L’ultima formazione titolare della Cecoslovacchia ai Mondiali

di Lorenzo Mari

Per molti anni, almeno fino al 2005, Giuseppe era stato considerato all’unanimità, Giuseppe compreso, come lo scemo del paese di P***.

Ma non era vero.

Giuseppe era scemo, se si vuole, ma non era l’unico in paese. Toni, almeno, diceva questo: Giuseppe non era l’unico.

Bastava guardare ai risultati delle elezioni negli ultimi anni, diceva, oppure ascoltare le storie su questo o quell’altro personaggio nativo di P*** o del vicino paese di San F*** e guardare negli occhi chi si faceva latore di questa o quella vicenda. Scemo, in quel caso, era almeno uno dei due: chi raccontava la storia o chi ne era protagonista, e a volte tutt’e due, per non parlare di chi stava ad ascoltare.

Probabilmente, diceva Toni, era sufficiente contare il numero di persone che andavano in chiesa o in sezione, spesso intrecciando le strade – un fatto sempre possibile in un paesino molto piccolo e perennemente afflitto da una nebbia impenetrabile in pieno stile
ventesimo secolo – e guardarle confondersi lungo il percorso. Frotte di persone sconfitte dalla nebbia che varcavano un portone indistinguibile e finivano per ascoltare un’omelia diversa dal previsto, storcendo, chi più chi meno, il naso.

Toni, però, ce l’aveva con tutto e con tutti, in paese e fuori, toccando nelle sue sfuriate qualche nativo di G*** e un sacco di politici e calciatori; non era sempre affidabile, di conseguenza, anche se era spesso in grado di strappare una risata a chi si prendeva la briga di ascoltarlo.

Magari, poi, gli episodi che s’inventava non erano successi davvero, ma era in ogni caso acclarato che Giuseppe fosse considerato all’unanimità lo scemo del paese di P***, e questo si doveva, in primo luogo, al fatto che a differenza di tutti i compaesani, inclusi i nativi di San F*** e G***, sapeva a memoria la formazione titolare della Cecoslovacchia ai Mondiali di Italia ’90.

Stejskal, Bielik, Kadlec, Hašek, Kocian, Bílek, Straka, Chovanec, Moravčik, Skhuravy, Knoflíček.

L’ultima squadra di calcio della storia della Cecoslovacchia.

Giuseppe, però, non era un nostalgico: recitava i nomi dei calciatori cecoslovacchi di punto in bianco, interrompendo una qualsiasi conversazione, guardan­do fisso nel vuoto, oltre il gruppo dei presenti, e alzando il bicchiere, quando beveva, in un brindisi immaginario. A dire il vero alzava il bicchiere anche quando non beveva, e se si trovava per strada si metteva a guardare eroicamente l’orizzonte, nebbia permettendo. E malgrado la posa da eroe dei film di una volta, non era un nostalgico nemmeno da un punto di vista più squisitamente cinematografico. Quanto ai nomi, li diceva a raffica, senza sbagliare una pronuncia.

Stejskal, Bielik, Kadlec, Hašek, Kocian, Bílek, Straka, Chovanec, Moravčik, Skhuravy, Knoflíček.

I suoi compaesani, fatta eccezione per i malati e i coscritti del pallone, si ricordavano soltanto di Skhu­ravy e non avevano mai controllato che la formazione snocciolata da Giuseppe fosse effettivamente quella giusta.

Solo una volta, si ricordava Toni, c’era stato qualcuno che aveva avuto l’ardire di contraddire Giuseppe alla fine del suo rosario cecoslovacco.

Era successo in una gelida domenica invernale, al termine di una combattuta ma in fin dei conti noiosa Fiorentina-Inter. Giuseppe era partito in quinta, passando in rassegna la formazione della Cecoslovacchia ai Mondiali di Italia ’90 senza prendere fiato. Le sue cantilene non avevano un obiettivo ben definito, ma in quel caso era parso a quasi tutti i presenti che la tirata avesse lo scopo di interrompere una delle tirate di Angelo sulle malefatte del sindaco del paese di San F***, all’epoca poco apprezzato a P*** per la questione della discarica al confine tra i due paesi.

Erano discussioni infinite che non portavano mai a un risultato concreto, se non a rivangare qualche rancore personale o a rifugiarsi in una battuta sulla Juve di Agnelli o sul Milan di Berlusconi, e poi a una chiosa rassicurante, del tipo “tanto non cambierà mai nulla” o altre variazioni sul tema. Rassicurazione che fu usata anche quella volta, ma durò ben poco, perché Angelo tornò subito alla carica, dicendo a mezza voce ma abbastanza forte da poter essere udito dall’intero consesso di allenatori e agitatori elettorali in riunione plenaria: «Sì, tanto non cambierà mai nulla, ma intanto la diossina cambia le cose».

