partiva e cominciava a montare le cose – entrava nei posti – usciva dai posti – io cercavo di non perderlo – intesseva rapporti sociali – prendeva nota – segnava numeri di telefono – aggiungeva contatti social – stringeva mani – assecondava prospettive – anche con gente famosa – a volte anche con personaggi pubblici – per lui erano tutti gli stessi – andava, montava le cose e poi passava al locale successivo – al posto seguente – al prossimo contesto – diceva “vienimi a trovare” – diceva “ti faccio suonare io a roma” – alla piazzetta o vicoletto consecutivo, dopo una sequenza di vicissitudini, dopo una sequenza di stretti cunicoli e di parabole da centro storico – quando si voltava non cercava mai me con lo sguardo, al massimo sara – ma sara la perdevamo, sempre – arrivavamo da qualche parte dopodiché lei se ne andava, per conto suo, e io andavo dietro giacomo – e giacomo andava da un posto a un altro dopodiché cominciava a voltarsi a cercare sara con lo sguardo, e non la trovava – e allora giacomo andava in cerca di sara e io lo seguivo – se riuscivamo a trovarla, il tempo di montare la situazione e smontarla che ripartivamo lasciandoci di nuovo sara dietro – non era un fatto di bisogni – non era che cercavamo qualcosa – nessuno lì cercava niente davvero – era solo per non fermarsi – non restare sospesi da nessuna parte – i luoghi che visitavamo non ci interessavano realmente – uno valeva l’altro – era come consumare le persone, giusto il momento che serviva, poi le gettavamo via, a guisa di cicche di sigarette fumate neanche a metà ma tanto avevamo il pacchetto pieno e un’altra stecca nello zaino – così sentivamo di possedere una certezza – a volte però capitava che le sigarette terminavano – ma non in quell’occasione comunque – giacomo non andava dietro le sensazioni, ciononostante se tutti intorno bevevano doveva bere anche lui – se tutti tenevano in mano un bicchiere di plastica doveva farlo anche lui – era come se assorbiva le cose e poi, come una spugna, si strizzava da sé una volta lontano e tornava asciutto – se tutti bevevano, lui doveva bere, anche se c’era un’ora di fila – e io finivo dietro la fila con lui a guardare la gente di schiena – a volte rimorchiava una ragazza e io restavo solo e tornavo da sara – ma non allora comunque – se tutti latravano giacomo doveva latrare – se tutti menavano giacomo doveva menare o almeno doveva starci in mezzo – il problema era che talora nessuno urlava e nessuno ballava né diceva niente – ogni tanto gli altri se ne stavano silenziosi, seduti negli angoli e lui rimaneva asciutto – in ogni caso quella sera non era andata così – poi a forza di camminare finiva che il terreno terminava e davanti a noi rimaneva solo il mare – non sapevo il perche ma in certi momenti era come se non riusciva a permanere nello stesso posto troppo a lungo – aveva bisogno di continuare a muoversi – e così capitava che arrivavamo davanti al porto e per non restarcene là fermi proseguivamo fino in fondo allo spazio lungo e sottile dove attraccavano le barche, fin sotto – io non facevo neanche domande, gli camminavo solo dietro, tanto non mi rispondeva e comunque non era importante – solo che a un certo punto lo spazio si esauriva e oltre non restava altro che il mare – non potevamo certo buttarci dentro – a volte capitava che quel momento collimava con il tramonto – a quel punto giacomo si fermava, si guardava attorno e capiva di essere arrivato troppo lontano – iniziava a chiedermi dove diamine fosse sara ma senza aspettarsi una risposta, tanto lo sapeva che ero stato con lui tutto il tempo – trovavo curioso che nel suo volteggiare tra il mare, l’orizzonte e poi le case bianche stile grecia con tutti i vicoli alle mie spalle, lo sguardo non si soffermava mai su di me, ero come un palo della luce, era come se parlava da solo, e sembrava proprio che si sentiva veramente solo – poi provavo con una