Spaesamenti [Un simbolista a Berlino]


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da ⇨ Berlino – Sinfonia di una grande città 1927 di ⇨ Walter Ruttmann


dalle musiche di ⇨ Edmund Meisel per il film

di ⇨ Anna Tellini

Berlino. Città pallida. Città di lividi cementi. Città d’inverni ghiacciati. Nelle notti di paura, c’è una visione che la tormenta: il viso bianco di Rosa Luxemburg che fiorisce, tragica ninfea, nei ghiacciai del Landwehrlkanal. Eternamente braccata, l’ombra di Liebknecht fugge dietro i neri cespugli del Tiergarten dove brillano feroci gli occhi dei suoi assassini…

Y. Goll Sodoma e Berlino Milano 1975, p.75

Non voglio affatto fare l’originale – temo che non mi crederai, questo suona vistosamente paradossale -: mi sono innamorato di Berlino. Berlino è malinconica, uniforme e priva di couleur local. Questo è il suo “volto”; e per questo la amo.

I. Erenburg, Berlin, in Belyj ugol’, Leningrad 1928, p. 120

Sotto la vecchia forma decorosa di Berlino ho cominciato a fiutare il caos selvaggio della reale decomposizione e della morte; e nell’odore della putrefazione io respiravo con affanno; struggimento, e una disperazione – non personale, non mia – si impossessò di me; Berlino è penetrata dentro alla mia anima, appiccicandosi a me come una piovra; da essa sono fuggito…

A. Belyj Odna iz obitelej carstva tenej (1925)
Prideaux Press, Letchworth-Herts-England, 1971, p. 73

    Strana città, la Berlino a cavallo del 1920. Profondamente scissa tra la farragine di ipotesi rivoluzionarie cui mancherà il fatto risolutore, all’apparenza imminente – inevitabile anzi – e poi ritardato senza scadenza, e la condanna all’inazione cui un sistema erede, e non distruttore, dell’età guglielmina, la destinava.

    Strana città, Berlino. Le utopie e le attese palingenetiche, la coazione della prassi politica alla marginalità, la dispersione nebulosa degli emigrati russi. “Lunapark di cartapesta e di stucco, […], guerrafondaio fallito” (Y. Goll), coi suoi “gesti astratto-patetici” l’Espressionismo, che del mondo sogna una rigenerazione mistica, e non politica, e con ciò stesso, “eretico”, sì, ma in definitiva rassicurante, “pone la sua candidatura per una onorevole approvazione borghese” 1… E se il dadaismo, coi suoi progetti di radicale eversione del quotidiano, gli fa da stridulo contraltare, paiono condannati entrambi a esercitarsi sui mondi possibili, alieni come sono dal fare i conti col ritorno all’età della carta: “ La Germania, rea di troppo orgoglio, […],dall’età dell’acciaio non regredì, come pensavano alcuni, all’età della pietra, ma a quella della carta… apprendisti stregoni lavoravano alla zecca di Berlino: i mille fogli divennero centomila, poi milioni, poi miliardi, poi bilioni…” 2.

    Astiosi progetti di rivincita dei “bianchi” («Berlino. / L’emigrazione si rianima. / Le bande bianche si rallegrano: / combatteranno meglio contro gli affamati./ Se ne vanno / per Berlino, / arricciandosi i baffetti, / e si vantano: / “Sono un patriota! / Un vero russo”» 3 accanto a manovre, scarsamente dissimulate, di segno politico opposto.


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da ⇨ Berlino – Sinfonia di una grande città 1927 di ⇨ Walter Ruttmann

   Strana città: “E’ difficile descrivere Berlino. Non l’afferri. / I russi a Berlino vivono, com’è noto, attorno allo zoo” 4.

“Gli emigrati russi in Germania si possono dividere in tre gruppi. Il primo è quello che ha una più larga rappresentanza nel sanatorio: speculatori e commercianti. Sono quelli che rispetto più di tutti. Da parte loro hanno smesso già da tempo di considerarsi russi…. Il secondo gruppo è formato dagli emigranti politici, rappresentanti di partiti di cui in Russia nessuno si ricorda più da un pezzo. Costoro non possono più tornare in Russia: vorrebbero tornarvi e non possono. Vivono di letteratura e pubblicano i loro scritti sugli innumerevoli periodici in lingua russa… Divertentissima invece l’altra varietà di emigrati, quella degli intellettuali, i classici intellettuali russi. Questi ultimi soffrono di una nostalgia morbosa per la patria, hanno un astio altrettanto morboso, che arriva alla ripugnanza, per i tedeschi, per tutto quanto è tedesco, dalla lingua alla cucina. Non vivono che di ricordi della patria. Ma non ci tornano. Perchè? Non lo sanno neppure loro. Non hanno colpe politiche di alcun genere, non fanno paura a nessuno (a chi dovrebbero far paura?). Non hanno altra colpa che la codardia: sono venuti via per paura dei bolscevichi. Possono tornare in Russia quando vogliono, sicuro: nessuno li toccherebbe. Ma non ritornano. Non si sa perchè. Antica, memorabile codardia dell’intelligencija. Parlare è facile, ma prova un po’ a muoverti. Qui in Germania, per male che vada, sono sazi e vestiti, mentre laggiù dovrebbero ricominciare daccapo…”

