La radura

Immagine generata da AI

di Martina Ciullo

Inizia così: siete vicini a una radura, per niente diversa dalle solite radure di cui si legge nei racconti, anzi pressoché identica, solo che in questa radura un neonato sta piangendo. Grida acute di gattino cieco che è rimasto senza latte. Non lo vedete, lo sentite e basta, e questo accade perché la radura, da brava radura, appunto, è impervia da raggiugere. La boscaglia fitta che le sta intorno prova a impedirvi di inerpicarvi fino a lì. La cinge dolcemente con del filo spinato impenetrabile.

Ma il neonato strilla come se voi foste la sua unica possibilità, e quindi decidete di farvi pungere gli occhi dagli arbusti e le braccia dalle spine dei rovi e le gambe dalle ortiche pur arrivare nel mezzo.

Purtroppo quando arrivate è tardi, tardissimo, così tardi che è già buio pesto e nessun neonato piange più. Inoltre la radura non è una semplice radura, si perde a vista d’occhio e sconforta come il mare quando lo si scruta durante una traversata in barca a vela.

Nelle orecchie però avete ancora quel pianto di gola. Come potreste fare per ritrovarlo? Decidete di cantare. Cantate forte, fortissimo, sperando di svegliarlo. Il neonato non si sveglia. Non emette fiato, sembra quasi non esistere più.

Allora vi sdraiate nella radura e il fischio di un civetta vi accoglie nel mondo che non speravate nemmeno esistesse. Ci entrate in modo facile, solo chiudendo gli occhi, che una volta riaperti siete ciechi ai sensi normali.

Ora vedete il bambino, è un uomo indefinibile e senza età, l’idea platonica dell’uomo, la categoria kantiana dell’uomo, la foto che ci sarebbe in un dizionario illustrato alla voce uomo. Piange forte, la voce da neonato che esce dalla gola coperta dai peli della barba. Sei tu?, gli chiedete. E lui piange più forte. Lo prendete per un sì.

Quando vi avvicinate a lui, la radura prende vita, avanza fino a divorarvi ma non sentite dolore, siete solo tornati nella vita di prima, la vita in cui non vi accorgete mai di nulla, la vita in cui state seduti sull’autobus con la testa a ciondoloni e un uomo vi tocca la spalla per capire se va tutto bene o se siete morto. Voi vi tirate su, un filo di bava che cola, e fate sì con la testa.

Quando arriva la vostra fermata, scendete.

Non c’è Piazzale Flaminio davanti a voi, ma una fitta boscaglia che vi impedisce di arrivare a casa vostra. Fate il possibile per scavarvi una strada, ma risulta impossibile arrivare nel mezzo. Provate a ripetizione finché il pianto insistente di un bambino vi disturba.

Siete nella stanza di vostro figlio, ora, e meditate di fermarlo mettendogli un cuscino in faccia. Quando vostra moglie rincasa e chiede dov’è il bambino, voi, sinceri, chiedete: che bambino?

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davide orecchio
davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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