frase, “torniamo in piazzetta punto interrogativo”, “torniamo al nome del locale punto interrogativo” – lui prendeva il telefono, faceva una successione di chiamate in una successione di secondi – musica alta, la gente non capiva, poi prendeva a bestemmiare – c’era sempre quel momento – il momento di vuoto in cui non poteva camminare né in salita né in discesa e lo spazio finiva – il livello del mare, così lo chiamavamo – “sto a livello del mare” significava che qualcosa non andava, un posto dal quale uno voleva solo allontanarsi, ma era un po’ complicato e a me veniva anche un po’ da ridere a vederlo perdere il senno e gridare da solo contro il niente, ma mentre ridevo, la sentivo anche io la paura, e ridevo e avevo paura e poi ricominciavamo a camminare e poi a correre e a fare i gradini a due alla volta, a tre alla volta, a procedere tra vicoli e  locali, tra sorrisi e sguardi che cercavano consenso ma poi erogavano dissenso, tra ingressi, uscite, file, bicchieri di plastica, musica forte, “permesso, chiedo scusa, levati dal cazzo, ma ndo sta sara, ma tu c’hai il numero suo punto interrogativo, ma a te ti risponde punto interrogativo, ma ndo cazzo sta sara, ma ndo sta, a mà, veramente, a ndo sta”, e io vedevo il suo volto modificarsi progressivamente in disperazione, forse quasi panico, non riuscivo a capirlo bene perche lo scorgevo solo a tratti e intanto non arrivavamo mai e quelli erano i momenti peggiori e la gente cominciava a dire “sara ti cercava”, “ti voleva quella ragazza bionda”, “era andata al nome del posto”, “si era avviata al nome di un altro posto”, “l’ho vista vicino al nome di un posto”, il ritrovo appresso, la zona appresso, non finivano mai – giacomo prendeva a sudare – diventava per davvero una spugna, gonfio in volto – la gente rideva e diceva “che sei uscito a fare un tuffo punto interrogativo” – no, era solo arrivato al livello del mare

notte – dicevo giacomo in genere non andava dietro alle sensazioni, tranne quando qualcuno faceva la proposta – io ero uno che faceva sempre la proposta – tiravo fuori una bottiglietta d’acqua e ci buttavo dentro la proposta e poi gliela passavo – mi guardava, mi chiedeva se era la proposta senza aspettarsi una risposta vera – io prendevo a ridere e gliela passavo senza rispondere e lui si alimentava senza aspettarsi una risposta – quelle serate erano le peggiori per giacomo perche arrivato a un certo punto non riusciva più a spremere la spugna e allora assorbiva e assorbiva e poi si dilatava tutto e finiva a terra da qualche parte a dormire con la bava alla bocca e la testa piena di consensi, contatti e strette di mano – sicché di solito tornavo da sara, e insieme a lei ritornavamo da giacomo e ce lo caricavamo in macchina e in questa sequenza in genere inizio a ridere perche lui non riesce a stare dritto sul sedile di dietro e si accascia a destra e a sinistra a seconda delle curve e ci manca poco che non vada a sbattere contro lo sportello – no ma comunque quella sera non finisce così – quella sera – delle volte prendiamo a correre – entriamo in posti dove non centriamo niente – poi ci allontanano e scappiamo – in strade dove solitamente uno non passa mai a piedi – ci si passa solo in macchina – ci passiamo fuggendo – nel senso allontanandoci dal centro invece che avvicinandoci – posti che è come se uno li vedesse per la prima volta perche ci è sempre scorso solo in macchina – uno li conosce esclusivamente da dietro un finestrino – poi scende, cammina e inizia ad accelerare – e si accorge che esistono spazi sterminati di località nuove dove uno non è mai stato davvero – li annovera solo come parte di un movimento rettilineo costante – non come entità statiche – poi uno esce, decide di seguire giacomo e senza volerlo si ritrova in questi posti – a lui non piacciono – ma comunque in qualche modo ci finiamo – solo che non abbiamo tempo di guardarci attorno perche le guardie giurate ci inseguono e ci prendono a pietrate – ci mettiamo a correre – è pieno di posti così – parcheggi privati – campeggi – luoghi dove non dovremmo essere – siamo quei luoghi – poi a un certo punto a forza di scappare arriviamo a una tale rotonda – è un bivio – voltiamo a sinistra e c’è questa abbazia abbandonata forse piena di fantasmi in mezzo alla campagna – e riprendiamo a salire verso il paese – dove sono ancora luci e suoni – meglio muoversi – l’aria si fa fredda – ci appostiamo su una curva – sara è passata a prenderci – ora andiamo verso nome di un  paese

