“Il sorriso di SANIN” A proposito di certi umori dell’intelligencija russa inizio ‘900

Locandina del film muto “Lyda Ssannin” [1923] di Frederic Zelnik tratto da SANIN di M. Arcybašev, che, però, sulla rivista Za svobodu! scrisse “è un rozzo e volgarissimo rifacimento che non ha nessuna somiglianza, neanche la più esteriore, col mio romanzo“.

di ⇨ Anna Tellini

E accadde un episodio, nella storia della società russa, significativo al massimo grado, di enorme importanza, da nessuno notato: il superuomo agì come un lacchè verso Smerdjakov. […] Siederà Smerdjakov a bere il tè, e il fonografo gli suonerà:
voglio essere insolente, voglio essere audace! Andrà a teatro, e applaudirà Wedekind. Prenderà il giornale, leggerà la “borsa”, e sottolineerà in un corsivo una citazione di Bakunin.
[…] Smerdjakov si è adattato perfettamente a Zaratustra e lo ha adattato a sè. 1

     Nel primo fascicolo del 1907, il “Sovremennyj mir” (mensile letterario, scientifico e politico molto popolare nei circoli democratici russi) ospitava, tra l’altro, i capitoli iniziali di Sanin 2.

Michail Petrovič Arcybašev [fra il 1910 e il 1917]

      Che il romanzo uscisse non in un qualunque retrobottega letterario, ma in una rivista diffusa e rispettabile, era il segno di un’operazione più che abile, tutta finalizzata a blandire le attese del pubblico in una doppia direzione, il lettore abituale della rivista, ossia la gioventù democratica, interessata alle sorti di un ex rivoluzionario, tenendo d’occhio, però, al contempo, l’allargamento del mercato. Il che la dice lunga sull’indefinitezza di una fase particolarmente complessa della vita e della cultura russe in cui, mentre cresce l’influenza di Marx, si fa strada al contempo una sorta di rivolta contro l’arido razionalismo che sbocca in una serie di “utopie” pronte a coniugare innaturalmente la politica con la mistica e l’estetica, mentre nei salotti non è raro parlare di occultismo e di teosofia. E intanto, sull’onda rifluente della rivoluzione fallita, si assiste all’esplosione di una pletora di scrittori minori o minimi, tempestivi e prolifici, che influiscono sul modo di pensare e di parlare, sul codice sentimentale, sulle abitudini sociali del tempo. Il principio di casta inizia a scomparire; l’instabilità delle forme letterarie è esorbitante; nessuno strato di pubblico è, in linea di principio, precluso…. E così, mentre si continua a scrivere che è tempo di cessare di scrivere, si espandono la letteratura “pornografica” con i suoi propri organi e il poliziesco, e si tentano audaci sintesi di Marx e Platone, del modernismo à la Wilde e dell’anarchismo à la Bakunin, e intanto la quantità di discorsi sulle opere supera probabilmente le opere prodotte, in un subisso di storie della letteratura, di volumi di critica del testo, di edizioni commentate di Opere complete, di russi ma ancor più di stranieri, come Hamsun, Maeterlinck, Przybyszewski, Wilde, Wedekind e Mirbeau, Baudelaire e Verhaeren, come a colmare il tradizionale abisso tra l’Europa e la Russia. Sanin aspira a porsi come luogo letterario, anche se poi la fitta trama di citazioni di cui ci soccorre spesso ne fa più che altro un compendio del “modernismo”, smanioso di attualità. Trascorrono il testo i nomi di Bebel, Nietzsche, Tolstoj; di Bradlaugh, di cui Sanin si fa portavoce in una sorta di incondizionato “inno all’aborto”; di Darwin, Čechov, Ibsen, Hamsun, Marx.

da “Сатирикон” [Satyricon] 1908, №14

     Di questo tempo confuso e strano Arcybašev può a buon diritto vantare il titolo di scrittore sintomatico: cantore dell’intelligent declassato, stupendo talento di assimilazione, caposcuola di una fiorente estetica del riciclaggio, fortunato rimasticatore, abile echeggiatore di motivi ricorrenti nell’aria, poeta della liberazione russa, quando è permessa la tempesta della liberazione, poeta della sadica ferocia e della “sfrenatezza sessuale”, quando nella borsa letteraria si alzano le azioni dei “problemi sessuali”, cantore della morte, quando nella società la vita diminuisce di prezzo, fu autore di quel Sanin – per alcuni anni la Bibbia di ogni studente russo -, la cui straordinaria forza di proselitismo ne fa un grimaldello per subire il fascino di un’epoca liminare e ricca.

