Diacronie antifasciste. Breve dialogo post-elettorale

di Lisa Ginzburg e Davide Orecchio

Foto di © Simona Caleo

Questa conversazione si è svolta tra il 21 ottobre e il 5 novembre 2022

DO Ti è capitato di fare sogni politici? A me sì. L’estate passata, nel pieno di una campagna elettorale dalla quale francamente cercavo di sottrarmi in tutti i modi, evitando di seguirla per quanto potevo, ho sognato Giorgia Meloni. Ma non mi sono limitato a sognarla. Ho sognato che mi batteva i pezzi! È stato impressionante. Succedeva sulla scalinata che, a Spoleto, scende verso il Duomo. L’avevano riempita di lunghi tavoli di legno da sagra o da festa dell’Unità. Proprio lì, dov’ero seduto a bere birra o mangiare pizza, si è avvicinata “lei”, e mi ha chiesto con gli occhi dolci in quale anno fossi nato, e ha detto che era un anno bellissimo. Ero allibito. Giorgia Meloni ci stava provando con me? Allora sono scappato sotto al tavolo, dove dopo un po’ è venuta a recuperarmi mia moglie. L’ho interpretato come un pessimo sintomo della stagione politica. In fondo sono figlio di un antifascista e partigiano (per quanto mio padre fosse arrivato all’antifascismo attraverso un percorso complesso), e sono finito sotto a un tavolo per sfuggire alle avances di un’erede del fascismo. Il fatto che mi sia accaduto in sogno forse non è un’attenuante.

Tenere alta la guardia

LG No Davide, non mi è mai capitato di fare sogni “politici”, ma capisco bene la temperie che ha interpellato il tuo inconscio e lo ha fatto così lavorare “mandandoti” questo sogno. Sentivamo arrivare quello che poche settimane fa è poi accaduto; e il “sentire arrivare” genera un’ansia sottile, che si annida nelle pieghe più riposte delle nostre psicologie. Guardando indietro agli ultimi mesi, vedo un’agitazione soggiacente che ci ha coinvolto tutti, e che esprimeva questo presagio. Si sapeva che sarebbe andata così, ma poi certo, lo sgomento di fronte alla realtà è diverso, maggiore, più crudo, più ammutolito ancora. Un sogno anche, il tuo, che racconta di questa strana e perversa seduzione che la figura di Giorgia Meloni (il suo personaggio, mi viene da dire piuttosto, trattandosi di qualcuno che ha artatamente costruito un’immagine stratificata di sé) esercita su molti, donne e uomini. Leggo qua e là pericolosi esercizi di sostanziale ammirazione che si appuntano sullo stesso aspetto di questa figura da te sognato. Ovvero il suo blandire, volere piacere, rassicurare attraverso un subdolo messaggio che dice: “non sono quello che credevate, ma qualcos’altro di più accettabile, responsabile, regolato e luminoso”. 

Penso che occorra e occorrerà tenere alta la guardia su simili rischi di conciliatorio apprezzamento per questa neo premier che a ogni costo si vuole “nuova”. Andare sotto il tavolo come hai fatto tu nel tuo sogno, e da lì guardare la realtà. Stare a vedere, senza coprirsi gli occhi con nessun velo. Come figli e nipoti dell’antifascismo (cui tuo padre arrivò secondo vie complesse, i miei nonni secondo strade più dirette, molti altri secondo cammini di volta in volta sia intricati che netti) penso che allo stato attuale (a sconfitta avvenuta) questo soprattutto sia il faticoso impegno: stare a guardare, senza cedere a nessuna lusinga ma nemmeno a nessun pessimismo catastrofista ed eremitico. Vedere, saper vedere, e quando – anche tra poco – sarà necessario, agire, opporsi, reinventare forme di contrasto che da tempo invece sono morte (da quella morte, anche, l’angoscia premonitoria degli ultimi mesi prima dei risultati elettorali).

Il riscatto dovrebbe essere il nostro

DO Devo ammettere che il mio era un sogno di fuga, e per questo me ne sono vergognato. Tu lo nobiliti per generosità o buona educazione, ma io ero scappato sotto al tavolo non tanto per guardare meglio la realtà quanto per nascondermi in un posto cieco e invisibile. Ti ho mandato queste domande pochi giorni dopo il toccante discorso di Liliana Segre al Senato, umiliato dall’elezione di La Russa e Fontana alle presidenze del Parlamento, e poche ore prima che Meloni presentasse la lista del suo governo. Poi, ascoltando i nomi di quei ministri, e mettendo a fuoco la composizione e il profilo del nostro nuovo esecutivo, come molti sono di nuovo caduto sotto al tavolo. 