L.Lunc Viaggio su un lettuccio d’ospedale
ne La rivolta delle cose Bari 1968, pp. 370-372

 
    Lunc dimentica una quarta presenza russa, in Germania e in particolare a Berlino: quella dei “messaggeri in Occidente” delle ultime acquisizioni artistiche sovietiche, dei propagatori, tramite questo discorso mediato, di un’idea politica tutt’altro che asettica nel suo tentativo di consolidare l’identificazione tra comunismo e avanguardia e, mediante questa, rafforzare la posizione dell’avanguardia intellettuale all’interno dell’URSS stessa. Si pensi, ad esempio, agli interventi di Majakovskij nel 1922, al caffè “Leon” o alla “Casa delle arti” di Berlino, esemplata su quella di Pietrogrado, o a Lisickij che, nello stesso anno, e sempre a Berlino, pubblicando con Erenburg la rivista “Vešč’”, mira alla creazione di un’internazionale costruttivista….

    Ma di altri discorsi, niente affatto mediati – come ad esempio resta a dimostrare l’attività di Ioffe, plenipotenziario della rappresentanza sovietica a Berlino dopo la firma della pace di Brest-Litovsk –  ci si occupava da tempo per dissodare il territorio tedesco, per unanime consenso dell’opinione bolscevica destinato al ruolo di guida, insieme all’URSS, della rivoluzione proletaria; ciò mentre anche la Germania, vinta, umiliata, privata delle sue province ad est e a ovest, spezzettata dai corridoi, affamata, guardava con interesse all’Unione Sovietica, solidale con i tedeschi nella lotta contro il trattato di Versailles….

    Strana città, la Berlino del 1920-23. La Berlino della disfatta, del grande caos, virtualmente in sfacelo. La Berlino dei grandi progetti, della coscienza rivoluzionaria acquisita, luogo ideale per un’esperienza di osmosi tra due avanguardie, due politiche.

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Non posso vivere a Berlino. / Per il modo di vita, per tutte le abitudini io sono legato alla Russia d’oggi. So lavorare solo per essa. / E’ sbagliato che io viva a Berlino. / La rivoluzione mi ha rigenerato, senza di essa mi manca l’aria. Qui si può soffocare./ E’ amara come la polvere di carburo, l’angoscia berlinese… /

V. Šklovskij Zoo o lettere non d’amore Torino 1966, p. 98.

 
    Nel 1922 Belyj è a Berlino, una Berlino “grigio-bruna” tessuta di “penombre bruno-grigio e sinistre”; più che città, un “incubo organizzato” 5.

Andrej Belyj e Asya Turgeneva

      Vi è giunto – nel suo recentissimo passato c’è un’attività senza chiusure e senza risparmio, una risposta non reticente alle richieste del “mandato sociale” della rivoluzione –  nel 1921, nella speranza di riunirsi con la moglie e di riavvicinarsi a Rudolf Steiner, dopo la propria esperienza tra gli antroposofi a Dornach, e il successivo ritorno in Russia durante la prima guerra mondiale. Ma Steiner rifiutò di riceverlo e Asja di riunirsi a lui, e Belyj cercò uno sfogo nell’alcool e nel foxtrot, eciononostante lavorò moltissimo, scrivendo numerosissimi libri, rielaborando opere precedenti – tra queste il suo capolavoro, Pietroburgo, in una quinta redazione, molto accorciata – nonché dirigendo il mensile letterario “Epopeja”, che pubblicò materiale di altissimo livello: versi della Cvetaeva e Chodasevič, prosa di Remizov e A. Tolstoj e, soprattutto, le sue Memorie su Blok. Ormai sulla strada di diventare uno scrittore dell’emigrazione, tanto da pensare, nell’autunno del ’23, di trasferirsi da Berlino a Praga, se possibile ancora più emigrantskaja, risolve infine positivamente il suo approccio alla nuova vita sovietica:

    Ho lasciato Mosca nell’ottobre del 1921; il periodo più difficile era ormai passato; ho trascorso due anni in Germania; sono tornato…
Si impongono alla mente dei paralleli: con Mosca degli anni passati, e con Berlino; […] dopo Mosca sconquassata e profonda di terreni abbandonati, un aspetto civile, gradevole e spensierato; i primi giorni veniva voglia di entusiasmarsi dell’ordine, della pulizia e della spensieratezza della vita, di trascorrere le serate in un caffè e al suono di una “jazz band” contemplare stupidamente il passaggio delle coppie danzanti al ritmo del boston, del foxtrot e del tango. La prospera Berlino mi pareva l’esatto contrario della non prosperità moscovita di persone e strade…
Ma dal primo mese compresi: tutto questo non è così; il vecchio modo di vita è capovolto, distrutto, ma non alla nostra maniera; si era conservato come esteriorità, ma era distrutto nel tedesco… la sicurezza del tedesco di oggi non è in lui, ma nella foggia dell’abito di cui si riveste; […]l’aspetto della città è anch’esso una foggia; sotto c’è il panico… Ma alla speranza nella Rote Armee l’uomo d’affari berlinese di oggi, che attraversa la Leipzigerstrassecon la borsa e un sigaro in bocca, unisce sogni insensati di revanche, purtroppo non esauriti: non sa neppure lui cosa vuole; non è giunto con sofferenza a nuovi pensieri creativi, non ha perso tutto per acquisire tutto in un altro modo, come il russo che passeggiava per i marciapiedi saccheggiati di Mosca, quasi in stracci […] ma con la speranza che contempla la vita che lievita. La rivoluzione qui si è compiuta. A Berlino c’è stata forse?
[…] “verboten”, ecco quel che è sospeso sull’anima di Berlino: “verboten” riguarda la nuova creazione della vita e del mondo della coscienza […] e la rivoluzione non ha scosso l’uomo d’affari berlinese; egli l’ha accettata, come un comodo rimescolamento di posizioni, per tattica, non con l’anima; ecco perché ora sta lentamente andando in rovina; ecco perché con lui sta rovinando Berlino… Pareva che l’aspetto decoroso della città fosse la manifestazione esteriore di un tetano, che sfocia nella morte senza tragedia e nella decomposizione senza un atto eroico.
[…] spesso sembrava che le vie di Berlino, piene di gente, fossero le vie del Tartaro: là una vita di ombre; qui lo splendore dell’elettricità è la fosforescenza della decomposizione […] un tremito permanente appena percettibile ha costretto per mesi l’uomo di Berlino a sussultare tormentosamente nell’attesa del colpo decisivo […] a deperire per anni senza febbre e delirio in una clorosi, che però alla fine conduce alla tomba: e questa tomba di Berlino è il timore di uno sconvolgimento della coscienza, della quotidianità, delle forme di vita; sì, il filisteo di Mosca è piombato nel fondo; questo fondo si è rivelato il trampolino di un balzo verso forme di coscienza, di costumi e di vita che si stanno raggiungendo, edificando; mentre quello di Berlino in modo organizzato, per mesi, rispettando tutte le forme esteriori, si è adagiato sul fondo… ho capito: sedere al caffè, infatuarsi del foxtrot, ubriacarsi violentemente di Dostoevskij, “Natascha” e di acquavite è un modo di uscire da sé e dalla norma: gli altri berlinesi si inoculano una demenza triviale, da quattro soldi, per non guardare la demenza avanzante della tempesta rivoluzionaria. Sotto la vecchia forma decorosa di Berlino ho cominciato a fiutare il caos selvaggio della reale decomposizione e della morte ; e nell’odore della putrefazione io respiravo con affanno; struggimento e una disperazione – non personale, non mia – si impossessò di me; Berlino è penetrata dentro alla mia anima, appiccicandosi a me come una piovra; da essa sono fuggito…
Sicurezza e presenza di un solido terreno, ecco la prima impressione di Mosca; questo terreno a Berlino non c’è affatto: regna l’insicurezza… La mia prima impressione di Mosca è l’impressione di una fonte di vita; e il primo sorso di questa vita è la gioia di sentirsi non in una città malinconica, estranea, in rovina, ma in una fervida confusione, creativa, un po’ assurda e variegata, sentendo che essa è un laboratorio fertile di future forme, forse ancora mai viste al mondo,

A. Belyj Odna iz obitelej carstva tenej (1925)
Prideaux Press Letchworth-Herts-England, 1971, p. 73


 
    C’era anche, a Berlino, col suo pullulare di iniziative, di case editrici e riviste russe,  un lembo di “terra di nessuno” (I. Erenburg) su cui erano in molti a vantare diritto di cittadinanza: il mensile critico-bibliografico “Novaja Russkaja Kniga”, nelle intenzioni del direttore Jaščenko “un ponte tra la stampa russa e quella dell’emigrazione” destinato a “servire l’unione, l’avvicinamento e la ricostruzione della letteratura russa…”. Terra di nessuno: Erenburg vi magnifica le sorti del costruttivismo; Pil’njak traccia, eterodosso, uno statuto di dignità della letteratura del mužik; Majakovskij vi stila con scarna concretezza la sua autobiografia di militante; mentre Esenin proclama, impudente: “non ho mai fatto parte del Partito Comunista, perché mi sento molto più a sinistra…. I migliori ammiratori della nostra poesia sono le prostitute e i banditi… I comunisti non ci amano per un malinteso…”; e Belyj vi trascrive la prima conferenza pubblica tenuta, il 14 dicembre 1921, presso la “Casa delle arti” : un discorso, quello di Kul’tura v sovremennoj Rossii 6, di crisi e di ricerca, sospettoso dell’ideologia, propenso all’antitesi e alla contraddizione, perplesso.