     Potrà, così, affiorare un Arcybašev capofila e antesignano di una “democratizzazione” delle lettere sui generis, capace di dar vita a una letteratura che si fa leggere: sono, questi, gli anni di un significativo ampliamento dell’uditorio, anni in cui la nuova letteratura riesce a penetrare tra strati sociali in cui prima non aveva accesso, quali certi settori del mondo contadino, la piccola borghesia urbana, il ceto impiegatizio e mercantile… A questi, la cui autodefinizione borghese è ancora molto primitiva, Sanin offre quella semplificazione del modernismo e quell’aria di ardimentosità che, per l’appunto, erano loro necessari… In questo periodo, figlio dell’abbassamento dell’ondata rivoluzionaria, il pubblico russo continua tenacemente a cercare in Sanin proprio ciò che non vuole e non può dare, sarebbe a dire un’idea generale, una dottrina sul cammino della vita, percependo il protagonista, a lui contemporaneo, come teorico, filosofo, catechizzatore della “nuova morale”, di contro all’antagonista Jurijj – abdicatario, incapace di consistere -, che si era nutrito di libri sull’anarchismo e il marxismo e l’individualismo e il superuomo e il cristianesimo della trasfigurazione e l’anarchismo mistico, sì, ma di questi modelli letterari era solo un’infelice, cattiva incarnazione.

Il drammaturgo Michail Arcybašev legge la sua commedia “La legge del selvaggio” all’attrice L. B. Yavorskaya. [1915] foto di Karl Bulla

     Sta di fatto che si diffondono ovunque – a Minsk come a Kazan’ o a Kiev… – delle “Leghe del libero amore” e simili, e non sono rare, durante le innumerevoli conferenze sul romanzo, le irruzioni di suoi discepoli al grido di “Siamo Saninisti!”, mentre, solo pochi anni dopo, l’uscita di U poslednej čerty (Al limite estremo) – il cui protagonista, Naumov, è un fanatico predicatore della morte -, provocherà una strana processione di giovani desiderosi di sapere da Arcybašev se farla finita, o aspettare ancora, e un’allarmante crescita dei suicidi, la cui origine letteraria, secondo numerosi osservatori dell’epoca, era di assoluta evidenza. 

************

    La passata integrità dell’intelligent russo, la cultura dell’ascetismo e dell’espiazione del debito, che non avevano dato i frutti sperati, al contrario schiacciando tante esistenze, di fronte al fallimento della rivoluzione del 1905 si disgregano per inattese, bizzarre crepe: in aiuto venne Nietzsche, la cui filosofia fu spezzata in schegge di paradossi, allignando più che tra l’intelligencija, tra la società “colta” russa, tra i “selvaggi della cultura superiore”, tramutandosi nel “più tipico filisteismo che ha raggiunto i limiti dell’ultraindividualismo” (R. V. Ivanov-Razumnik), cosicchè, dopo che per il suo possesso avevano dibattuto esteti, e idealisti, mistici e teurghi, evoluzionisti e anarchisti e socialisti, si arrivò a un nietzscheanismo popolare in cui il rovesciamento di tutti i valori si trasformò in una bonaria insolenza piccolo borghese. Non sorprenderà che, preso in mano Zaratustra, Sanin ne sia subito annoiato: sbadiglia, sputa, e si addormenta di botto…

Il drammaturgo Michail Arcybašev legge la sua commedia “La legge del selvaggio” all’attrice L. B. Yavorskaya. [1915] foto di Karl Bulla

     E in aiuto vennero anche il successo sensazionale, in Russia, di Geschlecht und Charakter di Otto Weininger, opera che cercava di stabilire, sulla scorta di considerazioni metafisiche e psicologiche, una filosofia dei sessi applicata anche alla vita sociale, all’antropologia, alla psicologia delle religioni, e la traduzione di Die sexuelle Frage di Auguste Forel e la vasta diffusione della Psichopathia sexualis di Krafft- Ebing, lugubre bestiario, catalogo di “nefandezze”, petulante archivio di “perversioni” stilato con scrupolosità da copista in un linguaggio da posto di polizia e con la morbosa ricerca del sensazionale con sfondo moraleggiante…

