La lettera

Foto di Andrys Stienstra da Pixabay

di Silvano Panella

Mi trovavo all’esterno di un locale improvvisato, tavolini sbilenchi sotto una pergola che non aveva mai sostenuto viti – non sarebbe stato possibile, faceva troppo caldo, davanti a me il deserto africano, l’aridità giungeva fin dentro i bicchieri, polverosi e arsi. L’oste servì prima un cliente ben vestito, il volto rovinato da imprese spossanti. Quel volto mi fece pensare che anch’io avevo avventure da raccontare – le trascriverò in un libro. Quando finimmo di mangiare il cuscussù, io e l’altro cliente ci ritrovammo a parlare di buone strade, non in senso metaforico ma proprio: dove mettere i piedi senza finire in qualche trappola mortale lasciata dall’ultima guerra, dalle ultime rivolte aizzate da nazioni profittatrici, dalle ultime dimostrazioni dei venditori d’armi, dagli ultimi…

«Ho capito. Segua quella striscia di terra scura. La segua attentamente. So che sotto il sole potrebbe essere difficile distinguere tutte le tonalità della terra, perciò non alzi mai lo sguardo all’insù», dissi all’uomo.

«Non ho più buoni occhi»

«Mi dispiace»

«Potrebbe aiutarmi. Le pagherei il disturbo»

«Dove è diretto?»

«Sto cercando una lettera»

«Mi spieghi meglio che può ma con il minor numero di parole», dissi, irritato dal caldo.

«Ero un diplomatico. Fummo attaccati durante uno spostamento. Spari, ferimenti, razzie. Tenevo la lettera nella borsa che mi fu sottratta. Avrei dovuto metterla in tasca. Ma sa, nelle tasche le lettere si piegano»

«Non mi pongo mai questi problemi. Però la capisco, lei era un diplomatico, abituato a salvaguardare i formalismi dei comportamenti, le formalità delle procedure, le forme delle lettere. Cosa le è successo?»

«Mi sono ossessionato a recuperare la lettera a ogni costo e così ho perso ogni incarico»

«Succede, quando si tralascia ogni ritegno, ogni convenienza. Ecco perché preferisco voi diplomatici ai politici, prendete sul serio qualsiasi sviluppo e ne fate il motivo della vostra vita. E in più avete quella… lei ha quella regalità che ho ravvisato soltanto in certi ritratti a olio dipinti in occasione delle investiture. Io invece vado in giro nel modo più comodo possibile. Soltanto tra i banditi non sfigurerei»

«Questo è interessante», disse l’ex diplomatico, e per la prima volta sorrise.

Mi fece piacere che quell’uomo dimagrito e malinconico, quell’uomo che era passato dai fasti delle ambasciate all’oblio della solitudine, potesse ritrovare il sorriso a causa mia. Ora quell’uomo stava meditando proprio davanti a me – forse elaborava un piano, forse mi immaginava mentre entravo senza esitazione nel punto più malfamato del paese, il punto esatto, la confluenza degli esemplari più malvagi del genere umano. Per una lettera, poi. Cos’era? Un reperto di squisita calligrafia, di valore storico? O uno scritto capace di mutare le sorti del mondo? O una sciocchezza? Sarebbe stato divertente rischiare la vita per salvare l’invito a un ballo già avvenuto. No, quella lettera doveva avere un valore. Certo, non eravamo più ai tempi delle dispute tra regni bizzosi, eravamo in un limbo nel quale si poteva dire una cosa e il suo contrario, si poteva cominciare un’impresa e poi rinunciarvi senza il timore di essere redarguiti perché nel frattempo gli osservatori si erano distratti – forse era il surriscaldamento globale che infiacchiva i popoli.

«Con il suo aiuto, potrei recuperare la lettera», l’ex diplomatico disse.

«Lei sa dov’è?»

L’ex diplomatico annuì. Fu un sussulto rapido e convulso, la testa su e giù, su e giù precisamente, senza esitazioni. Non ero convinto della sua risposta né della sua salute mentale. Assecondandolo, mi sarei ritrovato nei guai. Era il tipico uomo da salutare con garbo e da ascoltare con rispetto, ma poi bisognava liberarsene. E io, con tutta l’esperienza accumulata in anni di esplorazioni, di sortite, di incontri, non riuscii a non rifiutare l’astrusa missione propostami dall’ex diplomatico. Sarà perché ho sempre ammirato chi si prefigge obiettivi distanti, ideali, irraggiungibili.

Senza accorgermene, mi ritrovai a seguire l’uomo. È così, proprio così, succede, per un momento più o meno lungo si perde il contatto con la realtà – infatti non ricordo chi di noi due pagò il conto per entrambi nonostante avessimo mangiato separatamente. E poi, se io ero un avventuriero e all’occorrenza una guida, perché ora seguivo un’altra persona anziché precederla? Fermai l’uomo prima che proseguissimo ulteriormente nel deserto, destinati a una morte atroce, estatica. Gli dissi di chiarirmi il suo piano. L’uomo estrasse da una tasca un foglio consunto e ripiegato e me lo porse. Era una mappa. Alcune località erano cerchiate, altre cancellate da pesanti e fitti tratti d’inchiostro. L’uomo diceva che andavano controllate le località cerchiate, pericolose perché sotto il controllo dei banditi. Questa mappa un tempo razionale come il suo cartografo e ora piena di scarabocchi mi convinse a desistere. Finsi di interpretare gli scarabocchi e dirottai l’uomo verso l’ospedale. Due brave suore se ne presero cura, una terza mi disse di conoscerlo. Era stato davvero un diplomatico, aveva davvero perduto una lettera in uno scontro armato. Ancora più incuriosito, andai dal mio amico al consolato. Anche lui conosceva l’ex diplomatico.

«Un signore distinto, di grande rettitudine, impazzito a causa di una lettera»

«Una lettera importante?»

«Può darsi. Di sicuro per lui. Per gli altri, chissà»

Le parole del mio amico mi fecero immaginare che forse quella lettera avrebbe potuto migliorare il corso degli eventi – un pensiero folle almeno quanto la folle ricerca della lettera a opera dell’ex diplomatico. Per riuscire a cambiare le sorti dell’umanità avrebbe dovuto esserci scritto qualcosa di molto potente se non proprio di magico. Oppure, era una buona lettera che avrebbe suggerito a un sottosegretario gli spunti per convincere il suo ministro, il ministro avrebbe illustrato progetti ambiziosi durante un convegno internazionale e i suoi omologhi stranieri avrebbero tratto l’ispirazione per ottenere dai governi finanziamenti opportunistici ma concretissimi. Un mutamento radicale partito da riflessioni messe per iscritto: doveva essere questo. Sicuro che la lettera fosse stata distrutta, sicuro che qualcun altro avrebbe spinto il mondo a occuparsi dello sviluppo del continente, non io, no, non ero in grado di tradire il mio individualismo per diventare un dilettantesco merciaio di buoni propositi, lasciai stare e andai in cerca della prossima avventura.

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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