E a quel punto Giuseppe, con la sua nenia prima in sottofondo poi con un discreto crescendo che aveva zittito tutti: «Stejskal, Bielik, Kadlec, Hašek, Kocian, Bílek, Straka, Chovanec, Moravčik, Skhuravy, Knoflíček».

«E Kubík allora?» sbottò qualcuno dalle retrovie. Franco, probabilmente: l’unico a tifare Fiorentina, e a distanza di anni dal suo trasloco in paese nessuno sapeva esattamente perché. Lui diceva che era per via del prozio materno, il solo della sua famiglia che avesse vissuto in Toscana tutta la vita e che fosse stato un vero tifoso di calcio. Il prozio di Franco era stato il primo e unico famigliare a portarlo allo stadio a vedere la Fiorentina quando lui aveva dieci, undici anni al massimo. All’epoca non era nemmeno intitolato ad Artemio Franchi, era semplicemente lo stadio Comunale.

In effetti Kubík mancava davvero all’appello nelle litanie di Giuseppe, e questo contribuì a zittire l’udito­rio, in attesa di una reazione da parte di Giuseppe.

«Luboš! Luboš Kubík!» disse Franco alzando progressivamente la voce e dando l’impressione di una maggior sicurezza di sé, sfoderando per di più un accento cecoslovacco che, anche in quel caso, nessuno parve in grado di contraddire.

Seguì una pausa di silenzio, e poi la voce di Franco che snocciolava vita, morte e miracoli di Luboš Kubík, centrocampista “di sostanza”, come si diceva all’epo­ca, e forse si dice ancora, all’interno di una linea mediana che rasentava la perfezione, insieme a Dunga e Iachini. E poi Baggio, naturalmente.

Kubík aveva segnato una doppietta al Pisa in trasferta, nel derby espugnato per quattro a zero nell’ot­tobre del 1990, con la curva che qualche tempo dopo si era messa a cantare “Attenti al Luboš”, in uno stralunato, rumoreggiante omaggio a Kubík, ma anche a quel Lucio Dalla che era, com’è noto, tifoso di un’altra squadra con la quale c’era un derby ancora più sentito di quello con il Pisa.

«Ai Mondiali Kubík ha pure fatto gol al Costarica, non ricordi? Come fai a non ricordarti se reciti a memoria la formazione, per filo e per segno, della Cecoslovacchia?»

La frase si era andata via via spegnendo, come se Franco, a metà della sua sfuriata, avesse colto negli occhi di Giuseppe una ferita ancora più viva di quella che esibiva quando alzava il bicchiere. Non soltanto le parole di Franco si ritirarono, ma anche il suo corpo tornò languidamente a scivolare sulla sedia del bar, abbandonando il tavolino che aveva appena preso d’assalto. In fondo, la guerra è la continuazione del calcio con altri mezzi, finché non c’è spargimento di sangue, almeno, e forse anche quando c’è il sangue.

Ma non erano solo il calcio e la guerra; tutto sembrava passare inesorabilmente e incessantemente da uno stato fisico all’altro, da una condizione all’altra nella prospettiva del piccolo paese di P***, salvo forse la diossina.

Intanto, il bar era piombato nel più assoluto silenzio dopo la battuta di Franco, il quale aveva infine sentito la necessità di tornare a spingere, giocando però su un altro terreno, che doveva essergli sembrato meno insanguinato.

«Kubík, dai, Kubík! Quello che poi hanno venduto in Inghilterra per prendere Maiellaro e Orlando, che pure Montanelli s’era incazzato.»

Silenzio, e tutti a guardare Giuseppe, che intanto fissava il vuoto davanti a sé, come un pugile suonato. Fu allora che a Franco sembrò di avere un colpo di genio. Con l’aria che hanno quelli che stanno per rivelare una gran verità, lui che con Giuseppe, che diceva essere suo amico, ma in fondo era anche il matto del paese, non aveva mai intrattenuto grandi rapporti, disse: «Ma non ricordi che casino aveva fatto Kubík con quell’altro, Nòflice, come si chiama…».

«Knoflíček» lo aveva corretto Giuseppe, senza alzare lo sguardo.

«Nòflice, sì, quello!»

«Mi ricordo, certo. Se ne sono andati in Germania Ovest a giocare e poi non sono voluti tornare indietro. Un po’ li capisco. Ma poi gliel’hanno fatta pagare! Meno male che c’erano entrambi a Italia ’90.»

Mentre raccontava questa storia, Giuseppe non aveva mai alzato lo sguardo dal punto sul quale l’aveva inchiodato. La voce, però, mostrava i segni di un leggero sollievo e l’incidente diplomatico legato a Luboš Kubík si era chiuso così.

Quello che però non poteva passare in sordina era la conoscenza sfoderata da Giuseppe su un fatto giunto in modo talmente marginale agli onori delle cronache italiane che poteva essere conosciuto solo da un tifoso viscerale della Fiorentina come Franco.