     E, se grande fu in Russia la voga dei libri di divulgazione scientifica, che trattavano dal lato puramente fisiologico il problema sessuale, clamoroso fu il successo di Sanin presso il pubblico tedesco, preparato da una serie di precedenti notizie sensazionali dalla Russia che, comparse sulla stampa tedesca, ricorda G. A. Grossmann, “hanno ispirato al virtuoso filisteo un terrore panico e un piacevole vellicamento dei sensi. In esse si raccontava che in Russia si era scatenata una rivoluzione erotica, che aveva afferrato con forza straordinaria tutta la gioventù intellettuale, ginnasiali e scolari compresi” 3 in omaggio al cliché esotistico sui russi come quintessenza dell’eccesso di cui Merežkovskij avvertiva la triste inevitabilità (con gli occidentali “possiamo entrare in amicizia, simpatizzare l’uno per l’altro, ma presto o tardi arriverà tuttavia il momento in cui cesseranno di comprenderci e ci considereranno come abitanti di un altro pianeta”) 4   

In primo luogo, la Russia in genere è il paese dei prodigi, e non c’è una cosa sopra la logica, in cui non potrebbero credere, una volta che si stia parlando della Russia. In secondo luogo, i tedeschi sono da tempo informati che l’immoralità sessuale è una delle peculiarità della gioventù russa […] In terzo luogo, “Sanin” ha avuto un successo clamoroso in patria 5.

     L’opera che sembrava destinata principalmente ad incoraggiare un’attività sessuale irregolare o eccessiva ha al centro un eroe – apostata della rispettabilità e dell’inserimento sociale – che vive in una sorta di eretismo cerebrale che gli impedisce di fatto, eccettuato un episodio, di esprimersi se non come un mero apparato verbale: col suo eterno discorrere del corpo Sanin è incorporeo, una sorta di macchina parlante… l’assertore della libertà dai vincoli, dalla morale è tutto nella teoria, nella piattaforma del suo nuovo credo: come sottolinea, con qualche acredine, Trockij, si trattava di un

moralismo, anche se a rovescio. L’anarchismo della carne, l’arcybaševismo non sono che una predica continua e fastidiosa: “non abbiate paura, non abbiate dubbi, non vergognatevi, non fatevi scrupolo, prendete dove potete” […] il saninismo è la più criminale spogliazione della personalità […] una disperata utopia 6.

************

La donna è femmina, e questo prima di tutto! […]
Scimmie nude, rosee, grasse, senza coda, ecco  tutto! 7  

     Sanin torna a casa, dopo molti anni di assenza, come ne fosse uscito da poco: ha capelli biondi e spalle larghe e voce tranquilla e ferma e un sorriso attento, mentre lo sguardo è immerso in se stesso; non amava e non odiava nessuno; era, la sua, una vita priva di un’idea generale. In giardino abbraccia la sorella Lida e le esprime la propria ammirazione per la sua bellezza con una voce strana, “non si sa se carezzevole o sinistra”, e il contatto tra il suo braccio muscoloso, di ferro e il flessuoso e tenero corpo di Lida suggerisce a quest’ultima l’approssimarsi di un’”invisibile fiera”.

     E così, mentre si evoca il motivo dell’incesto (come accadrà più tardi in altre scene), pruriginoso quanto basta a incoraggiare attese che non si avrà il coraggio di soddisfare, ma che rimarrà a lungo pendente sulla storia come una possibilità, si sottolinea la condizione di “preda” della donna, la cui descrizione Arcybašev limita sempre a tre qualità: alta, slanciata e bella; in questo gioco di gesti formulaici potremo non sapere di quale colore siano gli occhi della sua eroina, ma saremo sempre messi al corrente di come sia il suo seno. Egli descrive non donne, ma corpi, organi, frammenti, ricorrendo a termini strettamente fisici, di dimensione e foggia degli organi, per colmare la vacanza di una realtà mentale ed emotiva; di qui, spesso, il vicolo cieco dell’astrattezza e della spersonalizzazione. Così, mentre un piccolo miracolo di rigidi stereotipi moribondi converge a sottolineare che “la cosa più importante in una donna è il seno”, dopo vengono le gambe, il ventre, i fianchi, e ciò soprattutto in momenti di eccitazione sessuale… Solo una cosa non c’è: la carne leggera (A. Blok). I colori con cui Arcybašev disegna la “vita” sono troppo chiari, troppo vistosi, “gridano”: per lui la “vita” è il corpo, i muscoli, il sangue, è tutto ciò che dimostra che la morte è lontana, che non c’è posto per l’inevitabile fine.