    Soggetto di una percezione obliqua e dolente, estranea agli esiti di una civilizzazione ottimista, razionalista, epidermica, la mente ingombra di tensioni mistico-apocalittiche, Belyj nega una rigida classificabilità del reale, insieme alla sua solidità: niente di tangibile intorno, solo idee. Eppure il suo discorso si inscrive in coordinate più che concrete, la guerra civile e il tifo, le fucilazioni, il freddo…ma anche questo è avvertito piuttosto come un’assenza, come una sottrazione, un vuoto (“manca una norma”; “all’uomo medio è stato strappato…”; “abbattute le forme”; “il soggetto della forma è scomparso”; “la linea degli esperimenti politici è un ramo sterile…”). E viceversa: a nascere sono “concetti, impulsi, sentimenti, emozioni estetiche e morali”, e intorno non c’è corposità di oggetti, ma solo un “caos primordiale”, un “elemento fluido7 in attesa di solidificazione, di fissazione – sintomatico, nel testo, l’esasperato ricorso alla parola “forma” -, una congerie di accessori ancora da inventariare; l’unica realtà è la ricerca, la latitanza di risposte pronte, la “rifusione delle coscienze”.


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da ⇨ Berlino – Sinfonia di una grande città 1927 di ⇨ Walter Ruttmann


dalle musiche di ⇨ Edmund Meisel per il film

    Belyj si accinge a quest’inventario con gli strumenti di cui dispone: un repertorio inquietante di categorie improbabili, un fideistico ricorso all’alchimia delle parole, che non gli evita certo il vischio della ripetizione e dell’affanno, dell’esercitazione ossessiva su radici ed etimi arbitrari, dell’insistenza. E, stretto tra i “costruttori della vita dall’alto” e la fuga nelle astrazioni, “con le lenti annebbiate del simbolismo” (A. M. Ripellino) abborda ogni cosa per vie traverse, simula risposte, mima le costruzioni del raziocinio, commercia con l’Eternità e l’Autocoscienza e la Morte, qui al maiuscolo ovviamente, entità più che astratte, ormai del tutto metafisiche.

    Ne scaturisce una sorta di riflessione, tutta fratture e sospensioni, intorno a temi cui il “peso dell’epoca” ha conferito urgenza e attualità: sulla nascita di una cultura nuova – in termini qui quanto mai distanti dalle rigide teorizzazioni dei poeti proletari, che pure Belyj richiama, ma solo per ribaltarne lo stereotipo di radicalismo e di semplificazione organizzata; sul ruolo dell’intelligencija – l’individuo cui la rivoluzione ha «tolto la “biografia”, la sensazione di un significato personale» 8 e di contro la folla, politicamente rivalorizzata, nuova committenza; sulla legittimità di una edificazione premeditata, schemi/calcolo/programmazione, dell’esistenza – e la risposta è già tutta nell’avversione per le nuove sigle, per le parole-termini, non semplici “combinazioni di suoni… [ma] termini di lavoro” (Trockij); sulla proponibilità del dubbio e della ri-considerazione: del “nuovo slittamento”.

    In ultimo, un dato: il ritorno di Belyj a Mosca, alla fine del 1923.

  E lì la sua prima impressione: “sicurezza e presenza di un solido terreno […] un laboratorio di future forme, forse mai viste al mondo…” 9.

Andrej Belyj e Asya Turgeneva nel 1915

La cultura nella Russia contemporanea

di Andrej Belyj

   La vita culturale della Russia di oggi rappresenta una miscela eterogenea di contraddizioni e di estremi: la bellezza si intreccia al brutto, le utopie della mente a realizzazioni più che concrete nel campo dell’arte, l’affanno per un tozzo di pane, un vestito, per un pezzo di legna col pensiero dell’Eternità e della Morte; morte e resurrezione, rovina e nascita di una nuova cultura, tutto è in urto stridente, manca una norma.
   Sperimentando senza oscillare una sequela di quadri della vita russa, patendone dentro di te, stando lì lì per morire e risorgendo in uno stesso giorno, ripeti a te stesso: “La nuova Russia è nata: la prova del fuoco è superata”.
   