fuori dal pronto soccorso – mattina – tanta luce, all’esterno è quieto – a volte va a finire così – saliamo su un pullman – diretti da qualche parte, come nome di un posto oppure nome di un posto –  scendiamo in stazione – montiamo su di un treno – pieno di piccoli gruppi come il nostro – sparuti – bianchi in mezzo a tanta luce – cercano un angolo di buio dentro gli scompartimenti – giacomo inizia a montare e smontare – un vagone, poi un altro, nessuno guarda davvero dove siamo diretti – lo sfondo appare sempre in un certo modo lo stesso – un indistinto ammasso di ambienti e paesaggi mescolati verso un lato del finestrino – un terminal di quelli più grossi – il centro di qualcosa – autobus – nuove piazzette – nuove situazioni – ci seguono alcuni dal treno non ancora smontati – qui il contesto è più spazioso, ma pur sempre vicino al mare – l’ho notato prima dalla ferrovia – sento una leggera paura, in località di questo tipo è anche più facile disperdersi – giacomo invece viene da nome di un posto, sa come muoversi, è una grande città – le persone diventano numerose – le vedo accatastate a mucchietti lungo il bagnasciuga di una spiaggia – a terra con la schiena sui muretti del lungomare – innalzano grossi fuochi e prendono a saltarci tutto intorno – è ancora giorno, il calore delle fiamme rischia di ustionare perche non è visibile alla luce del sole – colonne di fumo nero si innalzano all’orizzonte – entrano di obliquo nel profilo piatto dei palazzi della città – figure scure e cosparse di cenere volteggiano attorno grossi falò quasi occulti ai bagliori della prima sera – si stipano qua e là vicino gli angoli delle strade – qualcuno corre e si lancia contro le cose – ne vedo gruppetti nella parte di sopra degli autobus e sui tetti dei chioschi del litorale – scaricano legna – la trasportano – ci buttano sopra anche gli ombrelloni e le sdraio – resti di un pedalò, alimentano la danza – restituisce un sacco di fuliggine scura – insieme a quella bianca dei fumogeni o dei lacrimogeni appare quasi una strana composizione – mentre mi tirano dalla schiena, mi trascinano dentro un furgone di metallo, giacomo mi fa segno di lanciargli la bottiglietta di plastica – lo faccio solo per ridere del suo volto quando capisce che è vuota – le figure buie all’interno sono tutte sedute a terra – cercano riparo dalle ultime luci – il mezzo non fa a tempo ad arrivare alla stazione di polizia – le cose a un certo punto, non saprei dire quando, devono essere cadute vittima del panico – il furgone prende fuoco – nessuno si ricorda di aprire lo sportello – no un attimo, si apre – fuori c’è giacomo – dice “ma ndo cazzo sta sara” – non credo la troverà – sara non era neanche con noi sul treno alla partenza – non provo nemmeno ad assecondarlo – ormai l’ho perso – mi allontano verso uno di quegli imponenti incendi di cui parlavo – una volta in spiaggia mi suona il telefono – “ma si può sapere a ndo stai” – ritorno da giacomo – iniziamo a camminare – sempre più in fretta – lui è già un bagno di sudore – ci sediamo sotto una fermata – aspettiamo – aspettiamo ancora – silenzio – giacomo fa su e giù davanti la panchina – io, per lui, sono come la panchina – l’autobus non riesce neppure ad avvicinarsi – pezzi di esseri umani ricoperti di polvere di legname carbonizzato vi si buttano sopra o