La tirannide dell’io: la scrittura della storia nell’epoca del neoliberismo

di Giorgio Mascitelli

Con La tirannide dell’io ( trad. di Luca Falaschi, Bari-Roma, Laterza, 2022, euro19) Enzo Traverso affronta un tema, quello dell’emergere di un tipo di scrittura storiografica sempre più marcatamente soggettiva, che solo distrattamente può essere considerato specialistico, mentre in realtà tocca uno degli aspetti più tipici della cultura del nostro tempo. Questo processo sembra diffondersi a partire dagli anni ottanta, anche per l’influenza di opere e modelli di scrittura esterni agli strumenti di lavoro tradizionali degli storici: non a caso l’autore si sofferma sull’analisi della ricezione del film Shoah ( 1985) di Claude Lanzmann e di alcune opere narrative negli ambiti della ricerca storica. La scrittura del passato in prima persona, per citare il sottotitolo del libro, comporta infatti un marcato ricorso a procedimenti  tipicamente letterari, appunto dall’uso della prima persona alla messa in scena del lavoro di ricerca come indagine passando per l’espressione dei sentimenti che lo storico prova verso i protagonisti della sua ricerca e altri ancora. Questo fenomeno non tocca per così dire solo l’organizzazione formale dei libri di storia, ma le stesse motivazioni che hanno portato l’autore a scegliere un certo tema, spesso dovute a una sua identificazione emotiva o politica con il soggetto della ricerca o addirittura a legami familiari, che rischiano di pregiudicare quel distacco intellettuale con la propria materia che è necessario per rispondere alla domanda su come sono andate effettivamente le cose. I rischi di questa impostazione sono quelli, in taluni casi, di mescolanza di elementi di finzione con quelli di realtà, ma più in generale di una sorta di ipertrofia narcisistica dell’io dello storico, che spesso finisce con l’attribuire le proprie priorità emotive, politiche e culturali ai soggetti di cui si occupa con l’esito di riversare la sensibilità contemporanea su personaggi del passato. Forse però il rischio maggiore per questi storici è di sviluppare una sorta di movimento dalla ‘storia generale alla cronaca individuale’ ( p.145), quando uno dei principali obiettivi epistemologici della storiografia, compresa la migliore microstoria, è esattamente l’opposto.
Secondo Traverso questa tendenza è dovuta al presentismo. Con questo termine, che l’autore riprende da François Hartog, si indica il peculiare rapporto con il tempo schiacciato sul presente tipico dell’individualismo neoliberista, che non percepisce più la profondità storica né verso il futuro né verso il passato. Non che gli autori in questione siano ideologicamente affini al neoliberismo, anzi talvolta ne sono dei critici, ma il presentismo è la forma della coscienza culturale contemporanea, dominata dal neoliberismo, che si esprime attraverso questo soggettivismo dello storico in un contesto che in definitiva è ancora quello postmoderno.
Forse il più significativo dei molti pregi di questo libro, tra i quali vale pena di citare anche la scrittura piacevole che introduce in maniera chiara il lettore non specialistico in un dibattito anche metodologico sulla storia,  è che Traverso non trasforma quella che è un’analisi storica e culturale in un rigido giudizio ideologico o metodologico, non solo perché l’autore ha presente esattamente le ambiguità e i limiti dell’impostazione moderna della scrittura storica tradizionale caratterizzata dall’impersonalità scientifica o, forse sarebbe meglio dire, dal suo mito, ma anche perché non esita a indicare  esempi di opere riuscite anche all’interno di questa tendenza come il libro Perdi la madre di Saidiya Hartman che, pur presentando tutti i caratteri della scrittura storica soggettivista, evita brillantemente i rischi di ripiegamento e arricchisce la conoscenza storica; per Traverso non si tratta di condannare una metodologia o una tendenza culturale in toto in nome di un diverso modello storiografico, ma di analizzare criticamente il presente senza però nasconderne gli aspetti positivi.
In questo libro, come si può immaginare da quanto esposto sopra, si parla molto di letteratura e vengono discussi gli esempi di romanzi storici di molti scrittori, anche se ovviamente la questione del soggettivismo nella narrativa è meno significativa perché un romanzo  non è un saggio storico ed è del tutto legittimo che mescoli elementi di finzione in quanto non ha come obbligo costitutivo quello di rispondere alla domanda ‘ come sono andate le cose, per quanto è possibile sapere’, che è invece vincolante per lo storico. Pure Traverso nota come anche la narrativa partecipi a questa tendenza soggettivante e le pagine che dedica alla discussione di Soldati di Salamina di Cercas, e ai rischi degli abusi della memoria, sono a mio avviso molto utili per ogni lettore di romanzo storico.
A me sembra infatti che questo libro ponga oggettivamente una questione interessante per la letteratura di questi anni ed è quella del presentismo. Se il presentismo è una forma della nostra coscienza contemporanea, allora anche la scrittura letteraria ne è influenzata o forse in alcuni casi addirittura determinata con tutti i rischi che ciò comporta. Naturalmente non è questo un problema risolubile per via teorica: saranno delle opere concrete di autori concreti che troveranno la via giusta per coniugare l’appartenenza al presente con quella necessaria dose di inattualità che le opere importanti hanno sempre.
Può valere la pena, però, ogni tanto tornare ai massimi sistemi per sottolineare nuclei decisivi: se Auerbach in quella fondamentale storia del realismo occidentale che è Mimesis indica come una delle maggiori differenze tra il realismo antico e quello moderno, il fatto che il primo guarda alla società in una prospettiva astorica, mentre il secondo è tutto calato nella storicità, allora sarà lecito chiedersi che tipo di realismo, che qui intendo nella sua accezione più ampia, sarà possibile nella letteratura di un’epoca dominata dal presentismo. Per esempio, visto che viviamo in un’epoca che considera il metaverso come un livello di realtà oggettiva e non come il prodotto di un’attività umana, questo sintomo, che a sua volta ha molto a che vedere con il presentismo, si rifletterà indirettamente nella produzione letteraria. Probabilmente il recupero, anche in termini epistemologici, di credibilità del romanzesco più scontato a cui si assiste oggi, come se il Novecento non fosse mai esistito e tutto sommato anche buona parte dell’Ottocento, è ugualmente un sintomo di questa situazione; altrettanto probabilmente ogni mutamento storico in una cultura presentista si può presentare facilmente nella forma dello choc e una via di fuga può essere il ritorno a un tempo fiabesco, magari opportunamente aggiornato con l’ultimo grido tecnologico; o ancora  quel racconto di ‘vite chiuse in sé stesse’ ( p.145), incapace cioè di rappresentare dietro il singolo caso una condizione generale o quanto meno diffusa, che Traverso riscontra in molte opere storiche, è tipico di molte opere narrative e non solo di genere storico .
Insomma mi sembra che Traverso parlando della scrittura della storia vada a cogliere un tratto più generale della cultura del nostro tempo, a tal punto che mi spingerei ad affermare che quel movimento dalla storia globale alla cronaca individuale, a cui mi riferivo sopra, sia la forma narrativa della coscienza ( infelice) della nostra epoca.

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1 commento

  1. Grazie per questa segnalazione e approfondimento. Mi ha fatto pensare che in effetti il tema è forte, quello del presentismo e , non so se c’è correlazione, ma quest’anno uno dei percorsi del Festivaletteratura di Mantova è il romanzo storico (intrecciato naturalmente alla narrativa) . C’è un affondo sulla figura di Maria Bellonci e un evento correlato si intitola “sempre interrogo in me il personaggio”. Il fatto che il libro di Traverso sia anche leggibile me lo farà acquistare!
    Paola

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