Quella notte al Majestic

di Romano A. Fiocchi

Andrea Pagani, Il giardino d’acqua,
Ronzani Editore, 2022.

Un libro richiama sempre altri libri. Qualche tempo fa l’editore Keller ha pubblicato un volume curioso: 1517. Storia mondiale di un anno di Heinz Schilling (su Nazione Indiana ne ho scritto qui). Si tratta di un libro che mi ha reso evidente una cosa: la convergenza di eventi storici è un fenomeno straordinario e ricorrente nella storia dell’umanità ed è una chiave di lettura altrettanto straordinaria del mondo in cui viviamo, perlomeno per noi abitanti della civiltà occidentale. Intendo quella civiltà che va grosso modo dall’incoronazione di Carlo Magno sino ai nostri giorni e che Spengler ci prospetta come giunta alla fine del suo corso. Un tramonto che porterà con sé quel senso della Storia che proprio per la nostra civiltà è elemento imprescindibile.

Ebbene, il 1517 fu l’anno in cui Lutero compì il gesto di affiggere sul portale della chiesa di Wittemberg le novantacinque tesi che scatenarono la Riforma protestante, l’anno di convergenza degli eventi che più rappresentano il nostro corso. Il 1922 fu invece un punto di convergenza per la letteratura, se non tutta, certamente quella del Novecento. In quest’ottica si presenta il libro Il giardino d’acqua di Andrea Pagani. In particolare, Pagani identifica un giorno e un momento precisi: giovedì 18 maggio 1922. «O meglio, a onor del vero – puntualizza – le prime ore del venerdì». Fu presso l’Hotel Majestic di Parigi, nell’imponente avenue Kléber, che nel corso di una serata organizzata dai ricchi coniugi Schiff si riunì un’incredibile schiera di artisti e di intellettuali. Tutti per assistere all’incontro tra due giganti della letteratura: Marcel Proust e James Joyce.

Scrive Pagani: «La notte di quel giovedì, la luna di maggio era calante, nel passaggio dal segno d’acquario a quello dei pesci, gonfia e gibbosa come un gigantesco frutto tropicale. Sotto quella luna, tutti erano immobilizzati in una nuvola di sospensione e attesa, come se il tempo si fosse congelato in un istante risolutivo».

Nel 1922 ci sono in realtà altre due date fondamentali da tenere a mente: il 2 febbraio, uscita dell’Ulisse di Joyce, fatto coincidere con il suo compleanno, e il 18 novembre, la morte di Proust a soli quarantanove anni. Il ’22 è anche l’anno di pubblicazione della seconda parte di Sodoma e Gomorra, il quarto volume della Recherche, e del romanzo La stanza di Jacob di Virginia Woolf. Ovviamente la Woolf non partecipò all’incontro di Parigi ma se ne avvertì il peso spirituale grazie alla presenza del cognato Clive Bell, critico d’arte e soprattutto esponente del gruppo Bloomsbury, di cui Virginia Woolf fu tra i fondatori. Viceversa parteciparono di persona figure di spessore intellettuale ed artistico del calibro di Igor Stravinskij e Pablo Picasso, impresari teatrali illuminati come Sergej Djagilev, accompagnato da una parte del corpo dei Balletti Russi (tra cui la danzatrice Olga Khokhlova, moglie di Picasso) che proprio la sera del 18 maggio aveva portato in scena il Renard di Stravinskij. Di qui la presenza, tra gli altri, del compositore Léon Delafosse e della pianista Marcelle Meyer. Una quantità di personaggi che Pagani evoca come attraverso una seduta spiritica letteraria.

Veniamo ora alla struttura del libro, che se da un lato ricostruisce storicamente quella serata, dall’altro si sviluppa come un racconto di narrativa che porta avanti per centonove pagine le conversazioni tra i convenuti e l’atmosfera mondana degli anni Venti parigini, per poi culminare nel momento fatidico dell’incontro tra Proust e Joyce. Suddivisa in cinque capitoli, a loro volta ripartiti in tre sottocapitoletti, la narrazione si apre con la scena dell’arrivo di Proust all’Hotel Majestic, avvenuta verso le due di notte, orario non insolito per le metodiche abitudini di lavoro dello scrittore francese. I capitoli alternano i protagonisti: in quelli dispari Proust, in quelli pari Joyce, come se Andrea Pagani si trovasse alla regia e manovrasse due differenti telecamere puntate sui due scrittori.