cercano di entrare dai sottili finestrini – così il mezzo prosegue senza lasciarci salire – decidiamo di continuare a piedi – man mano che scorriamo il lungo mare – fette di personalità saltano fuori dalle strade a piccole ondate – dicevo un po’ alla volta gli accessi alla zona dove ci troviamo vengono ostruiti dalla polizia – cumuli di individui, ricoprono segmenti del suolo della carreggiata – e più proseguiamo più il contesto diventa off limits per chi arriva da fuori – così non potendo più tornare dentro la city, possiamo solo scegliere se continuare a destra o a sinistra lungo la costa – giacomo però vuole raggiungere la banchisa del porto – grumi, ammassi di cose, i lampioni non riflettono i loro volti, si barcamenano, quasi scaraventati dal vento, come fossero buste di plastica vuote, vanno a sbattere, poi si ribaltano e continuano la corsa, tentano di non rimanere indietro, di non restare soli, provano a raggiungere i veicoli, solo che non ci riescono, e mentre camminiamo – giacomo si direbbe non averli neanche notati – mentre andiamo avanti prendono a raggrupparsi sui lati del molo – su quelle rocce artificiali di forma quadrata – uccelli morti ai raggi scomparsi della fine del giorno – si inoltrano piano all’interno delle imbarcazioni parcheggiate – bianche come auto da matrimonio – le loro impronte e le orme delle loro tracce ridicolizzano nomi inspirati a fiabe da mille e una notte o a fotomodelle dai nomi esotici  – sedili di alcantara e divanetti di pelle pregni di qualcosa che ricorda il catrame – grasso e carbone tritato sui pavimenti in legno lucido ormai da buttare – qualcuna ha anche la piscina – luci diffuse colorate da interno illuminano alcuni di noi lenti dentro quelle grosse auto da cerimonie mai più celebrate – la cosa non sfugge di certo a giacomo – e quando le barche cominciano una alla volta – il tempo che quei soggetti capiscano come funzioni un motore – dicevo il tempo di vedere le barche allontanarsi che giacomo punta la più vicina – una delle ultime rimaste – ci sale dentro come un disperato nel tentativo di non restare isolato, di non essere abbandonato sul molo – i proprietari all’interno provano a bloccarlo, un altro aziona il motore – io glielo impedisco, li spingo in acqua e poi trattengo giacomo dal desiderio di aiutarli con una mano e con l’altra spingo una leva verso l’alto al massimo – un’idiozia – il mezzo s’impenna in modo repentino e noi ci dobbiamo aggrappare alle cose per non finire in acqua mentre la barca se ne va via da sola e io spero che i padroni di sotto non siano caduti in prossimità dell’elica

notte – non so in che direzione andare – vado dove vanno gli altri puntini luminosi – verso una grande isola di luce in mezzo al buio – speriamo di non collidere tra noi – per questo giacomo non cessa di urlare da sopra la cabina sovrastando il suono del motore – cerca di chiamare l’attenzione – ma tutti continuano dritto senza curarsi di niente – devo badare al timone altrimenti cercherei delle bottiglie da passargli – capiamo di essere arrivati non dal contatto visivo, bensì dai suoni – tonfi, sempre più grandi, sempre più disperati – le imbarcazioni, grosse e piccole, collidono tra loro e tutte collidono contro il bordo del porticciolo minuscolo dove ci siamo incastrati, dio non voglia qualcuno finisca in acqua – uno si immagina chissà quanto dista l’altra sponda, e invece sono bastate meno di due ore – potremmo essere finiti in nome di uno stato o nome di uno stato, potrebbe essere anche nome di uno stato a questo punto – tanto un posto vale l’altro – una persona vale l’altra – dobbiamo provare a raggiungere l’isola di luce ancora lontana, lì in alto – ma se cadiamo di sotto siamo spacciati – lembi di personaggi usano passerelle di legno di quelle per attraccare col fine di superare i motoscafi – man mano nuovi yacht si aggregano alla massa – quelli di dietro ci arrivano addosso