Leopold In Furs: Masoch & Joyce

 

 

di Andrea Carloni

Una mattinata afosa, l’aria è immobile, greve di aromi inebrianti. Torno a sedermi sotto il mio pergolato di caprifoglio e leggo nell’Odissea di quella seducente strega che trasformava in animali i suoi adoratori. Preziosa immagine dell’amore antico.

Tutto ciò che avrei da dire inizia e finisce in queste poche righe tratte da Venere in pelliccia, il romanzo del 1870 di Leopold von Sacher-Masoch. C’è infatti l’Odissea e la maga Circe, dunque c’è il romanzo Ulisse del 1922 di James Joyce, il cui 15° episodio l’autore intitolò proprio a Circe, nel quale è inserita una rilevante scena ispirata al libro di Masoch, che con il protagonista di Ulisse ha in comune anzitutto il nome di battesimo: Leopold Bloom.

Il progetto video Leopold in furs (https://youtu.be/1qCj7ajH-Ys) altro non è che il tentativo di dar voce, musica, immagine e movimento a questa scena, grazie alla preziosa interpretazione della modella e fotografa Germana Stella e alle suggestioni ritmiche di Venus in furs, nota canzone dei Velvet Underground del 1967, la cui ispirazione ci riconduce ancora a Masoch.

In questo 15° episodio Circe, il più allucinato, etilico, perverso, visionario e onirico di Ulisse – ambientato intorno alla mezzanotte del 16 giugno 1904 in un bordello del quartiere a luci rosse di Dublino – il protagonista Leopold Bloom ci appare dapprima in abiti da sovrano,

con un mantello di velluto cremisi ornato di ermellino,

come del resto Lou Reed cantava nella canzone dei Velvet Underground:

Ermine furs adorn the imperious Severin

[Una pelliccia di ermellino adorna l’imperioso Severin].

Si tratta proprio di Severin Kusiemski, il galiziano aristocratico che del romanzo di Masoch è protagonista assieme alla bella principessa Wanda von Dunajew e le sue pregiate pellicce d’ermellino.

Sono tuttavia rare le occasioni in queste pagine in cui Bloom appare dominante e ben accolto; saranno al contrario più frequenti e decisive quelle in cui verrà accusato, processato, condannato, giustiziato e umiliato per presunti crimini riconducibili alla sua morale sessuale. Una certa Mrs Bellingham dice ad esempio di lui:

Mi ha indirizzato con svariate calligrafie disgustosi complimenti come Venere in pelliccia (…) Ha lodato in modo alquanto stravagante le mie estremità inferiori.

Un’accusa, questa, ricollegabile anche al passato dello stesso Masoch, al tempo in cui da giovinetto le cose iniziarono per lui inesorabilmente complicarsi. Leggiamo infatti dalle sue Cose vissute del 1888:

Ero andato a far visita ai figli della mia zia bella  (…) All’improvviso apparve (…) avvolta in una grande pelliccia di zibellino (…) La seguii nella sua camera da letto, le tolsi la pesante pelliccia (…) Poi mi misi in ginocchio davanti a lei, per porgerle le sue pantofole orlate d’oro. Sentendo i suoi piccoli piedi agitarsi tra le mie mani, posai su di loro, come folle, un bacio ardente. Mia zia mi guardò con stupore, poi scoppiò a ridere, colpendomi lievemente con un piede.

È una pelliccia di zibellino a confermare l’imbocco della cattiva strada feticista non soltanto di Masoch, ma pure dello stesso Joyce, che in una lettera alla compagna Nora del 25 ottobre 1909 scrive:

Sto cercando di comprarti uno splendido completo di pelliccia di zibellino, berretto, stola e manicotto. Ti piacerebbe?

Il masochista non possiede tratto più distintivo del proprio feticismo, ossia la riproposizione reiterata di un’immagine erotica sospesa e incancellabile (che sia una pelliccia, una scarpa o un piede…) che sia espressione di quel discorso in noi latente su ciò che, di contro, tutto cancella e niente sospende: la morte. Le energie pulsionali freudiane di Eros e Thanatos sono della medesima sostanza, ma si distinguono nel linguaggio: se Amore si manifesta dando voce a tale energia, pericolosamente tacendo lo fa la Morte.

Muori e sii dannato (…) Ti seppelliremo (…) Ti concimeremo.