La particolarità di questa alternanza di punti di vista è rafforzata da un susseguirsi di brani in corsivo che riportano veri e propri “flussi di coscienza”. Joyce con le sue frasi spezzate, i suoi monconi di pensiero, la sua ricerca musicale della parola, il ritorno istintivo a espressioni utilizzate nell’Ulisse («Mkgnao. Piagnucola la gatta. Guarda in su con occhi avidi ammiccanti»). Proust con le sue elucubrazioni più articolate, i suoi lunghi periodi in divenire, l’ombra della “cattedrale gotica” sul suo stesso linguaggio. Le due telecamere di Andrea Pagani convergono nel capitolo cinque, dove i corsivi dei flussi di pensiero si incrociano e avviene lo storico incontro.

Il libro non finisce qui. C’è una serie di schede, non schematiche ma discorsive, che Pagani – fedele a questa sua dinamica cinematografica – chiama Titoli di coda. Sono ben sessanta pagine di note biografiche, aneddoti, semplici ritratti narrativi dedicati a ventun personaggi: quindici intervenuti al Majestic e altri sei assenti ma evocati nelle conversazioni. Tra questi ultimi, per fare un esempio, Afred Dreyfus, nel ’22 poco più che sessantenne, riabilitato dopo il celebre errore giudiziario ma ancora oggetto di discussioni e di prese di posizione contrastanti a distanza di vent’anni.

Tuttavia, per quanto inizialmente possa sembrare strano, il filo conduttore di tutta questa convergenza di genialità in quel preciso punto spaziocronologico è un altro genio del periodo: Claude Monet. In realtà Monet non partecipò alla serata del Majestic, sia per il peso dei suoi ottantadue anni, sia perché ritirato nella sua piccola casa colonica di Giverny, in Normandia. Eppure Pagani gli dedica l’introduzione e persino il titolo del libro, Il giardino d’acqua, che riconduce al suo ciclo pittorico delle ninfee. Lo fa per un semplice parallelo ideologico: Monet, con il suo tormento creativo, la sua ossessionata ricerca dell’attimo supremo, dell’energia vitale concentrata nel suo giardino d’acqua, è identico a Proust, a Joyce, a Virginia Woolf. È la sintesi della loro poetica proiettata nel mondo dell’immagine. Proust stesso, nella Recherche, sembra richiamarsi a lui inventando la figura del pittore Elstir.

«Il fluire della vita – scrive Pagani – e la volontà comune del pittore, del musicista, dello scrittore, Joyce, Proust, Monet (Elstir), Virginia Woolf, di fissare l’attimo, di ristabilire l’essenza dell’impressione, di donare l’eternità al momento. Solo così riuscivano a fronteggiare la sensazione di un mondo che andava in frantumi. La loro lotta contro il potere distruttivo del tempo. Contro la morte. Quello volevano fissare. La bellezza di quel preciso momento».

Racconto-saggio, il libro riporta anche un nutrito elenco di riferimenti bibliografici che si articola su quattro pagine. Dai testi fondamentali, come ovviamente la Recherche e l’Ulisse, alle fonti indispensabili per la ricostruzione della serata al Majestic, alle bibliografie critiche su Proust e su Joyce, alle indagini sulla loro poetica (tra queste James Joyce e la fine del romanzo di Enrico Terrinoni e Il cammino di Bloom. Sentieri simbolici nella Dublino di Joyce dello stesso Andrea Pagani), alle memorie di Sylvia Beach, la libraia-editrice di Joyce, fino alle pubblicazioni minori dei due grandi autori, come gli Scritti mondani e letterari di Proust curati da Mariolina Bertini o il celebre Commento a «Ulisse» di Giulio de Angelis compreso nella sua storica prima traduzione italiana dell’Ulisse. Chiude il libro, caratteristica della collana Carvifoglio della Ronzani, un codice Spotify per ascoltare on-line l’elenco delle musiche che fanno da colonna sonora al testo: tra queste, ovviamente, il Renard di Stravinskij e brani di Debussy e di Satie.

 

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1 commento

  1. Errata corrige.
    Proust è morto a cinquantuno anni e non a quarantanove. Ringrazio per la segnalazione il professor Gennaro Oliviero, appassionato proustiano e autore tra l’altro de “Il mio Proust” pubblicato di recente dalle edizioni Il Ramo e la Foglia di Roma.

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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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