La sensazione della nascita di idee, impulsi, sentimenti, emozioni estetiche e morali privi ancora di forma definita, accompagna ovunque e dà la forza di portare giorno per giorno fardelli insostenibili.
    Nella vita della Russia di oggi all’uomo medio è stato sottratto tutto ciò su cui poggiava prima la vita: la fede nella stabilità dell’esistenza, dei capisaldi della morale e dell’ordinamento dello stato; ogni movimento pressoché subcosciente (premevi il campanello – si schiudeva una porta; allungavi la mano per un cerino – eccolo sotto le tue dita)  , esige adesso uno stato cosciente sottraendo, parrebbe, l’energia per qualunque attività (se vuoi che si apra una porta, batti fino a non poterne più; hai bisogno di cerini – corri per tutto il Nevskij); abbattute le forme; e la gente ha preso a vivere nell’informe; costretta  a dare di nuovo un nome alle cose, a re-inventarle. Ma in questo caos Primigenio, che ha iniziato a formicolare sotto la campana di vetro del regime statale universale, si agita ora qua e là una vivida creazione individuale. Il buon senso si è capovolto; per chi non aveva alcun senso vitale se non quello comune, il “buonsenso” appunto, dal 1918 è giunta la fine della Russia, della vita in genere, della vita dell’”io” vivo, individuale, che aveva coscienza di sé solo in quanto “soggetto”, conformante la realtà che è dinanzi; ma questa è crollata, e cos’è mai l’”io”? Il “soggetto” della forma? Ma si è visto che non c’era una forma; e neppure un “soggetto” della forma; doveva scomparire – ed è scomparso.
    La scomparsa del borghesuccio, del “soggetto del buon senso”, è stata da noi vissuta nel 1918-19 come un quadro di demoralizzazione di molte coscienze, incapaci di sollevarsi al di sopra del caos dell’informe, come di imparare a costruire la vita sui principi di un elemento fluido; e, da questo soffocate, sono andate a fondo; e là, sul fondo, hanno preso a vivere nelle forme preumane di ogni sorta di demoralizzazione. C’erano molti quadri di rovina; ma il sale del buonsenso non ha insaporito l’elemento della vita. E quelli sollevatisi al di sopra della vita? Alcuni sono emigrati nella sfera astratta dei principi senza vita, nei ricordi del passato; e là, nel paese dei ricordi, staccati dal difficile processo di rifusione della coscienza, continuano a ripetere di anno in anno: “Ah, che ne è venuto fuori! Lo vedete dunque, ho ragione io!”. Su un piatto della bilancia c’è la coscienza di Ivan Ivanyč, sull’altro milioni di coscienze vive di russi che ricercano tormentosamente i criteri della realtà e non hanno ancora risposte pronte; e la bilancia pende dalla parte di Ivan Ivanyč: “Ah, lo vedete, avevo ragione!”. E’ vero: ma la ragione di un tempo lo ha condotto… ad emigrare dal paese della vita viva, anche se fatta di tormenti; ora egli ha ragione “nel paese dei ricordi”: cioè a dire i concetti astratti di Ivan Ivanyč, concetti che egli, dopo averlo fatto con quelli altrui, non si è degnato di rivedere nella propria testa. Egli si è innalzato verso la propria testa; e lì ora, incorporeo, galleggia per le acque del diluvio; la sua testa è ostruita; e la colomba col ramoscello d’olivo non potrà volare fino a lui: si schianterà contro l’apparato della testa: “Ma come sarebbe? Che può nascere di buono in Russia, quando l’ho portata via nella mia testa? Che Russia è mai quella? Un posto vuoto?…”.
   Altri di quelli che “si sono innalzati” al di sopra del caos primordiale, lo hanno fatto diversamente: innalzandosi in una costruzione utopistica di nuove forme di vita che ignora la crescita della vita dal basso; questi ultimi, “lavoratori responsabili” dei vari Glavprofobr e Čusosnabarm (!!!) sviluppano un’enorme produzione cartacea di schemi, in conformità dei quali ogni tre mesi riorganizzano radicalmente interi sistemi di enti e ricoprono con l’asfalto del livellamento statale il verde che germoglia dal basso. Vivono non nel XX, ma nel CXX secolo;e considerano ogni ramoscello d’olivo della nuova creazione culturale dal punto di vista degli asfaltatori: “Un ramo verde? In base a quale decreto? Ricoprire di asfalto!”.
   Ma il verde della nuova cultura è forte. Non sta né con chi è andato a fondo, né con chi è fuggito nel paese dei ricordi, né con i costruttori della vita dall’alto che, pur fantasticandoci su, sono incapaci di creare l’omuncolo (quel che ne vien fuori son solo dei rozzi modelli di “omuncoli”, cui, fortunatamente, son costretti a rinunciare gli stessi costruttori della vita). In tutti, poi, privi come sono di una propria, autentica coscienza, non ci sono che svariate forme di inerzia; c’è l’inerzia della quiete ( essa si accompagna a chi è immigrato nella propria testa, presumendo molto nella propria intelligenza); e c’è l’inerzia del moto parallelo, uniforme: essa distoglie con irruenza da ogni atto organizzativo; i rappresentanti dell’inerzia rivoluzionaria non si distinguono affatto dai reazionari, inerti per quiete; gli uni e gli altri “hanno diritto di opzione”su utopie, automaticamente trebbiate dalla loro coscienza decrepita. Negli uni e negli altri non v’è stata nell’anima un’autentica collisione di vita e di morte; gli uni e gli altri non sono stati sul punto di morire concretamente; né hanno dato germogli.