Prima di queste minacce di morte, Bella Cohen, tenutaria del bordello dove si svolge la scena, aveva rivolto  a Bloom altre minacce di sottomissione, tipicamente feticiste:

BELLO

(…) Inchinati, schiava, davanti al trono dei tacchi gloriosi del tuo desposta (…)

 BLOOM

(Incantata, bela.) Prometto di non disobbedire mai.

Bloom, che si impegna a non disobbedire, è apostrofato come femmina e Bella come maschio. Il cambio di genere e il rispetto della promessa rivelano due passaggi imprescindibili del rapporto masochista: il travestimento e il contratto.

Liquidiamo subito ogni banale equivoco riferendoci alle acute analisi contenute nel saggio del 1967 Il freddo e il crudele di Gilles Deleuze. Così come il sadico non cerca un masochista già disposto al sopruso bensì una vittima a cui imporlo suo malgrado, anche il masochista non cerca un sadico già avvezzo al dispotismo, bensì un fedele che possa lui stesso forgiare come despota. Nell’atto masochistico dunque è irrinunciabile un ammiccamento fra le parti in causa che venga sancito e messo nero su bianco attraverso un contratto: la parte debole non solo si dichiara e si offre deliberatamente sottomessa, ma designa la controparte despota, educandola e plasmandola come tale. Il travestimento rappresenta l’immedesimazione nella scena masochista dove il despota

si impegna a indossare pellicce il più frequentemente possibile, e soprattutto quando sarà crudele,

come apprendiamo in uno degli articoli che compongono il contratto stilato l’8 dicembre 1869 fra lo scrittore Leopold von Sacher-Masoch e un’altra scrittrice, Fanny Pistor, che lui frequentò realmente e le cui reali e reciproche vicende ispirarono quelle narrate nel romanzo, dove al suo schiavo Severin la padrona Wanda imporrà persino di cambiare nome in Gregor. Anche nella scena in Ulisse, Bloom sarà chiamato Ruby o Flower (fiore), il che ci ricorda che il suo nome è in effetti posticcio: Bloom (bocciolo) è un adattamento dall’ungherese Virag (fiore), il vero cognome paterno prima che la sua famiglia emigrasse in Irlanda. Ci si mise anche l’anagrafe a registrare erroneamente il suo secondo nome al femminile “Leopold Paula Bloom”, proprio come accadde nella realtà a “James Augusta Joyce”. Era dunque necessario non solo che Bloom in questo episodio si facesse donna e madre, tanto da ritrovarsi poco dopo gestante e partoriente di otto gemelli, ma che nell’intero romanzo Ulisse la figura estromessa fosse proprio quella del padre, al contempo il grande escluso anche dal contratto masochista. È il padre ad essere destituito dalla stessa madre (la padrona Bella “acquisendo il fallo” si trasforma in Bello) ed è in negazione del padre che si partorirà il nuovo figlio. Ciò avviene anzitutto cedendo al baratro della colpa, che nel figlio masochista è intesa come colpa di somiglianza e discendenza sessuale dal padre. In questa direzione difatti riprendono le accuse rivolte a Bloom:

Dimmi! Qual è stato il più ributtante atto osceno in tutta la tua carriera di criminale? Va’ fino in fondo. Sputa il rospo. Sii sincero per una volta. (…) Rispondi, Essere ripugnante! Insisto a voler sapere. (…) Quante donne hai avuto, dimmi? Seguendole per strade buie, da piedipiatti, eccitandole coi tuoi grugniti strozzati. Ma come, tu maschio prostituto?

A questo punto non stupisce che lo scioglimento di tensione accumulata nell’animo tormentato della vittima fra un’accusa un’altra, coincida niente di meno che con la punizione per fallimento: la castrazione. È il padre a fallire; il padre di Leopold (Rudolph) morì suicida, il figlio di Leopold (Rudy) morì prematuramente pochi giorni dopo il parto. Ogni virilità è svilita e ogni paternità abortita, come è evidente nelle irrisioni rivolte a Bloom a seguito delle precedenti accuse:

Da questo momento tu sei evirato e veramente mio, una persona soggiogata. (…) Ti spoglierai dei tuoi abiti maschili. (…) A cosa altro serve un essere impotente come te? (…) Gatto senza coda! Cosa abbiamo qui? Dov’è finito il tuo arnese riccioluto, qualcuno te l’ha mozzato, bel canarino? Canta, uccellino, canta. È floscio come quello di un bambino di sei anni che fa pipì dietro a una carrozzina.