Adesso che fare? Tu provi rabbia? Io penso che sarebbe naturale provarne. Penso che dovremmo coltivare un sano desiderio di rivincita, un desiderio peraltro inesaudito da molte decadi. In un’intervista tv ho sentito Meloni parlare dell’opportunità di riscatto offerta da questo voto a tanta gente rimasta sempre ai margini della politica italiana. È evidente a chi si riferiva. Ma credo che avesse torto. Una classe dirigente di cultura fascista o postfascista che dir si voglia offre voce a quella gente da quasi trent’anni. Sono diventati sindaci, ministri, governatori: La Russa e i suoi non hanno un problema di riscatto politico o culturale. Sono stabilmente insediati al potere. Siamo noi, eredi dell’antifascismo, ad avere un problema di riscatto, perché l’antifascismo è diventato da tempo un valore politico minoritario e frustrato.

Roma, 27 ottobre 2018, quartiere San Lorenzo. Manifestazione antifascista © Simona Caleo

La rimozione di una rimozione

LG Personalmente non credo molto al concetto di “rivincita”. Le stesse nemesi, di cui la Storia è intessuta (e tu come scrittore questo lo sai e lo hai raccontato molto) le leggo come riscritture e ricalibrature, più che come vendette. L’antifascismo è diventato minoritario, credo sia vero, ma se è accaduto è stato anche perché non c’è stato un palese fronteggiamento del postfascismo, non riconosciuto come tale, non nominato, non compreso nelle sue continue propaggini ancorate via via a ogni presente nel corso del dopoguerra. L’adagio “può sempre tornare” riferito alla mentalità fascista probabilmente sarebbe stato più pregnante e trascinante se formulato come un “non è mai finita”. 

Il pensiero di destra si è stabilizzato come tu dici, e più o meno carsicamente reinsediato, facendo leva su quell’elemento di mai completa, definitiva conclusione del fascismo. Un elemento che la sinistra non ha saputo tematizzare e denunciare abbastanza. Parlerei di “ritorno del rimosso”, con un rimosso che si è man mano trasformato intercettando populismi, tensioni, crisi, scontenti sociali tutti drammaticamente profondi ma dalla sinistra mai guardati con limpida e concreta visione progressista. Tra i tanti, paghiamo anche questo prezzo, mi pare: il prezzo della rimozione di una rimozione. Sento molta rabbia e frustrazione su questo, il “nostro” non aver saputo vedere e considerare, nella giusta luce, l’ombra.

La lunga durata di una mentalità

DO Il ritorno del rimosso: che bella espressione hai trovato. Ed è senz’altro vero quello che scrivi: non è mai finita. Senza voler ricorrere a categorie storiografiche che mi sembrano purtroppo passate di moda (Claudio Pavone parlava negli anni Novanta di “fascismo esistenziale”) vorrei mettere a verbale che neofascismo e postfascismo non sono mai stati troppo ai margini della storia politica italiana, a cominciare da un lontano 10 ottobre 1947, quando Giorgio Almirante organizzò una manifestazione di massa missina a Roma, in piazza Colonna, mentre in Parlamento si approvava la Costituzione democratica e antifascista. 

La cultura politica fascista non è mai stata sradicata dalla società italiana – complice anche un’epurazione mancata nel dopoguerra –, e si è via via ripresentata in forme camaleontiche, a volte con violenza, a volte con una moderazione di facciata. A questo punto dobbiamo chiederci, però, quale sia stata la responsabilità dell’antifascismo storico, costituente, e quale il suo fallimento nel non saper uscire da una sfera postresistenziale elitaria, sempre più minoritaria, probabilmente anche a causa di un discorso pubblico su Resistenza, 25 aprile e dintorni troppo retorico e quindi poco convincente. Stiamo parlando degli anni della Prima repubblica. Dal 1994 in poi, data spartiacque, tutto cambia, e l’antifascismo evapora anche sul piano istituzionale e del discorso pubblico. Si trattasse di un naturale appassimento, perché il tempo scorre e la storia cambia, mi metterei l’anima in pace. Ma nel frattempo, come spiegavi tu sopra, la mentalità politica, l’indole postfascista di lunga durata ha resistito e, alla fine, ha prevalso.