   Ramo sterile della vita russa del 1918-21 è rimasta la linea degli esperimenti politici di ogni genere (da quelli di estrema destra a quelli di estrema sinistra). Nessuna iniziativa politica, di agitazione degli ultimi anni ha portato a qualcosa: ma sotto i colpi tremendi degli svariati esperimenti proprio nello strato vivo delle coscienze – che non è andato a picco e non si è rifugiato nelle astrazioni – si è forgiata l’ultima determinazione virile: arrestare il vano martellamento delle definizioni e delle parole pronte nella propria testa (cadette, es-er, marxiste), e restare con la realtà dinanzi, descriverne le forme fluide e a nulla comparabili, stabilire un contatto col materiale accumulato della coscienza e penetrarlo a modo proprio.
   A questo son giunte le intelligenze più indipendenti (di ogni livello di cultura e di istruzione, di tutte le classi, età, professioni, aspirazioni). Quale la conclusione? Si son udite voci affermare che la situazione della varietà di parole d’ordine, concezioni del mondo, gusti, leggi, non era quale la disegnavano le loro riviste – cadette, es-er, mensceviche e bolsceviche – del vecchio periodo prebellico e prerivoluzionario.
   A questo son giunte le intelligenze più indipendenti (di ogni livello di cultura e di istruzione, di tutte le classi, età, professioni, aspirazioni). Quale la conclusione? Si son udite voci affermare che la situazione della varietà di parole d’ordine, concezioni del mondo, gusti, leggi, non era quale la disegnavano le loro riviste – cadette, es-er, mensceviche e bolsceviche – del vecchio periodo prebellico e prerivoluzionario.
   Dapprima queste dichiarazioni individuali suonavano come uno scandalo inaudito nel campo in cui echeggiavano; uscirono allo scoperto i “rinnegati” disinteressati di tutti i campi, e si incontrarono in modo nuovo.
   Epoca dell’esperienza individualistica di ri-considerazione di tutte le vecchie parole d’ordine (ri- e contro-rivoluzionarie) furono gli anni 1918-19; essa avveniva sotto il fuoco della guerra civile, quando uomini dello stesso sangue si distruggevano l’un l’altro al fronte, si maledicevano e tormentavano sul fronte interno; tutti fissava in volto la morte: per freddo, per fame, per tifo; e la gente, che viveva a una temperatura inferiore a zero gradi, costretta a spaccare la legna e a smontare palizzate di nascosto, la gente, sfinita dalle lunghe code, la sera si trascinava per le strade buie di Mosca, di Pietrogrado per riscaldarsi un po’ con gli interessi spirituali (di calore materiale non ce n’era); una quantità di circoli, studi, corsi privati esisteva contro ogni verosimiglianza; ad interrogarsi sull’Eternità e la Morte erano ora uomini che si trovavano a tu per tu con esse; e va da sé che domande e risposte non erano quali le desideravano gli emigranti dalla vita (volati via oltre il confine della coscienza dei “Čusosnabarm”); in queste domande e risposte altre per la prima volta si palesò quell’autentico slittamento della coscienza, di cui non si può riferire a molti né all’estero, né all’interno del paese, giacché è stato attinto dopo molte sofferenze, con tutta la complessità delle contraddizioni che coesistono in una stessa coscienza e smascherano il defunto stesso, per tradizione detto “comune”, nell’aspirazione a un senso concreto della vita.
   Solo chi ha detto a se stesso «Stirb und werde» [sic] ha acquisito questa nuova facoltà: descrivere ciò che è, e non ciò che bisogna attendersi a priori [sic] dal punto di vista di una parola d’ordine pronta.
   Quella del 1920 è stata una primavera d’un tratto tempestosa, ricca di nuove possibilità: erano gli uomini “indipendenti” di una rivoluzione nuova, spirituale, che si chiamavano l’un l’altro, privi di nome per il momento; era Ivanuška Duračëk [“lo sciocco”, figura del folclore russo] che si rivelava infine più intelligente dei fratelli.
   Ogni cultura è un insieme di multiformi acquisizioni conoscitive: è conoscenza di qualcosa in rapporto a qualcosa; è coscienza, dove il «co» non indica affatto un legame meccanico, ma l’insieme di un organismo, vale a dire un certo «auto, se stesso».Cultura delle culture è l’auto-coscienza, dove «auto» o Selbst [sic] nella traduzione in sanscrito è Atman [sic], o respiro di vita; Spirito di vita; l’auto-co-scienza dell’uomo, uomo come principio spirituale, è la cultura delle culture, dove cultura è co-scienza, cioè insieme di conoscenze; tali sono tutte le varietà di scienze, arti, sistemi di pensiero e di libera determinazione; quel che nel XIX secolo chiamavamo cultura non aveva alcun rapporto con essa; erano analisi dei frutti della creazione umana (le forme dell’esistenza, del pensiero, della produzione) attraverso il prisma di una di queste forme, in cui l’insieme della cultura appariva sempre in proiezione unilaterale. La cultura non è nell’essere, ma nel divenire, non nella forma, ma nel processo creativo di costituzione della varietà di forme. La crisi di tutta la cultura è stata da noi percepita come l’infrangersi di una forma, presa al di fuori del legame delle forme, come l’uscire dalla conoscenza unilaterale nella co-scienza; la sensazione di inscienza, di buio nella situazione critica della guerra, della rivoluzione e del sovvertimento delle basi della vita era la prova lampante, era l’istanza di trovare il centro non nella proiezione della forma (nella conoscenza), ma nell’insieme della sfera delle forme, nella «co-scienza»; ma questa co-scienza è possibile solo nell’accezione del «co» come «auto»: nell’auto-co-scienza, nel principio spirituale, nell’espansione cosmica dell’«io» circoscritto. Così l’uscita dai confini era sentita come buio; il buio è il buio del caos; e dalla nostra capacità di dire «Fiat lux» [sic] in verità dipende il passaggio dalla conoscenza alla co-scienza o alla in-scienza.