Psicanaliticamente decade la legge paterna secondo cui la minaccia di castrazione del figlio scongiurerebbe l’incesto con la madre; ora invece la castrazione diviene anzi il rito iniziatico e risolutivo grazie al quale può finalmente avere luogo l’incesto con la madre (che dispoticamente si attribuisce fallo e legge) e da cui si avrà – una volta deruolizzato il padre – la rinascita e rigenerazione del figlio. Il desiderio dell’uomo rigenerato e divincolato non potrà che essere esso stesso rigenerato e divincolato: eclettico e polimorfo, come direbbe Herbert Marcuse in Eros e civiltà, ma come anche di recente ci ha ricordato Gabriele Frasca nel suo saggio del 2022 L’uomo con la macchina da prosa:

Per Bloom esiste solo desiderio, mai godimento. Ed è quest’attitudine che costantemente lo solletica ma gli interdice di consumare, che fa di lui una macchina desiderante.

La giornata di Bloom nell’Ulisse difatti altro non è che una passeggiata erotica, dove tutto ciò che non sarà goduto e per il fatto stesso di non esserlo viene soltanto desiderato anzitutto attraverso l’esaltazione della percezione sensoriale, proprio come Severin in Venere in pelliccia, che definisce se stesso un “sovrasensuale”. I piaceri con cui il masochista sospende le miserie dell’esistenza derivano dalle suggestioni ricorrenti proprie delle icone dell’arte, quali le sculture e i dipinti di soggetti femminili. Il libro di Masoch si apre in adorazione dapprima di una statua e successivamente di un quadro ispirati a Venere:

Si trattava di una buona copia della ben nota Venere allo specchio di Tiziano, alla Dresdner Galerie (…) Severin si alzò e indicò la pelliccia con cui il Tiziano rivestì la sua Dea dell’Amore. “Anche qui Venere in pelliccia”.

Anche Bloom ha le sue icone da ammirare, fra tutte l’immagine della ‘ninfa al bagno’ appesa nella camera di casa sua, che gli appare ora qui anche lei ad accusarlo:

LA NINFA

Mi hai portata via, incorniciata con quercia e orpello, fissata sopra il letto matrimoniale. Non visto, una sera d’estate, mi hai baciata in quattro punti. E con amorevole matita hai ombreggiato i miei occhi, il petto e le vergogne.

BLOOM

(Le bacia umilmente i lunghi capelli) Le tue curve classiche, bella immortale. Ero contento di guardarti, di lodarti, simbolo di bellezza, quasi di pregarti.

(…)

LA NINFA

Cosa non ha visto in quella camera? Cos’altro devono vedere i miei occhi?

È la domanda delle domande: di cosa è testimone la ninfa incorniciata e appesa nella camera da letto di Bloom? Qualcosa di cui Bloom non può e non vuole essere testimone? Perché se l’arte ha il potere di fissare l’idea di bellezza rendendola eternamente sospesa, proprio come le attese di piacere che il masochista ricerca ossessivamente, essa non riuscirà mai a porre il soggetto sottomesso del tutto al riparo dalla temuta intrusione fra lui e la sua dominatrice. Anzi il processo estetico masochista prevede l’arrischiarsi a questa intrusione del “terzo”: è quanto accade difatti in Venere in pelliccia con il personaggio del “Greco”, un uomo che spicca per bellezza, agilità, fascino e virilità, tanto che lo stesso Severin ne è irrimediabilmente attratto quanto Wanda; ma mentre quest’ultima se ne innamorerà, Severin finirà per farsi crudelmente dominare e maltrattare da entrambi.

In Ulisse il “terzo” è rappresentato da Boylan, che poche ore prima della nostra scena si era incontrato in casa della sua amante Molly, la moglie di Leopold Bloom. Questa relazione extraconiugale pare non sia un mistero per nessuno a Dublino, Leopold incluso, il quale, invece di contrastare l’incontro, fa di tutto per restare lontano da casa, dalla sua camera dove si consumerà l’atto, proprio nel suo letto, sotto gli occhi dell’innocente ninfa. Questo non senza dolore, intendiamoci: il masochista non può fare a meno di vivere l’ingiustizia e non riesce a far nulla per impedirla. Bloom all’ora di pranzo aveva addirittura rischiato in città di imbattersi in Boylan – che avrebbe incontrato la moglie più tardi, nel pomeriggio – e per sfuggirgli si era rifugiato nel National Museum, anche lui riparando al rifugio dell’arte:

Fredde statue: là è tranquillo. In salvo tra un attimo. (…) I suoi occhi sbattendo le palpebre guardavano fissi le curve di pietra al colore cremoso.