e fanno sobbalzare noi che facciamo sobbalzare gli altri – diventiamo parte di un contesto effimero, incerto, provvisorio – come un grande moto oscillatorio, un movimento di propagazione a onde – passiamo delicatamente da una occasione speciale all’altra – da una ricorrenza particolare alla seguente – da un momento solenne al successivo – tutti rigorosamente ricoperti di alcantara – tutti ridotti a un cesso di un cinereo appiccicoso – quell’isola di luce, in realtà non è un’isola di luce – sono solo dei blindati che ci puntano contro i fari – non vediamo un accidente di cosa ci sia dietro – procediamo per sensazione – quando da bambini pensavamo “non andate verso la luce” e quegli insetti puntualmente ci andavano – come ci avviciniamo ci piovono addosso delle cose – cose di ogni tipo – a me sembrano reti – faccio a giacomo il gesto dell’accendino – me lo infila attraverso i gangli mentre vengo lentamente issato via – devo avere ancora una proposta da qualche parte – una volta filtrato dall’altro lato, riesco a vedere finalmente il paesaggio – un accidenti perche è notte – però c’è un paese in alto – mi caricano nel rimorchio scoperto di un cammion – osservo cerchi di fumo espandersi dalle boccate della mia proposta, ergersi e sparire indietro lungo il cammino – gli umani di fianco sono abbastanza quieti qui al buio – c’è una sorta di grossa radura in mezzo a un accidenti perche è notte – ci sono dei cancelli, dei reticolati, torrette – lì sdraiato in mezzo alla spianata, circondato dai pini, riesco finalmente a vederle – dico le stelle – isole di luce lontane – dico non subito – dopo che salta l’alimentazione elettrica e le guardie di fuori comincino ad abbandonarsi alla paura – si sentono sempre di meno – me ne resto un po’ a non pensare a niente – io e altri dieci o quindici di questi esseri – nessuno parla – l’erba è morbida e l’aria non è fredda – un altro po’ e si odono i grilli – da lontano neanche un suono – e prima che possa continuare a registrare gli eventi il cervello se ne va da qualche altra parte

mattina – non so bene se si sia trattato di sonno oppure di una disfunzione da over proposte – mi sveglio e intorno a me non c’è nulla – inizio a camminare – e poi cammino ancora – non mi rendo conto neanche per quanto – è pieno di insetti, mi ronzano attorno per via del sudore – provo a transitare sull’argine all’ombra della strada – una strada che non porta da nessuna parte, lo capisco benissimo – una serie di salite e discese che si alternano – una serie di curve che si avvicendano – vegetazione e radure che si succedono – zone di freddo a zone di calore – non distinguo il contesto climatico – neanche una macchina o un tre ruote di passaggio – ogni tanto mi alimento con un fico, raccolgo una pera o un altro tipo di fico che cresce su di un cactus – a terra strani frutti secchi, scuri e piatti, lunghi come banane ma duri come pezzi di legno, che sulla lingua sanno di qualcosa – fanno passare la fame – gli alberi intorno sembrano antichi, molto antichi, diventano ricurvi e levigati dal tempo simili a rocce, frantumati, recisi da increspature fino a dividersi completamente in due o tre pezzi separati – ogni tanto i resti di un muro, resti di altre cose, cose antiche – archi – grotte – ci sono delle grotte – ma non si vedono granché, nascoste dalle piante di fichi come sono – ma se ci si butta attraverso ci si ritrova sotto un tetto di pietra – volte – serpente – ci sono delle volte – altorilievi – focolari e abbeveratoi scolpiti dentro il macigno – tutto abbandonato – lastre – lastre di marmo sgretolate – ne è pieno il terreno – altorilievi sulle volte sopra le tombe ricavate dalla rupe – proseguono il profilo naturale delle colonne della grotta stessa – come se invece di costruire si fosse semplicemente adattato l’ambiente preesistente – delle composizioni floreali – riesco a vederne ancora il porpora del pigmento