     Un pathos di concretizzazione, un feticismo dei dettagli che paiono, piuttosto, difendere dall’orrore del non-essere: la gioia di vivere di Sanin è nient’altro che il più al posto del meno, un festino in tempo di peste:

Da noi non c’è la peste, ma c’è la controrivoluzione […] Ci sono dati più che sufficienti perchè la morte sieda in un angolo rosso anche ai nostri festini, come al tempo della peste fiorentina o del terrore a Parigi […] Ai sensi ottusi occorre un eccitamento acuto 8.

     Senza aver fatto in tempo ad entusiasmare il lettore dinanzi alla gioia della vita, Arcybašev si sforza invano di spaventarlo: ecco in Sanin il gemito di Semënov, la cui agonia imbarazza e irrita gli astanti, gemito prolungato e interrotto dal respiro difficile, Semënov che poi Jurij immaginerà “nella tomba, col volto in putrefazione, col corpo pieno di vermi, che lenti e ripugnanti brulicavano nella poltiglia in decomposizione, sotto l’uniforme umida e grassa, e ormai verdastra”, in una sorta di “flirt con la morte” (L. Fiedler) collerico e angosciato.

     Ed ecco – in una scena tutta giocata sotto il segno di Dostoevskij – la prova generale del suicidio di Jurij: ha accostato alla tempia un revolver, ha premuto il grilletto, ma tutto si è concluso con un suono metallico, nient’altro. Quindi, avvicinatosi allo specchio, interrogandosi sulla propria vigliaccheria, vi ha visto viceversa un volto severo e trionfante e, sforzandosi di non attribuire alcun significato a quest’atto di autocontrollo,  si è fatto la linguaccia, per poi allontanarsi. Poco dopo, nel sonno,

gli parve che qualcuno, pesante e ingombrante, gli sedesse sopra, accendendosi di una sinistra luce rossa. – E’ il diavolo!, con terrore risuonò nella sua anima.
Jurij fece sforzi convulsi per liberarsi. Ma il Rosso non se ne andava, non parlava, non rideva, si limitava a schioccare la lingua. Era impossibile discernere se lo facesse in modo beffardo o seducente, e ciò era tormentoso…

     Vengono alla mente le parole di Lunačarskij –  futuro commissario del popolo per l’istruzione -,    sul “pessimismo estetico” dei decadenti, sul loro trovare uno scopo nell’”immersione nel nulla, nel graduale arrestarsi”, nello sforzo di spaventare l’umanità con la vita e di attirarla con la “bellezza” della morte, del non essere, facendo della negazione della vita il senso della vita stessa. Una letteratura per Lunačarskij pensata per il filisteo, “grigio, medio”, che

il suo pessimismo […] desidera innalzare a filosofia mondiale della tragicità della vita, i suoi attacchi di nervi – a impronta di una particolare elevatezza culturale, la propria malinconia a tristezza enigmatica e affascinante 9.

