Un topo in guerra. Su “Tapum” di Leo Ortolani

di Paolo Rigo
Tra i conflitti dell’età moderna la Grande guerra resta uno dei più insondabili. Se si ragiona sul piano contestuale, se si pensa – abbagliandosi – che la storia dell’uomo sia l’espressione di un’evoluzione costante verso il meglio e se si considera, ancora, che la Grande guerra si verificò all’indomani di alcune conquiste sociali impensabili anche solo una decina di anni prima – esempi potrebbero essere fenomeni come il diffondersi anche nelle classi popolari della pratica della villeggiatura –, e se si ragiona, infine, sul fatto che poco prima ebbe luogo uno dei momenti in cui cultura e arte raggiunsero dei picchi purissimi d’espressione e diffusione – mi riferisco all’inganno della Bella époque e all’affermazione dell’arte popolare, tra cui prima di tutte il cinema –, allora quel misterioso dramma, alimentato da tensione tra cugini-sovrani e da rivendicazioni e malumori di una politica restata indietro, allora quel mistero è davvero incomprensibile. La contraddizione tra lo spirito di progressione e il conflitto fu colta molto bene dal sensibile Stefan Zweig. Questi, nel suo Mondo di ieri. Memorie di un europeo, offre un quadro drammatico, appassionato, ma anche sublime e delicato dell’aria di illusioni che aveva investito un’Europa liberale e fraterna; aria che nel tempo afoso di un’estate fu spazzata via da un’autunnale bufera di distruzione. È un nodo così profondo e forte da segnare un punto ancora vivo nella produzione artistica contemporanea: un esempio è Joyeux Noël. Una verità dimenticata dalla storia, film dedicato alle tregue di Natale del primo anno di guerra, quando lo spirito di fraternità fu soffocato dalla bramosia e dalla cieca burocrazia di comandanti e comandi. Quel senso di esasperato dramma di una guerra che sembrò – perché lo fu – civile, è solo uno dei tanti possibili topoi riscontrabile nelle opere dedicate al conflitto. Un altro, sempre e ancora delicatissimo, riguarda il mondo macchiettistico e contraddittorio delle potenze di second’ordine, l’Austria, come attesta il disperato Niente di nuovo sul fronte occidentale, e l’Italia; un quadro rarefatto ben colorato da Lussu, da Rosi, da Monicelli e da Festa Campanile. Quell’immaginario poggia le sue basi su scomode e innegabili realtà di disperazione, quali la scarsa preparazione delle truppe del regio esercito, l’illogicità mostrata dalla complessa ed effimera macchina di comando, incastrata tra senso dell’onore e inettitudine di comandanti, il Cavaciocchi di Gadda – esemplare di una classe vetustamente legata a un mondo davvero di ieri, a strategie per cui una battaglia si può e si deve vincere solo attraverso continue cariche e assalti, condotti con il solo scopo di consumare le riserve militari dell’avversario a costo di ingenti vite umane: eroici miti di sacrifici inutili o quasi. Con il suo Tapum, uscito per le edizioni Feltrinelli, Leo Ortolani fa rivivere quel mondo e confeziona così un’opera capace di dare continuità a quelle sofferenze e quel mito.
Tapum sorprende il lettore medio di Ortolani, perché si tratta di un’opera lontana dallo stile primigenio del fumettista – comunque ormai già da tempo impegnato in temi e questioni sociali delicate e importanti. Lo dimostra il sapiente uso del chiaro-oscuro, il tratto netto volto a trasmettere e ad amplificare l’ansia, l’assenza di speranza che si legge quasi in ogni pagina e che lega l’operazione a opere classiche del fumetto contemporaneo, come il ben più drammatico Maus. Ed ecco che Tapum, filastrocca ma anche onomatopea del suono che fa il moschetto quando si spara, si distingue nel panorama del genere come un’opera disarmante, cruda, sottile, piena e riuscita, in cui l’ironia di Ortolani trova espressione, comunque amara, solo e soltanto nel mondo dei fantasmi. Appartiene a quella dimensione lo spirito della morte che dialoga con l’ingenuo Mariani, protagonista, con l’ufficiale, tanto superiore quanto disilluso, Dolon (il quale ha le fattezze di Andrea Pennacchi, da La guerra dei Bepi, e da questa opera Ortolani ha tratto ispirazione per il suo lavoro), dell’intera storia ambientata nei giorni di preparazione e di scontro dell’inutile battaglia dell’Ortigara. Non solo la morte: vi sono ancora lo spirito della madre dello stesso Mariani che si preoccupa che il figlio in guerra possa non essersi coperto troppo, e la patria, la quale appare personificata come una bellissima donna-vampira che si nutre dei corpi dei suoi caduti. In questi momenti trovano spazio riflessioni sull’assurdità del conflitto, dei conflitti, dell’uccisione dell’altro, e, ancora, pensieri dedicati al mancato dialogo tra generazioni, con i vecchi, incapaci di comprendere il dramma quotidiano dei giovani soldati (aspetto che è fondamentale nel classico romanzo di Remarque). Ma Tapum non è solo questo, Tapum è anche il canto di due disperati che provano a forzare la mano, a salvare gli altri. Entrambi lo fanno secondo la propria natura, come possono: Dolon e Mariani hanno questo tratto in comune e lo dividono con un altro antieroe, il tenete Ottolenghi di Uomini contro. Ma a differenza di questo, se l’uno agisce in sordina, e procura la “caduta” dell’isterico generale che vuole fucilare mezza truppa, l’altro si illude, per esempio, di poter salvare un portalettere dalla sicura morte per un messaggio poco più che inutile – cosa che non avviene nella Grande guerra di Monicelli, dove la speranza non compare mai neanche nel sacrificio, stavolta utile, mitico, eroico ma non noto, dei due protagonisti del film. Ed ecco, il sacrifico. È forse questo il sospiro più dolce di cui è capace Mariani, assicurato, per il lettore accorto, della sua fine già dalla primissima comparsa dell’amica falciatrice di ogni età, che, come in Samarcanda, altro testo sulla guerra, attendeva quel suo particolarissimo e fidato compagno già giorni prima. Sarà Mariani, alla fine, a diventare uno spirito, uno di quegli spiriti positivi, l’unico in grado di far piangere Dolon, l’unico in grado di portare all’amico di trincea una qualche forma di pace.
Non so dire se Tapum è stato il miglior graphic novel del 2025, ma senz’altro merita un posto d’onore nella grande tradizione narrativa italiana (e non solo) dedicata a quell’incomprensibile e, per certi versi, inaspettata assurdità che fu la Grande guerra.