Certo, Giuseppe sapeva a memoria la formazione titolare della Cecoslovacchia ai Mondiali di Italia ’90, ma quel dettaglio su Kubík e Knoflíček, quel tipo di conoscenza storica e politica era eccessivo, e da quel momento, se Giuseppe si assentava per quattro o cinque giorni – assenze sulle quali mai nessuno si era permesso di metter becco con lui, considerandole perfettamente compatibili con i suoi lavoretti occasionali, con la dedizione all’alcol e, in ultima istanza, con il suo essere considerato all’unanimità lo scemo del paese di P*** – non si diceva più che era andato a Praga, in Cecoslovacchia (per i più colti in Boemia o in Moravia e per i più aggiornati in Repubblica Ceca o Slovacchia). Si diceva invece che se n’era andato in Germania Est, oppure Ovest, e poi da lì – nonostante la riunificazione delle due Germanie fosse un dato di fatto ormai da tempo – la si buttava di nuovo in politica.

E così via fino al 2005; anzi, per l’esattezza fino al 30 ottobre di quell’anno.

Nelle discussioni di inizio campionato, riferite quasi esclusivamente alla vittoria per 3 a 1 del Milan sulla Juve avvenuta il giorno precedente (Seedorf, Kakà e Pirlo nel primo tempo, Trezeguet nella ripresa), si era infiltrato chissà come, forse a causa di un accenno a Vieri, partito dalla panchina ed entrato a risultato pressoché acquisito, un breve battibecco sulla bellezza delle compagne dei calciatori.

«Ma a te lei proprio non piace, Giuseppe?» era stata la domanda di Toni, posta senza pensarci troppo.

Giuseppe non aveva risposto, occhi bassi, bicchiere immobile sul tavolo.

«Dai, davvero non ti piace?» aveva rincarato Danilo, aiutandosi con un paio di gesti piuttosto eloquenti, che Giuseppe non aveva visto.

Un breve silenzio, poi: «Stejskal, Bielik, Kadlec, Ha­šek…».

Angelo: «Eh no, basta! Non puoi fare sempre così».

Giuseppe: «Haaašek, Kocian…».

Danilo: «Ancora con ’sta Cecoslovacchia, che manco c’è più da vent’anni!».

Danilo esagerava, come al solito, sul tempo e sulla storia, e si aiutava con gesti sempre più espliciti e bellicosi che Giuseppe continuava a non vedere.

«Ma non può essere che non ti interessino le donne.»

Giuseppe si era alzato, senza rispondere, lasciando il bicchiere mezzo pieno, cosa che non era da lui, gli occhi spenti, più spenti di tutte quelle volte in cui il bicchiere l’aveva finito, e si era diretto alla porta.

Due voci in sovrapposizione: l’affondo tagliente di Danilo, che ormai non teneva la bocca a freno, «Vai in Germania Ovest, vai?! Attento a Charly!», e in sottofondo la litania che arrivava dalle spalle di Giuseppe, «Straka, Chovanec, Moravčik, Knoflíček…».

Giuseppe uscì dalla porta del bar senza girarsi, senza salutare, dimesso e spento, più dimesso e spento della luce incerta che entrava ancora dalla porta in quel tardo pomeriggio di fine ottobre.

Da quel momento nessuno l’aveva più visto né aveva avuto sue notizie, alternando una preoccupazione crescente a un crescente disinteresse, anche per il calcio, fino a quando, alcuni mesi più tardi, in una domenica di maggio assolata e calda, Toni ci aveva detto di aver letto per caso, sulle pagine della cronaca di un quotidiano nazionale, che un tal Giuseppe era stato trovato impiccato da una vicina, dopo molti giorni, in un appartamentino minuscolo di Genova che in un lontano passato questo Giuseppe aveva condiviso con una donna e due figlie.

«Figlie ormai grandi» aveva rimarcato Toni.

Toni era sicuro che si trattasse di Giuseppe, scemo del paese votato all’unanimità, Giuseppe compreso, dal paesino di P***.

Genova, Giuseppe, una famiglia alle spalle: come poteva essere diversamente.

Quella domenica e nei giorni a seguire nessuno osò parlare di Cecoslovacchia e Germania Ovest, forse per rispetto, forse perché la vita prima o poi si separa dalle sue immagini, o forse per paura, ma più d’uno si ricordò della domenica d’ottobre in cui Giuseppe era uscito definitivamente di scena, dicendo, con un filo di voce che si perdeva nel rumore della porta che si richiudeva: «E poi Skhuravy, Skhuravy…».

Breve silenzio, poi un tuono attraverso la porta: «Skhuravy era immenso!».

 

NdR: questo racconto fa parte della raccolta di testi brevi “In ordine sparso”, pubblicata di recente da Galaad Edizioni

 

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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