L’arte può disperdere le miserie dell’esistenza, ma non il tradimento del terzo, inconsapevolmente voluto dal masochista Bloom. Il tradimento avverrà, lui lo sa, e forse potrà anche immaginare di assistere a ciò cui la ninfa immaginata ha assistito.

BOYLAN

(A Bloom, da sopra la spalla) Può mettere l’occhio sul buco della serratura e gingillarsi da sé, mentre io me la faccio un po’ di volte.

BLOOM

Grazie, signore. Lo farò, signore. Posso portare due amici a testimoniare l’impresa e scattare un’istantanea?

Il tradimento – e con esso la gelosia – è uno dei temi cruciali e ricorrenti non solo nella scrittura ma anche nella vita stessa di James Joyce.

La sua compagna Nora gli raccontò che anni prima un giovane spasimante di nome Michael, nonostante fosse malato di tubercolosi, affrontò il brutto tempo per andare sotto casa sua a salutarla, sapendo che lei avrebbe presto abbandonato la città natale irlandese di Galway per trasferirsi a Dublino. Micheal poco dopo morì. L’amara vicenda toccò tanto profondamente Joyce che ne trasse ispirazione per il racconto I morti, dove Gabriel rimane sconcertato apprendendo dalla moglie Gretta che in gioventù un ragazzo sfidò per lei la salute e il freddo fino a morirne: anche lui di nome Michael.

Un altro episodio esemplare avvenne intorno al 1912, durante la residenza a Trieste, quando Nora ricevette le attenzioni di Roberto Prezioso, giornalista veneziano amico di Joyce. Quest’ultimo non solo era a conoscenza dell’interesse dell’amico per Nora, ma facendosi puntualmente raccontare da quest’ultima i dettagli delle loro frequentazioni, le agevolava lui stesso. Anche questa vicenda, come si desumerà da alcuni appunti di Joyce di poco tempo successivi, ispirerà l’unico suo testo drammaturgico, Esuli, incentrato sul triangolo fra Bertha, l’amante Robert e il compagno Richard il quale sembra essere morbosamente complice dei loro coinvolgimenti sentimentali grazie soprattutto alle puntuali confidenze fornitegli dalla stessa compagna Bertha.

Cosa può indicarci questa ricorrente incursione del “terzo” in un rapporto masochistico, se non l’esorcizzazione del fantasma del padre, la figura tanto a fatica destituita e abolita? In Ulisse tale figura è tanto esclusa quanto minacciosa, fin dalle celebri sentenze amletiche apertamente citate nel romanzo, che tormentano il figlio Stephen Dedalus, l’artista Joyce da giovane:

Amleto, son io lo spirito di tuo padre

Per un certo tempo a vagar sulla terra condannato.

Ecco perché Stephen Dedalus in Ulisse non sta inseguendo il padre abolito, bensì la sua allucinazione. Lo fa nominando un “terzo”, che per Stephen può essere Leopold Bloom (il suo padre naturale fallito Simon Dedalus è tenuto fuori scena) e per Bloom è Boylan (il suo padre suicida Rudolph si è tolto di scena da solo). Soltanto includendo ed esercitando deliberatamente la minaccia reale del “terzo” si potrà essere eludere il ritorno del padre, relegandolo così eternamente al solo ruolo di fantasma.

In Venere In Pelliccia Severin non vi riuscirà: il “terzo” sgretolerà la sua impresa masochistica, il contratto sarà sciolto e Wanda sparirà. In Ulisse è ancora troppo presto per il giovane Stephen Dedalus, che non ha ancora incontrato la sua donna e le sue pene non sono ancora pene d’amore: dopo essersi fatto accogliere da Bloom, lo abbandonerà poco dopo nella notte. Ma Leopold Bloom invece accetta tacitamente ciò che sua moglie Molly esplicitamente dichiara col celebre “sì” finale. Il sì a lui, a Boylan, a Dublino, ai fantasmi, alla notte fonda e al mattino alle porte, in attesa che tutto sia rimandato all’indomani e possa ripetersi ancora e ancora e ancora, proprio come accade con i fantasmi.

Proprio come scriveva Deleuze, la sospensione e il fantasma sono l’arte del masochista.

_

(Le traduzioni di Ulisse di James Joyce utilizzate in questo testo e nel video Leopold in furs sono di Marco Marzagalli)

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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