Solo in simili paradossali parole posso descrivere quella confusa verità – avvertita da una serie di uomini del nuovo slittamento – sull’«io», sulla «coscienza» e sulla percezione spirituale del mondodilatata dalla nuova autocoscienza; e su questa nuova verità della cultura nata (ancora non conformata) intonarono versi i poeti; le righe frementi dei prosatori non furono da meno; e sempre di questo si cominciò a parlare in conversazioni pubbliche, in conferenze, quasi organizzando comizi sui problemi dell’Eternità, della Morte, dell’Autocoscienza, in uditori due anni prima attenti solo alle parole d’ordine dei partiti politici; parlare su una cattedra delle cose recenti, delle tue cose, di quel che hai patito tra pareti fredde, invernali, nella solitudine, nell’oscurità, circondato dal tifo, dalle fucilazioni e dai pidocchi, parlare di quanto c’è di più indistinto, di non descrivibile nella forma è stato in verità un fenomeno sociale inaspettato; i criteri sono stati ribaltati: l’indistinto è divenuto distinto; quel che ieri era distinto, svanito, inesplicabile, inutile, estraneo.
E cose del pari indistinte si son rivelati la politica, e il giornalismo di ieri. Sotto questo aspetto è interessante analizzare alcuni particolari nell’esistenza dei sistemi ideologici, che sono ormai in disfacimento.
   […] Non dimenticherò mai un fatto sorprendente: nella primavera del 1919 nella «Società degli Amici della Parola Russa» tenni una conferenza sul tema «il gesto ritmico». Professori, docenti e dotti membri della Società, manifestando attenzione per le mie ricerche, riconobbero che si trattava per loro di problemi nuovi e complessi; questo mentre, per tutta la stagione 1918-19, mi trovavo a lavorare nell’ambito di questi problemi con un gruppo di poeti «proletari», addentrandoci con approfondimento infinitamente maggiore nei dettagli dei temi. I poeti proletari approfondirono le teorie della parola e i problemi di filosofia del linguaggio, per passare quindi all’ambito dei problemi di filosofia generale. I loro gusti artistici? Chi propendeva per Puškin,; chi per Tjutčev; chi per Rabindranath Tagore; molti per Blok. Anziché la mancanza di individualismo, un critico (ex operaio) predicava: solo nel massimo di individualismo e di dinamismo potrà rafforzarsi la poesia dei proletari. E si dibatteva se la poesia dei poeti proletari potesse essere «poesia proletaria». Invece del «noi» collettivo, i poeti di estrazione proletaria parlavano ormai sempre più spesso della sensazione concreta di un «io» cosmico (il nuovo «io»), distruttore dell’antinomia tra il singolo «io» e la somma di questi «io» (o «noi»). Furono sollevati i problemi dell’autocoscienza e della coscienza cosmica.
   Il mio legame col circolo dei poeti proletari fu fatto segno di ogni sorta di sospetti, calunnie, derisioni: alcuni non vi vedevano che «un servizio reso al potere», altri la propaganda infida di uno «spec 10 borghese», corruttore dell’elemento della cultura proletaria; una cosa soltanto non hanno visto: l’amore di un poeta per dei poeti appunto, e l’atto collettivo di sondare, tentoni, le forme di una poesia extraclassista, eterna, che in modo nuovo si avvicina a noi. Invece degli inflessibili distruttori di valori – desiderati dagli uni e odiati a priori [sic] dagli altri -, ha visto la luce una scuola di poeti nuova, originale, che germina ancora, con delicatezza, il verde delle forme, oh, quanto più seria della falange di poeti da caffè!
   […] Un altro esempio che trasgredisce le costruzioni aprioristiche dei rivoluzionari inerti e degli inerti reazionari: l’autentica composizione di un uditorio nuovo, democratico, dove affluiscono a frotte gli ex rappresentanti delle «masse», che hanno smesso di essere tali. Secondo alcuni, che nel 1918-19 avevano eretto intorno ai loro studi barricate di astrazioni, in questi uditori di massa doveva regnare una sorta di comizio permanente: dovevano risuonarvi solo grida piene di odio: «morte ai borghesi!»; queste idee hanno continuato ad esistere anche quando negli auditori pieni le ex masse, fattesi somma di individui, discutevano turbate i problemi dell’Eternità e della Morte. Una volta qui, a Berlino, mi hanno chiesto se c’è clamore in Russia intorno a un fenomeno di tanta rilevanza come la Corrispondenza da un angolo all’altro 11, di V. Ivanov e M. O. Geršenzon. Non ho avuto l’animo di disilludere l’interrogante con la risposta «no, perchè da tutti gli angoli della Russia è in atto una riflessione a molte voci sui temi di questa Corrispondenza, prima ancora della Corrispondenza». Lo stesso accadeva nel 1920-21 negli auditori di Mosca ( nel «Museo Politecnico», nel «Palazzo delle Arti», in svariati studi), dove finalmente erano approdati molti di coloro che ancor di recente erano barricati dalle proprie astrazioni; di essi, alcuni confessavano: l’uditorio è cambiato. È divenuto più pronto, più fine e ricettivo. Nei cuori si scrivono dei tomi: simili alla Corrispondenza, superiori ad essa, sono già scritti nella coscienza della nuova cultura russa veniente (la mancanza di carta nonindica ancora mancanza di cultura del pensiero); una nuova cultura, un pensiero nuovo, libero esiste già a dispetto di ogni «stridore di denti»; ed è strano parlare della Corrispondenza da un angolo all’altro, quando continua il vocio di centinaia e migliaia di coscienze che, affollatesi da tutti gli angoli, dichiarano col fatto stesso della loro esistenza: c’è una cultura in Russia, una cultura che ha visto dinanzi a sé il volto della bara e della morte, che non si è lasciata intimorire né dalle bare della contemporaneità, né da quelle a lei approntate da lontano.
   È la cultura dell’Eternità che sta scendendo sulla Russia.