scontratosi con un taglio di luce obliquo – il pavimento è ricoperto anche da escrementi – dico escrementi per davvero – lì dal fondo dove mi trovo uno scorcio attraverso l’ingresso, aldilà del verde e tutto il paesaggio con i clivi, distinguo il blu del mare – un contesto immobile – equilibrato – in armonia – lascio la grotta prima che mi crolli tutto in testa – le radici dei fichi infatti bucano il soffitto e avvolgono la struttura rendendola completamente instabile – un gregge di pecore all’esterno – aspetto che il pastore le conduca in un recinto per farmi trasportare da una qualche altra parte

dì – il parcheggio del porto – non sembrerebbe – un porto diverso – uno grosso dove scaricano navi piene di container – lo scalo commerciale – è pieno di ammazza zanzare – quelle racchette che danno la scossa – questo mi ricordano – i poliziotti sparano coi teaser alla gente – recinzioni – recinzioni elettrificate – le navi continuano a partire come niente fosse – la gente continua a pensare ai problemi propri – qua fuori nel parcheggio, invece non è affatto come niente fosse – folate di fumo, a ondate investono tutto davanti a noi – però solo a ondate, dipende dal vento – perciò a tratti scorgiamo di fronte e quelli a tratti ci scorgono – teloni di gomma, di quelli che usano nelle fiere – ce ne sono di blu e di tutti i colori – vengono issati sui cancelli – ci sono diverse file di cancelli, perciò ne servono ancora – ne servono altri – uno di solito pensa una nave non può partire e basta come fanno certe linee della metro alla fine dei concerti, che smettono di controllare quanta gente sale, chiudono gli sportelli e procedono, tanto prima o poi i passeggeri scenderanno, tempo due o tre fermate – non è che uno si arrampica su dei teli di gomma e si lascia scivolare stile acqua park a due o tre dita dall’alta tensione, giù verso file di – come si chiamano – polizia di frontiera, portuale – che attendono con gli arpioni puntati – quasi fosse una roba da niente – uno pensa non è che va, brucia le cose e passa oltre, trattando il fuoco come una sorta di strano passepartout per ovunque, il fuoco e il vento – uno dice non funziona così, non è così semplice – non è che prende, va e scaglia bombe incendiarie contro i tipi portuali – che tra l’altro quelli non sono arpioni, sono dardi, sono fucili narcotizzanti – sì, non funziona in questo modo, non va là, dispiega una grossa rete da pesca colorata arrotolata di lungo, con le estremità legate a dei razzi pirotecnici, accende i razzi e lascia che la rete si srotoli e si distenda in alto, molto in alto, verso la folla di tizi costieri e rimane a vedere come un pezzo alla volta si aggroviglino da soli nei gangli, si stipino e cadano a terra a grappoli, nel contempo che una folla di esseri latranti e dimenanti quasi non fossero più individui, ma neanche fiere, si proiettino a frotte verso l’ostacolo successivo, tra i rossi e i blu dei fuochi pirotecnici e colonne fumarie di colori diversi, superando cataste di scudi di gomma e caschi con dentro delle persone, persone vere – non so neanche che lingua parlino – tanto fa lo stesso – va a finire sempre così – uno si immagina enormi apparati, strutture gigantesche, ordini di enti dalle dimensioni e dai poteri immani – e poi li vede sfaldarsi, li vede come li vedo io adesso, dissolversi in un niente, un momento di indecisione – palazzi enormi, strade infinite, milioni di persone al sevizio, impilarsi e inciampare gli uni sugli altri – da sé – senza che uno abbia fatto chissà cosa – ci sono solo passato attraverso – mi sono solo avvicinato – lasciatomi trasportare – apprestato a un fuoco, una sera, su una spiaggia – che tirava vento e non avevamo niente da fare – alimentato delle fiamme – intrapreso una corsa intorno a un punto, proseguito in giro per la città, fino alla fine delle cose, la fine della terra, il livello del mare. Che mi passano di