Un’improvvisa paralisi

LG Temo che non abbia giovato certa aura mitologica che è andata creandosi intorno al mondo antifascista, ai suoi valori morali, a un integerrimo attraversare la vita come fu per gli antifascisti della generazione dei miei nonni, poi nel tempo ammantato di un’ammirazione giusta ma anche inibitoria verso possibili evoluzioni di medesimi valori. Qualcosa di portato idealmente troppo in alto per non bruciarsi le ali nel contatto con la terra. L’“evaporazione” dell’antifascismo di cui dici, ha alle spalle molti decenni di un discorso giustamente molto orgoglioso di quei valori, ma senza una reale capacità diacronica di trasporre quegli stessi valori nei frangenti storici successivi agli anni della Resistenza. Non uso a caso il termine “diacronia”, molto importante nel tuo ultimo libro Storia aperta. Un’attitudine al fluido fluire insieme al tempo, una necessità endemica di riattualizzazione e ricontestualizzazione che mi pare nel discorso italiano sull’antifascismo non abbia trovato sufficienti esiti. Ogni enfasi cristallizza, e questo vale anche per le forme di ammirazione le più sacrosante. L’enfasi cristallizza, la cristallizzazione paralizza.

Sempre e solo la destra

DO Constatazione a margine, e anche piuttosto banale: a me sembra che nelle ultime tre decadi della storia politica italiana le più importanti novità siano state di destra o populiste. Un laboratorio anche interessante, visto con lo sguardo esterno di un entomologo, ma noi purtroppo l’abbiamo vissuto: Lega, berlusconismo, varie aggregazioni postfasciste, i 5Stelle di Grillo che sfondarono la soglia del 30%. Non so se sei d’accordo. Ma, mi chiedo, perché?

LG Banalmente, ribadisco, c’è stato un problema di sguardo. Si è perso il contatto con la gente, si è smarrita la capacità e l’umiltà di guardare, penetrare, ascoltare. I partiti e le correnti che citi, pur nella loro assoluta faziosità e miopia, almeno in principio, al momento del voto, sono sembrati a moltissimi italiani forme di visione, paradigmi di prospettive nuove. Si guarda a ciò che si spera ci guardi. Non c’è dubbio che molta parte della popolazione dalla sinistra italiana non si è sentita vista, né ascoltata. 

Roma, 25 aprile 2015: la manifestazione dell’Anpi a Porta San Paolo © Simona Caleo

Anestetizzare qualunque cosa, oppure rinascere

DO E del Pd cosa ne pensi? A me sembra un partito in grado di “anestetizzare qualunque cosa”, come ha detto Fabrizio Barca a Repubblica. Io francamente, pur avendolo votato il 25 settembre, non lo capisco, il Pd, per com’è fatto, così chiuso e impermeabile, così moderato e istituzionale, così elitario nella sua composizione sociale, così inadatto a essere di sinistra. Bisognerebbe proprio rifarlo da zero, no?

LG Sì, sì e sì. Rifarlo da zero. Ci vuole un bagno di umiltà per ricominciare da zero, ci vuole silenzio, ci vuole decidere di rinascere. Le rinascite penso abbiano a monte delle scelte, sofferte, categoriche. Non conosco molto il Pd per aver smesso di seguirne le gesta (e le moltissime non gesta) tanti anni fa. Certo convengo che i suoi più noti esponenti e deputati portano addosso una coltre di polvere, di grigio, l’aura sbiadita che dà il mancare di concretezza. Dalle cose bisogna ripartire, dalle cose reali, dai fatti, dai dati, dai bisogni delle persone. E dalle ceneri rinascere, portati dal vento nuovo che sebbene invisibile invece da qualche parte spira. Ma ci vuole per fare tutto questo un grande coraggio, compreso il coraggio di dire che si è sbagliato praticamente tutto, nella strategia così come nelle azioni. Non vedo questo coraggio e questa umiltà se non in figure di politici più giovani (come Elly Schlein, di sicuro una eventuale Segretaria del Pd dinamica e preparata). 

