Sul merito e sul valutare

di Alessio Barettini

 

Quando assegno un tema so che mi ritorneranno una ventina di testi tutti uguali e tutti diversi. Sto parlando di testi argomentativi, cioè testi dove si richiede di  esprimere un’opinione su un argomento circoscritto. Quello che mi torna è spesso un surrogato di sentiti dire di varie provenienze, note e imprevedibili allo stesso tempo. Fin qua nulla di male. C’è chi a 16-17 anni è già formato e riesce a costruire un testo adeguato, coerente, che rispetta cioè quegli indicatori che gli insegnanti di italiano usano per valutare i temi. Altri sono più deboli, lavori senza precise idee su alcune questioni, parvenze di opinioni strutturate di studenti in difficoltà anche solo a riconoscere il problema di fondo. A volte fanno grande fatica anche solo a decifrare la richiesta e si affidano quindi, in modo spesso confuso, a quell’insieme populistico di affermazioni che li collocano  a suffragare una data argomentazione senza neppure sapere perché stiano scegliendo quella particolare parte e non un’altra, che invece escludono, ancora, senza sapere esattamente i motivi di tale scelta. Si affidano quindi a un istinto, che non è detto sia il loro, a una modalità di scrittura che più che altro si compone di diverse influenze e le fa stare insieme in modo confuso, come confuso è il messaggio che arriva da: serie tv, social, post di instagram, video di tik tok, ma anche opinioni familiari, discussioni prese qui e là. Insomma un gran caos.

Il punto è che, al di là della difficoltà stessa di scrivere un testo argomentativo compiuto (arginabili didatticamente in vari modi, uno recente molto convincente qui https://laletteraturaenoi.it/2022/09/26/prima-di-argomentare-progettare-unargomentazione/), prima cioè di uscire da questi tentativi incompleti di strutturazione di queste forme sincopate, accelerate, di scrittura, bisogna sempre riconoscere che i testi che arriveranno all’insegnante saranno inevitabilmente anche tutti diversi, perché diversi sono i ragazzi, diverse le loro esperienze, diverse le loro famiglie. Non posso credere che un’allieva propositiva, esuberante, intelligente scriverà allo stesso modo della sua compagna che è così timida da avere un tono di voce che non si riesce a sentire se non da molto vicino, (siede sempre al primo banco), con problemi alle spalle di cui non sospettiamo neppure l’esistenza. La prima probabilmente produrrà un testo che rispetta i canoni valutativi richiesti, li anticiperà, forse, insomma scriverà un testo in lizza per ottenere una valutazione alta. La seconda produrrà probabilmente un testo che a un primo sguardo si giudicherebbe poco coeso. Tuttavia può darsi che l’allieva in questione, la timida, per semplificare, farà un grande sforzo per ordinare i suoi pensieri in un testo coerente, sbagliando forse a individuare le motivazioni, scegliendo delle argomentazioni minori, dando poco peso ad altre che forse reputerà ovvie o troppo distanti, e girerà in tondo alla questione senza essere realmente incisiva. Ma come chiederle di esserlo, se il suo pensiero non è ancora formato?

Per questo valutare è sempre un atto arbitrario, retorico, che include parametri che possiamo sforzarci di esplicitare ma che non è detto siano universalmente compresi. Dico retorico ma potrei dire iperbolico, dato che una valutazione mediamente prende alcune caratteristiche della persona e le esagera fino a farle diventare totalizzanti. Certo, il voto non è personale, ma è inevitabile che venga percepito come tale dagli studenti, essendo alto il peso che ha, in famiglia, fra loro, nella scuola stessa. Inevitabilmente.

Si sta parlando di merito, in questi giorni. L’occasione è ambigua, forse nefasta, ma almeno se ne sta parlando in modo finalmente completo. La meritocrazia ha una storia, anche parecchio giovane, ma queste mie considerazioni sono derivate da una riflessione nata dopo aver letto un articolo di Curzio Maltese su Domani del 24 ottobre. L’articolo, “Una leader sempre più sola circondata dai peggiori” mette in luce la scarsa professionalità di molti politici attuali  paragonati con quelli di 50 anni fa. Maltese scrive che Berlusconi è il padre del populismo, a cui tutti stiamo soccombendo inevitabilmente nonostante le parentesi di Monti e Draghi, due tecnici che evidentemente per Maltese sono l’incarnazione di un modo di fare politico serio nella forma, come seri erano i politici tanto della DC quanto del PCI degli anni ’70. Fin qui tutto abbastanza condivisibile.