fianco sfreccianti questi che eravamo noi la sera scorsa, ero io, loro sono io. Supero oggetti, strutture, agenti, scavalco container, certi si introducono all’interno intanto che ancora vengono issati, ci ergiamo sulla cima delle cose, sulle gru e le impalcature gialle, per lasciare che il nostro occhio giunga lontano, oltre gli impedimenti, nel momento in cui oasi luminose si azionano sullo sfondo. Dove vanno a finire le creature ormai gettate via? Forse esattamente nel punto in cui convergo io adesso, noi, su un cargo colmo di container. Un tale suppone “non può certo arraffare e congedarsi di tale maniera”, e invece salpiamo così, intrisi di polvere e nudi per metà, carichi di ferite e contusioni. Si pronuncia spesso la frase esemplare, si fa una proposta insolita e qualcuno aggiunge “credi nessuno abbia mai tentato?”, ed insiste “presume di sbrigarsela in questo modo”, già, nel modo in cui me la sono sbrigata io. Persevera anche con la nave distante, solitaria, senza capitano e senza marinai, se mi sforzo lo scopro ancora lì, sulla riva che sogghigna, distinguo ancora le sue labbra schiudersi “è arrivato il genio”. Quasi si dovesse necessariamente mettere tutto prima per iscritto, sottoporlo al vaglio della critica e dell’opinione, all’esamina di un talk show animato da tuttologi a basso costo buoni a rappresentare la media di qualcosa, possedere un progetto, ultra dettagliato, categoricamente, come se uno non potesse semplicemente emigrare e vedere dove approdasse, evitando di prefiggersi una meta, una tabella di marcia, essere componente, non lasciandosi rinchiudere in contenitori, scatole e tessere di partito, diventare elemento di una marea, organismo di una distesa di plancton, corallo di una barriera, fenicottero di uno stormo rosa e bianco, esteso, di cui non si scorge capo né coda, che si poggia su di un lago d’acqua salata, il quale non si intende sia vero e proprio suolo o solo una continuazione del cielo, se lo stormo sia atterrato o stia ancora volando. Dinnanzi ho una bella fetta di mare. Sogno popolazioni del sud est asiatico, nel tremila e cinquecento avanti cristo, piccoli gruppi su imbarcazioni rudimentali che presero il largo. Se avessero dovuto conoscere un percorso esatto o avere una destinazione precisa non sarebbero mai salpati, invece tutto sommato arrivarono. Nuova guinea, figi, nuova zelanda, isola di pasqua, madagascar, non mossi da sete di conoscenza, cercarono solo un posto dove respirare. Studiarono il moto della corrente, il volo degli uccelli per sapere dove trovare terra ferma, usarono il poco che avevano a disposizione, il poco che sapevano. Ogni tre o quattro di quelle barche fondarono dei mondi sconosciuti, diedero vita a nuove lingue, società ignote. Adesso li consideriamo residui di qualcosa che dovrebbero essere ma non sono. Se torneremo ad ostentare invadenza con i nostri bicchieri di materiale organico e creme a basso impatto ambientale, loro isseranno da capo le vele. Approderanno su taluni atolli di plastica galleggiante dove nessuno metterà mai piede. Residui del nostro mondo, scarti. Intraprenderanno l’avventura di nuovo, solo per poter riprendere fiato, solo per un po’ di spazio, un pezzo di spiaggia priva di gommoni e di fari che li invitino a rincasare. Una collocazione presso la quale sentirsi liberi di non costruire una carriera, non montare relazioni. Approdati su qualsiasi sponda improvviseranno palafitte e la chiameranno casa. Il dì sarà come la sera ed i giorni non trascorreranno nell’attesa di un evento. Non desiderare altro che diventare parte di una incessante espansione, movimento migratorio millenario, storia sprovvista di inizio e attracco, che si dissipa attraverso le ere. Successione di eventi semovente su di una linea circolare, non orizzontale. A forza di apporre accadimenti rilevanti, non si deduce ormai più a partire da quale si sia dato inizio al conteggio. Quale