Ambizioni maggioritarie

DO Ma la sinistra oggi, secondo te, che cosa dovrebbe essere e chi dovrebbe rappresentare? Io ragionerò in maniera semplice ma la penso così: se la sinistra non rappresenta il lavoro, non è. La sinistra contemporanea viene da quello, dalla rappresentanza del lavoro, anzi viene dopo: prima nacquero le leghe operaie e bracciantili, e dopo i partiti. È chiaro che oggi, dicendo “lavoro”, si intende un mondo articolato e complesso. Ma anche se un lavoro non ce l’hai, o se lo hai precario o sottopagato, o se hai studiato o vuoi studiare ma vieni da una famiglia non abbiente, o se – a qualsiasi età – hai bisogno di ospedali pubblici che funzionino, o se appartieni alla comunità LGBTQ+ ma non hai il reddito per sostenere un progetto di vita (paternità, maternità, famiglia), tu a quel mondo appartieni, al mondo delle persone (il 99% del famoso slogan) che definiscono la propria identità in relazione al lavoro, e hai diritto a un grande partito di massa, con ambizioni maggioritarie e non minoritarie, che rappresenti i tuoi bisogni. 

Un partito “intersezionale” che sappia difendere i diritti vecchi (laburisti, sindacali) e nuovi (di genere, individuali, di comunità, dei migranti) a nome di tutti coloro che non sono nati con un conto in banca già aperto che li aspetta. E che lo faccia sempre ponendosi il tema della sostenibilità ambientale, della preservazione del mondo che abitiamo. E poi: un partito che trovi e promuova la sua classe dirigente non solo nelle élite, ma ampiamente nei ceti che vuole mobilitare, e che faccia piazza pulita di tanti cacicchi ormai impresentabili. Perché nessuno prova a farlo?

Una sinistra troppo borghese

LG Come dici, il mondo del lavoro è anch’esso in profonda trasformazione, e ascoltarne le difficoltà, le necessità, le istanze presuppone un’aderenza alla vita reale che nella sinistra degli ultimi decenni è mancata del tutto. Quando pochi giorni prima del 25 settembre mi è capitato per caso di guardare alla televisione Enrico Letta rispondere con alterigia alle critiche mosse al Pd da parte dei rappresentanti sindacali, ho avuto conferma di ogni presagio. Quella sera ho capito che avremmo perso, e perso con una sonora sconfitta. Ci sono valori che sono andati perduti perché molta parte della sinistra italiana si è auto-connotata (o è stata connotata) come borghese, e la borghesia capisce il lavoro in astratto, lo vive e lo conosce e lo difende in forma ideologica molte volte più che pragmatica e reale. 

Le competenze per comprendere le ragioni storiche e sociologiche profonde di questo spostamento di identità, via via più borghese, della sinistra italiana, non le ho; ma il processo di metamorfosi in senso privilegiato e lontano dalle masse a me pare di palmare evidenza. In concreto, basterebbe cominciare con il dare voce e spazio a a chi il lavoro lo conosce, lo fa, lo patisce (ne patisce la mancanza). L’elezione di Aboubakar Soumahoro (sindacalista allievo “morale” di Giuseppe Di Vittorio), una perla nel mare inquinato di queste elezioni, è un punto di partenza: molto altro in quella stessa direzione dovrà accadere, per riacquistare presa sulla realtà e, di lì, credibilità politica.  

Una storia francese

DO Leggendoti mi è venuto in mente il libro di Didier EribonRitorno a Reims, che racconta una storia francese ma secondo me calza perfettamente nella nostra discussione. Eribon, intellettuale, sociologo affermato, militante gay, ritorna nei tempi e nei luoghi delle sue origini proletarie e ci mostra i genitorioperai nella seconda metà del Novecento, sfiancati da un lavoro di fabbrica o di servizio iniziato in giovane età, poco istruiti, fieri elettori del Partito comunista francese, non tanto per un qualche interesse nella dottrina bolscevica di Lenin e Stalin quanto per un genuino interesse di classe. Poi, a partire dagli anni Novanta, tutto cambia. Eribon illustra un mondo che va a destra. Anche la sinistra francese va a destra. Tutti vanno a destra. E i suoi genitori iniziano a votare il Fronte nazionale di Le Pen. Una scelta politicamente disperata, perché non trovano più alcun partito che risponda ai loro bisogni di classe. 

La perdita di identità della sinistra europea ha insomma una lunga storia alle spalle. Ma, di quel mondo dal quale proviene, Eribon racconta anche le possibili inclinazioni omofobe e xenofobe, a volte – questa è l’opinione di Eribon – incoraggiate dalla stessa sinistra, e ci spiega che era (ed è) un ambiente, come tutti gli ambienti, che può subire il fascino politico della destra; oltre a essere un mondo che non ha mai compattamente votato a sinistra, anche nella stagione più potente della sinistra novecentesca. 