   La vera svolta dunque è in questa improvvisa “espansività”, così lontana dalle tradizioni consolidate  e che richiama come unico, ancorchè autorevole, precedente, le Memorie del sottosuolo (il cui eroe, secondo Gor’kij, include in sé Nietzsche e Des Esseintes e O. Wilde, Le disciple di Bourget e Boris Savinkov), questa “crudele, sgradevole e autolesiva indagine della sofferenza” 10 che non aveva esitato a mettere in primo piano l’”intimità dell’anima brutalmente e prepotentemente violata” 11. La vera “immoralità” consisterebbe dunque nel mettere svergognatamente a nudo i sentimenti e le cose più intime, costringendo il lettore più che a leggere, ad origliare; nella sincerità sfrenata con cui ci si affretta a rivelare se stessi, la propria essenza; nel rifiuto di nascondersi come contraltare all’impotenza di fronte ai compiti posti dall’epoca e in particolare al “problema cardinale della letteratura russa”, quello del senso della vita, cui Sanin offre una replica non possibilista:

E’ vero, nessuno insegnerà a vivere: l’arte di vivere è anch’essa un talento. E chi non lo possiede, o andrà lui stesso in rovina, o distruggerà la sua vita, trasformandola in un misero vegetare senza luce e senza gioia.

     E questa è la situazione di Jurij. E’ come se aspettasse di essere legittimato a vivere, mentre spia costantemente se stesso, in attesa di qualcosa che possa essere all’altezza: “Vivere e immolarsi! Ecco la vera vita! Sì… Ma a chi immolarsi? Come?… In qualunque cammino mi gettassi e qualunque scopo mi ponessi, dov’è quell’ideale puro e indubitabile per il quale non sarebbe un peccato morire?”.

     Inevitabilmente, questo morire come improbabile riscatto smentirà se stesso, viceversa confermando in Jurij l’eroe dell’elusione e dell’indecisione: pencolante dunque sarà la sua morte, e priva del segno beante della soluzione purchessia:

Furtivamente sgattaiolò dietro una quercia, perchè non lo vedessero dalla veranda, e dando un’occhiata alla cameriera – Non noterà? – in qualche modo, molto velocemente e inaspettatamente, si sparò al petto. – Cilecca!, gli balenò in testa, insieme al repentino, tormentoso desiderio di vivere e al terrore di morire […] Le foglie, sulla sua fronte, si fecero velocemente pesanti, opprimendo la testa. Jurij allungò il collo, per vedere da dietro di esse ancora qualcosa almeno, ma le foglie si infittirono ancor più velocemente da ogni lato, fino a coprire tutto.

     Egli muore controvoglia, intrappolato nel gioco senza sbocco della deriva e dell’inappartenenza, della propria inopportunità biografica. Incapace di autodefinizione, dilaziona la ricerca di sé in incontri/scontri con l’Altro, gli altri, di cui forse, dostoevskijanamente , vorrebbe provocare la lode, o almeno un’ipotetica giustificazione, nel mentre si spezza in decine di parti, tra le calosce e il superomismo. Autentico “uomo del sottosuolo”, Jurij si espande nel soliloquio, almanaccando su ciò che di lui pensano e possono pensare gli altri, sforzandosi di precorrere ogni coscienza altrui. In un romanzo così premeditato, che mette intenzionalmente le cose (e anche gli uomini) al loro posto, il partito preso (divinizzare Sanin) libera Arcybašev dalla tentazione di mummificare anche Jurij, quest’essere risentito che ha bisogno di farsi male contro la vita per sfuggire ai suoi sillogismi ingarbugliati.

    Sanin, come si sa, partirà “incontro al sole”: dietro la sua maschera traspare, finalmente denudata, quella dei “vagabondi” gor’kijani, il cui romanticismo non a caso era stato a suo tempo accostato al nietzschianismo.

    Sanin parte per nessun luogo, “senza valigia” e senza scopo e il romanzo diventa, così, romanzo dello spreco.

    Resta, a rimandarci un’epoca, un’ultima scorata riflessione: 

Non è la prima volta che la letteratura russa celebra i filistei e grida loro: “osanna!”. Cos’è, se non un filisteo, il gogoliano Kostanžoglo? O il gončaroviano Aduev senior? O Štol’c? O Solomin? Ma il villanzone, il villanzone non l’ha mai glorificato, il villanzone con siffatti discorsi noiosi, appiccicosi, con siffatti gesti posati à la Smerdjakov. Che cosa è dovuto accadere nella vita russa, quale ribaltamento di idee, di ideali, di valori, perchè uno scrittore giovane (e di talento) recasse e ponesse su un piedistallo, e ornasse di fiori il figlio di Lizaveta Smerdjaščaja? 12


