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Sulla scrittura «plate» di Annie Ernaux

di Ornella Tajani

Sono rimasta colpita dalle critiche mosse alla scrittura «piana» di Annie Ernaux all’indomani del Nobel, come se tale scrittura fosse in fondo facile, non letteraria, robetta: mi è sembrato quasi il «potrei farlo anch’io» che si sente davanti alle attese di Lucio Fontana, per fare un esempio.
Nel mio piccolo non credo di aver mai usato questa definizione per parlare della sua opera, preferendo quella di scrittura misurata, che procede per sottrazione, raggiungendo una sapiente condensazione. Per questi motivi non è affatto una lingua facile da tradurre – come per altri versi non lo è quella di Ágota Kristóf -, lo si capisce anche soltanto quando si è alle prese con un passaggio da inserire in italiano nella recensione a un suo testo ancora inedito: a volte una frase, che magari prevede una rapida successione di immagini perfettamente montate, appare come un minerale, impossibile da scomporre o da scalfire.
La definizione di «scrittura piana» rinvia all’écriture blanche, usata da Roland Barthes nel parlare, fra gli altri, di Camus (associazione che Ernaux ha in realtà rifiutato); è lei stessa a utilizzarla in varie occasioni, ad esempio nel video che segue, in cui spiega che cosa intende: intende il fatto che quando scrive non sceglie un termine perché è “beau”, ma perché è ”juste”.
Con estrema semplicità ed efficacia, Ernaux fornisce una chiave della propria opera, che va oltre lo stile; e, se vogliamo soffermarci sullo stile e sulla sua presunta scarsa complessità, risulta evidente quanto trovare il termine “giusto, esatto” sia molto, molto più difficile che trovarne uno bello.

1 commento

  1. Concordo in pieno. Mi sembra di ricordare Hemingway, altro premio Nobel (come Neruda) snobbato oggi dai “fàmolo strano” modaioli, quando diceva di servirsi di parole da 5 centesimi, non da 5 dollari, ma usate come si deve. L’esattezza è importante, ma lo è anche il contenuto. Le cose tutto stile e senza anima sono stucchevoli. Berardinelli lo conferma. L’aggettivo “plat” riferito al linguaggio della Ernaux mi fa pensare anche alla canzone di Brel, al “Plat pays” dallo stile pianeggiante, continuo come un “walking bass” di Bach. Un’immensa pianura per nulla banale, nella quale ogni scarto diventa cattedrale, torre o campanile sul quale “demoni di pietra agguantano le nuvole”. Pochi, oggi, hanno il coraggio della semplicità

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ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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