Per tornare ai nostri giorni, mi pare che entrambe le posture di una sinistra elitaria e anemica, autoconnotata come borghese, come scrivi tu, siano sbagliate e razziste: sia ignorare e quindi disprezzare la working class, sia idealizzarla secondo miti idilliaci che non trovano corrispondenza nella realtà. Invece quello che dovrebbe fare un, al momento, inesistente partito di sinistra è ascoltare, certo; dare voce, certo; rappresentare, certo; difendere, certo; e poi – ripeto – promuovere la working class a classe dirigente entro un ambiente politico, sociale, culturale intersezionale, dove la diversità e la solidarietà sono valori che si frequentano quotidianamente.

Foto: dall’Archivio storico della Cgil nazionale

La vita adulta non ha bisogno di dogmi

LG. Non parlerei direttamente di “incoraggiamento” di convinzioni destrorse da parte della sinistra, ma penso che le reciproche fascinazioni e potenziali vicendevoli emulazioni tra destra e sinistra costituiscano un tema antico, ambiguo, a suo modo scivoloso, come che sia di sicuro un tema. I manicheismi che più si sono irrigiditi hanno contemporaneamente lasciato spazio a trasmigrazioni, glissamenti di posizioni, porosità osmotiche nelle due direzioni inimmaginabili un tempo. Storie come quella dei genitori di Eribon sono numerose, in Francia e non solo. Raccontano forse di una confusione difensiva più che di pugnaci metamorfosi esistenziali, ma questo nulla toglie al loro essere parabole dall’impressionante traiettoria. 

Per tornare all’oggi, sì, certo, rimettere al centro del discorso politico la working class: a patto che voglia dire con feconda apertura intercettare e dare voce a posizioni non ancorate a dogmi, piuttosto, come tu dici, “intersezionali”. Ci vuole maturità per saper fare questo, la maturità dell’età adulta – l’adulto accoglie l’intersezione anziché sentirsene destabilizzato, forse anche lì è il punto.

Paura e speranza

DO Hai paura di un nuovo fascismo? Io forse no, però penso che qualcuno, più di uno, nelle nostre province, nelle nostre città, si sentirà presto legittimato ad alzare la voce e le mani. Voce e mani d’ispirazione squadrista. E che bisognerà restare vigili, soprattutto a difesa di persone e gruppi sociali più esposti e bersagliati. Per quanto mi riguarda non ho alcuna intenzione di scappare sotto a un tavolo, perlomeno nella mia vita diurna e cosciente.

LG Ho paura da molto tempo. Non ho più paura adesso di quanta ne abbia avuta negli ultimi anni con un populismo nei ragionamenti che ho sentito argomentare e alitarmi vicino, anche quando ero a Parigi, cioè lontano. L’Italia ha uno zoccolo duro di qualunquismo, di pressapochismo, di superficialità nel moto ondivago delle proprie opinioni. Queste elezioni confermano un processo in atto già da tempo. La paura soprattutto per me è che non si sappia trarre la dovuta lezione da questo disastro. Che ancora una volta non si riesca a scegliere di diventare un paese adulto, capace della maturità, dopo avere fallito, di voltare pagina e per davvero cambiare, imparando a guardare gli altri, il mondo, l’ambiente, la vita.

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2 Commenti

  1. è apparsa anche a me (!), all’alba della sua elezione, una Meloni vicina e amichevole. la sua presenza apportava effetti glitch ai contorni già evanescenti del sogno. il risveglio mi ha posto le vostre stesse domande su dove si collochi l’antifascismo oggi – la posizione del fascismo è evidente – ma ragionarne, figuriamoci tra sé e sé, si sta facendo sempre più difficile, dunque grazie di aver condiviso il vostro scambio :)

  2. Grazie a Davide e Lisa per aver dato voce a riflessioni condivise, mettendo in luce qualche punto essenziale: l’evaporazione dell’antifascismo a causa dell’incapacità “di trasporre quegli stessi valori nei frangenti storici successivi agli anni della Resistenza”, come scrive Lisa; l’importanza essenziale, per una nuova sinistra, di ripartire dal lavoro, come scrive Davide.
    Conosco bene il testo di Eribon ed è vero che racconta efficacemente il passaggio di voto a destra delle classi popolari francesi: il concetto di “confusione difensiva” e sicuramente una disperazione identitaria mi sembrano i due pezzi della risposta a questo cambiamento.
    Dunque, restiamo vigili, come dite: anche continuando a scrivere e dialogare.

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