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NOTE
  1. K. Čukovskij, M. Arcybašev, in Ot Čechova do našich dnej (da Čechov ai nostri giorni), S. Peterburg 1908, p. 84
  2. M. Arcybašev, Sanin, UTET 2009, pref. di P. Nori, trad. it. Di I. Torresi.  Uno schema scarnito del romanzo potrebbe iniziare dai personaggi: accanto al protagonista, portabandiera della corrente, diciamo così, “epicurea”, tornato a casa dopo molti anni di assenza, dopo aver lasciato perdere la lotta politica, quando ciò gli era venuto a noia, c’è un gruppo di giovani non ancora rapiti dal verbo di Sanin: i “tolstojani”e i “rivoluzionari” – e tra questi Jurij, suo antagonista -, oltre a un altro gruppo, limitato ad interessi meramente “animali”. Il romanzo si incardina su due fabuly distinte e indipendenti nel loro sviluppo, ma sorprendentemente simili: in entrambe tre protagonisti, una donna e due uomini che la corteggiano, di cui uno è un idealista amletizzante, l’altro viceversa “maschio” e “audace”. Le peripezie che ne derivano danno il destro a Sanin di disquisire di aborto, libero amore, matrimonio….Seguono alcuni suicidi, e queste morti pesano su Jurij, invaso da pensieri sempre più dilanianti. Infine, l’epilogo: suicidio di Jurij, “discorso funebre” di Sanin (“Che c’è da dire, qui?,,,C’è uno sciocco di meno al mondo, ecco tutto!”), suo definitivo disgusto, sua partenza “incontro al sole”.
  3. G-r. G. (G. A. Grossmann), “Sanin” i nemeckaja kritika (“Sanin” e la critica tedesca), in “Russkie vedomosti”, 1909, n. 3.
  4. Cit. in N. P. Rozanov, Kryl’ja smerti (Tvorčestvo M. Arcybaševa) [Le ali della morte (l’opera di M. Arcybašev)], Vladikavkaz 1913, p. 4.
  5. A. E. Red’ko, Kuda devalas’ Varen’ka Olësova? (Okolo “problemy pola” i okolo kupal’ščic) [Che fine ha fatto Varen’ka Olësova? (Intorno al “problema del sesso” e intorno alle bagnanti)] in “Russkoe bogatstvo”, 1908, n. 12.
  6. L. Trockij, Eros e la morte, in Letteratura e rivoluzione, intr. E trad. di V. Strada, Torino 1973, p. 250.
  7. Qui, come nelle pagine seguenti, cito direttamente dall’edizione russa di Sanin, Berlin 1921 (a parlare in questo passo è Ivanov). Negli anni ’20 Berlino era centro di una nebulosa dispersione degli emigranti russi: astiosi progetti di rivincita dei “bianchi” accanto a manovre, scarsamente dissimulate, di segno opposto. E poi c’erano i propagatori, tramite il discorso mediato delle ultime acquisizioni artistiche sovietiche, di un’idea politica tutt’altro che asettica nel suo tentativo di consolidare l’identificazione tra comunismo e avanguardia e, mediante questa, rafforzare la posizione dell’avanguardia intellettuale all’interno della Russia stessa… Se già da tempo la Germania era luogo d’incontro tra Oriente ed Occidente, dalla fine del 1920 all’inzio del 1924 Berlino fu la capitale letteraria e artistica dell’emigrazione russa, offrendo condizioni propizie alla fondazione di case editrici, giornali e riviste al cospetto del duplice problemadi riavvicinare la Russia sovietica e quella dell’emigrazione, e di favorire gli scambi tra Urss e Occidente, bloccati dai tragici avvenimenti.
  8. Nik. Rossov, O starych bogach i novych nastroenijach (I vecchi dei e i nuovi stati d’animo), in “Poznanie Rossii”, 1909, n. 2.
  9. A. V. Lunačarskij, O chudožnike voobšče i nekotorych chudožnikach v častnosti (Sull’artista in generale e su alcuni artisti in particolare), in “Russkaja mysl’”, 1903, n. 2.
  10. C. Magris, Voce Narrativa, in “Enciclopedia del Novecento”, v. IV, Roma 1979.
  11. M. Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Firenze 1948, p. 352.
  12. K. Čukovskij,  op.cit.,  pp.82-83.

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