sia stato il primogenito tra loro, quasi non interessasse. Viaggiare lungo una direttrice tracciata attorno una gigantesca montagna tondeggiante dalle imponenti pareti spuntata fuori dal nulla al centro di una pianura completamente spianata. Una montagna sacra. Dove non piove mai ed i graffiti e le pitture tracciate su essa si trovano lì a partire da un momento qualsiasi nell’asse temporale identificato come sempre. Uno scorrere magico in cui i viventi coabitano con gli antenati e gli avi tramite disegni fatti come se non appartenessero a qualcuno. Ognuno prolunga le linee e le forme dell’altro, sino a non essere più plausibile ricondurli ad un autore, intuirne il dominio. Pitture che illustrano l’espandersi di una specie, il suo percorso evolutivo. Tra tutte quelle impronte bianche e nere, rivediamo la nostra, traccia di uno di questi organismi, unità infinitesimale di evento biologico che ha generato l’insieme, fissa in perpetuo, associata con una circonferenza scevra di soluzione di continuità, un affresco di proprietà di nessuno, il disco di una eredità genetica. Apparteniamo a quel disco. Ruota stregata, millenaria, senza cima né radici. Che gira su sé stessa all’infinito. Se finanche laggiù non dovesse restare spazio, ebbene leveremo l’ancora daccapo, con pochi strumenti, il poco che sapremo, diretti su osservatori orbitanti fatti di rimasugli di satelliti vecchi e ossidati, sui quali nemmeno un abitante sosterebbe, ad esporre maglie da recupero nel pelago spaziale appositamente per catturare scorie alimentari in prossimità di rotte per pianeti più attraenti. Issare trabucchi dedicati a lenzare container pieni di cibo destinati alla terra. Ammireremo il creato ormai celato da luci, strade e palazzi. Spiegheremo le vele e trasmigreremo, adagio areneremo nei pressi di un lido vergine, sito remoto e escluso dalle mappe europee, quantomeno per il prossimo migliaio di anni, paraggi dove prendere un ultimo fiato. Sottovalutare norme di sicurezza e piani di fuga. Sprecare i nostri giorni invece che investirli. Rinunciare ad accumulare nozioni e a partecipare all’idea di progresso. Essere niente, essere non consapevolezza di sé. Memoria della propria persona smarrita. Circuiti e schede madri che comunicano l’assenza alla velocità della luce. Vacuità è ciò che ci lasciamo a ridosso. Aldilà del presente ancora, a favore di un astro detto sirio, mondo che circumnaviga sistema binario con due soli, ove non v’è mai veramente notte o giorno. Inverosimile che possa esistere. Riaccendersi nella stella dove ci si è accesi, rimettersi in moto riconducendosi a casa. Illustrazioni sprovviste di tecnica, ad occhi chiusi, gesticolate forsennatamente sul muro e contemplare poi uno scarabocchio, esattamente come immaginato, ma allo stesso tempo diverso da quello accanto. Così esso diviene simbolo, significato. Estensione di sé. Eppure incognite restano il modo in cui è scaturito l’atto e il suo obiettivo.

*

Marco Florio nasce a San Severo nel 1989, si diploma in belle arti nel 2018, scrive dal 2020, attualmente specializzando presso l’accademia albertina.

 

Photo by Ian Simmonds on Unsplash

 

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Sulle prime non mi davo pace alla ricerca delle parole giuste per descrivere l’inizio della guerra, ma ho finito per scegliere le più comuni, quelle che riporto nel titolo, poiché sono quelle che la stragrande maggioranza degli amici e delle persone che conosco ha nel cuore e nella mente.

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Ho in mano un libro sul collasso del clima, sul crollo di un mondo personale, sullo straniamento emergenziale, sull'alienazione da conformismo, sulla scrittura? Prose in prosa dell'apocalisse? Cosa è accaduto alla città morbida, al suo tepore?
renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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