Kul’tura v sovremennoj Rossii
Conferenza pubblica, 14 dicembre 1921
presso la “Casa delle arti”
in “Novaja Russkaja Kniga”, 1922/1

 

 


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NOTE
  1. T. Tzara, F. Jung, G. Grosz, M. Janco, R. Huelsenbeck, G. Preisz, R. Hausmann, Il primo manifesto dada a Berlino, trad. it.  in Arte e rivoluzione, a cura di P. Dragone, A. Negri , M. Rosci, Milano 1978, pp. 51, 50.
  2. Y. Goll, op. cit., p. 69.
  3. V. Majakovskij, Canaglie!, in OPERE, a cura di I. Ambrogio, 8 vv., Roma 1972, v. 1, p. 207.
  4. V. Šklovskij, Zoo o lettere non d’amore, Torino 1966, p. 65.
  5. A. Belyj, op.cit, pp. 6, 36. 
  6. In “Novaja Russkaja Kniga”, 1922/1.
  7. Corsivi miei.
  8. O. Mandel’štam, Il poeta parla di sé, ne La quarta prosa, Bari 1967, p. 17. “La rivoluzione d’ottobre non ha potuto fare a meno di esercitare un’influenza sul mio lavoro, perchè mi ha tolto la “biografia”, la sensazione di un significato personale. Le sono grato per aver posto fine una volta per sempre alla sicurezza e al vivere di rendita culturale… / Mi sento debitore della rivoluzione, ma i doni che le offro non le sono per ora necessari…
  9. A. Belyj, Odna…, cit., pp. 71, 73. Il corsivo è mio.
  10. Specialista. Il termine fu usato dopo la Rivoluzione d’Ottobre,e fino alla metà degli anni ’20, riferendolo all’intelligencija al servizio del governo sovietico, senza essere comunista,
  11. Nata dalla convivenza, nel 1920, dei due autori nella camera di un sanatorio presso Mosca, l’opera riscosse in Europa un successo strepitoso, con numerose traduzioni in svariate lingue. E. R. Curtius definì la Corrispondenza “quanto di più importante sia mai stato detto sull’umanesimo dopo Nietzsche”. Cfr. V. Rudič, voce “Vjačeslav Ivanov”, in Storia della letteratura russa, Torino 1989-91, 3 voll., vol I.

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