“Il problema più serio per Giorgia Meloni è non avere figure rilevanti al suo fianco”, scrive Maltese

Facendo un paragone forse paradossale dovremmo capire che una volta di più è necessario valutare tenendo conto del punto di partenza. Certi politici di oggi non valgono un’unghia di quelli di quella stagione politica, mediamente più fortunata per la nostra società e la nostra economia. Se usassimo dei parametri valutativi che ci permettano di tenere conto di queste differenze, potremmo valutare chi è stato ministro in questi anni senza avere avuto alcuna preparazione adeguata, come quei ragazzi timidi, asociali, senza alcuna copertura alle spalle? Ne dubito. Infatti, come si legge nel programma elettorale di Fratelli d’Italia,  la distinzione fatta va in tutt’altra direzione: si parla di ragazzi delle scuole “socialization-oriented, come le attuali, in cui le priorità sono la socializzazione, l’intrattenimento, e la tutela (malintesa! Delle minoranze in difficoltà” e di altri, che vorrebbero confluire nelle scuole “knowledge-oriented” a cui accedere con dei voucher. Non volendo qui entrare in una disanima linguistica usata (ma appare chiaro il carattere superfluo della lingua inglese), va da sé che è proprio qui che casca l’asino. Il punto di partenza. Non siamo tutti uguali perché non partiamo tutti dallo stesso punto. Ecco la fallacia logica di chi propone il merito come esclusivo atto costitutivo della nostra società. Il merito che significato ha? Se c’è una graduatoria di merito per un concorso o un premio non ci trovo nulla da dire. Magari avrò da discutere su questioni di gusto, ma nessuno si sognerebbe di dare un Nobel per la chimica a uno che chimico non è.  Ma pensare che il tempo che la scuola dedica a chi essendo in minoranza ha bisogno di aiuti particolari sottragga tempo nella riuscita di chi vuole studiare e brillare è non solo sbagliato, ma mistificatorio e offensivo. Se come insegnante non mi occupassi anche di chi è davvero in difficoltà, non sarei come quei medici che scelgono di curare solo i malati immaginari per avere un cento per cento di successi? Per fortuna medici così non esistono, ma perché dovrebbero esistere degli insegnanti così?

La scuola è la base naturale della formazione umana civile. Si badi, dico civile, perché di naturale c’è anche altro, prima della scolarizzazione. Ma si cresce poi in civiltà, non nello stato di natura e quindi è alla scuola che demandiamo, ci piaccia o meno, il futuro dei nostri figli e quindi i futuri possibili di questa civiltà. E quindi è barbarico ritenere che chi ha maggiori qualità abbia anche maggiori diritti di ottenere qualcosa. Semmai è il contrario. Se ragiono sui loro punti di partenza (dei miei studenti) è perché devo ragionare, come docente, sui miei punti di arrivo, cioè quel successo formativo che dovrebbe essere garantito a tutti (e che di fatto è segnalato anche costituzionalmente sin dall’articolo 3, anche se qui si parla di “pieno sviluppo della persona umana”). Se il successo formativo presuppone che io insegni loro n cose in n modi, va da sé che qualcuno ci metterà meno tempo ad apprenderli. Sarà mio compito far sì che costui e o costei non si annoi dopo due mesi perché ha già raggiunto tutto il possibile.  Il mio sapere  per mia e loro fortuna, permetterà di ovviare a questi contrattempi, anzi, quello o quella studente più bravo o più brava mi tornerà utile qualora gli altri, più indietro, facciano progressi in direzioni diverse. Nel frattempo sarà mio dovere che tutti, i timidi, gli inadatti, gli antipatici abbiano tutte le possibilità del caso per ottenere quel risultato che reputo necessario. E magari i più bravi scopriranno di non aver mai preso in considerazione un certo modo di affrontare quel tema o di essere bravi ad aiutare gli altri. Il successo, il punto di arrivo, non esiste come esito di una gara, è una proiezione, esiste come base minima (obiettivi) che suppongo sia necessario per conoscere sufficientemente bene una materia, per come questa potrà essere utile nella nostra società. Che però è mutevole, così come mutevole è il lavoro del docente: classi diverse, allievi diversi. Per questo anche quel punto di arrivo deve variare, per questo non ci si può affidare a uno standard fisso che valuti in modo univoco e che ci renderebbe dei meri vasi da riempire.

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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