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Argentina 78

di Alessandro Terzetti

Ricordo quando apparve nel locale la prima volta. Era il giorno della finale dei mondiali ‘78 e tutti, dico tutti, erano pronti per la partita più importante della storia. Figuratevi, il primo mondiale giocato in Argentina. E non esagero a dire che per strada non passava una macchina, che le serrande dei negozi erano abbassate dalla sera prima, che le scuole erano chiuse. Quello era il mondiale del Generale, il manifesto che nel suo paese non esisteva guerra, e quando si parla di calcio, qui da noi, la politica assume gli stessi due colori per tutti: bianco e celeste. A me di pallone non è mai interessato, tanto meno se c’era di mezzo il Generale, così il mio locale l’avevo lasciato aperto anche se sapevo che non si sarebbe fatto vivo nessuno. Mi sbagliavo, perché all’improvviso entrò lui.

Indossava un soprabito lucido di pioggia, gocciolante lungo le maniche, stretto in vita da un brandello di tela che lasciava intravedere il petto nudo. Non aveva scarpe. Era vestito in maniera tutto sommato decente, e oltre al fatto che fuori splendeva il sole non notai niente di strano. In quegli anni ero abituata a ogni tipo di disperazione, a vedere di peggio di un soprabito zuppo d’acqua in una giornata di sole. Ricordo che si guardò intorno come se dalla scelta che stava per fare dipendesse il resto della sua vita. Poi si diresse verso i bagni, notò il tavolo in angolo tra la penombra del retrobottega e la porta della cucina, tirò fuori dalla tasca un pacchetto di Jockey Club rosse e ce lo appoggiò sopra. Appena seduto si accese una sigaretta con uno dei fiammiferi che tenevo sempre a disposizione dei clienti, dentro un bicchierino da rum al centro del tavolo. Lo portò alla bocca, attentamente, come se la fiamma in bilico sulla punta potesse cadere da un momento all’altro. Dopo la prima profonda boccata, con un cenno della testa indicò la bottiglia di Fernet alle mie spalle. Servito. Le due ore successive le passò a osservare il ghiaccio sciogliersi nel bicchiere insieme al liquore brunito che via via si faceva più chiaro, senza mai portarselo alla bocca. Lo teneva davanti, lo smuoveva di tanto in tanto afferrando il bordo del bicchiere con due dita e poi lo rimetteva giù. Fumava, soprattutto, una sigaretta dopo l’altra. Dopo quel giorno si sarebbe seduto a quello stesso tavolo per quasi due settimane. Del suo mondo erano parte solo cenere e ghiaccio. Fino a che non si fece più vedere.

Tra i clienti c’è chi si racconta, chi si lagna, chi ascoltandoti spera di trovare qualcuno messo peggio di lui. Poi ci sono quelli che negli anni puoi quasi chiamare amici, con i quali arrivi al punto di confidarti, di parlare della tua vita al di là di questo bancone, quelli che se non vedi per un po’ cominci anche a domandarti che fine hanno fatto. Con loro mi fermo quasi tutte le sere, dopo l’orario di chiusura, per un paio di mani di poker e qualche birra. Ecco, loro sono la mia famiglia. E se non ci fossero loro, beh, credo proprio che non mi resterebbe nessun altro al mondo. Ma quell’uomo apparso all’improvviso quel giugno lontano aveva qualcosa di diverso, qualcosa che risvegliava in me sensi sopiti o sconosciuti, qualcosa che negli altri non esisteva, che non era sulla mia lunghezza d’onda. Sentivo di condividere con lui ribellione e rabbia, sentimenti vietati a quei tempi, che facevano di noi creature dannate. Alle tre in punto entrava dalla porta a vetri e fino alle cinque, cascasse il mondo, sarebbe rimasto seduto al solito tavolo con il bicchiere pieno e una Jockey tra le dita. Cosa avrebbe fatto appena uscito o cosa avesse fatto prima di entrare non l’ho mai saputo, ho scelto di non volerlo sapere. L’avrei messo in pericolo per un’impressione. E poi era così che andava tra di noi, quello che rendeva tutto speciale. Io servivo Fernet e fiammiferi, lui pagava. Punto.

Quando stamattina ho aperto il quotidiano mi è servito del tempo prima di capire. Dopotutto sono passati quasi quarant’anni, ma poco a poco il ricordo di quelle ore è riaffiorato come un alone di rosso sul collo bianco di una camicia. Ho letto l’articolo in prima pagina tutto d’un fiato. Parlava del Generale, diceva che era morto, diceva che forse lo avevano ammazzato. Tanto meglio, brutto bastardo, mi sono detta. Diceva che i secondini hanno parlato di un sospetto. Diceva anche che era riuscito a scappare e che avevano scoperto un messaggio scritto sul muro del penitenziario di Marcos Paz. Così diceva l’articolo.

Quando ho richiuso il quotidiano sono rimasta ancora un po’ a pensare. Poi sono venuta al locale, ho lasciato che entrasse l’aria fresca della mattina, ho riordinato i tavoli, pulito il bancone, spolverato le bottiglie, tirato fuori dalla cantina l’ultima di Fernet rimasta. Poi mi sono messa a cercare uno di quei bicchierini da rum che usavo un tempo come portafiammiferi, l’ho riempito con una manciata trovata nascosta in fondo a un cassetto e l’ho appoggiato lì, sul suo tavolo, proprio come allora. Ma non era ancora abbastanza. Allora mi sono guardata intorno nel locale deserto, verso la porta a vetri, nella strada trafficata e poi, da qualche parte, nel retro, mi sono ricordata di un pacchetto di Jockey rosse ancora nuovo di zecca.

Ecco, adesso sì, adesso non manca più niente.

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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