Vogliamo tutto. Vivere a Bagnoli prima della coppa

 

di Marco Viscardi

Mentre scrivo queste righe, Frida posa la testa sulla mia gamba. Con un po’ di generosa approssimazione, si potrebbe dire che Frida è imparentata coi tremendi e furiosi beagle inglesi. Ma ci vuole proprio fantasia. Frida è arrivata da noi poco più di un anno fa, ha perso i padroni e spesso, quando la guardo, penso ad Alberto, con cui l’ho conosciuta. Già allora le eravamo simpatici io e Ulisse, il mio primo cane.
Alberto era un signore: aveva qualcosa di spericolato che faceva capolino fra i modi posatissimi. La voce era gentile e una volta, con una modulazione malinconica che ricordo benissimo, mi disse: «Ci avevamo creduto al cambiamento di Bagnoli». Pensava agli anni novanta, alla dismissione della fabbrica.
A quello che sembrava dovesse cambiare.

Credo che l’unico titolo che ho per scrivere questo pezzo, di cui sento tutta la responsabilità, sia il mio abitare qui da una decina d’anni. Bagnoli non è un quartiere antico: le ville che scandiscono parte del quartiere risalgono all’epoca del liberty. Il palazzo dove vivo fa parte dell’universo Ina Casa, risale ai primi anni cinquanta, dovrebbe essere un progetto di Stefania Filo Speziale. Si vede in questa cartolina d’epoca.

 

È il rettangolo grigio che chiude l’immagine in basso, alla destra di chi osserva. Mentre veniva scattata quella foto, al quarto piano abitavano mia nonna e mio padre. Venivano dalla periferia opposta della città: Barra, che ai tempi era ancora agricola. Qui si sono trovati insieme la modernità e il selvaggio.
Qui papà ha vissuto la sua avventurosa infanzia: nei suoi racconti non c’era la fabbrica, che fosse rimozione o indifferenza non lo saprò mai: era un mondo di mare, di estati interminabili, di cinema popolari. Un mondo atletico di corse in canottiera e pantaloncini cortissimi, la magrezza e la fame sana del dopoguerra. Arrampicarsi come i gatti, giocare con i compagni in un mondo che doveva essergli parso assai più grande di tutti quelli che ha conosciuto poi.
Sotto i suoi piedi, come sotto i nostri, persisteva e persiste il magma. Questo territorio non sta fermo, nei secoli si alza e si abbassa. Per capire un luogo non basta lo sguardo orizzontale, il volo dell’uccello, ma bisogna vederlo in verticale, considerarne le stratificazioni, individuarne anche i fantasmi.
Bagnoli prende il nome dall’acqua (balneolis), ma sorge sui Campi Flegrei, i campi del fuoco. E già questo è un bel paradosso. All’origine di tutto ci sono le gigantesche esplosioni dell’Ignimbrite Campana (circa 39.000 anni fa) e quella del Tufo Giallo Napoletano (circa 15.000 anni fa). Con quel tufo, che si è depositato nel sottosuolo, si sono per secoli costruiti gli edifici di Napoli.
Nella distruzione è il nostro principio.
La più bella immagine dei Campi Flegrei è questa di Francisco e Pietro a Vega. Realistica e perturbata, testimonia gli anni in cui alla bellezza si chiedeva l’emozione terrorizzante del sublime.

Ai tempi di Ferdinando II, qui c’era il campo di Marte: le grandi manovre di quell’esercito di soldatini, ben vestito, splendidamente equipaggiato, che di lì a poco anni sarebbe però collassato.
Lo vediamo in un dipinto di Nicola Palizzi degli anni cinquanta dell’Ottocento, quando nessuno di questi militari, nessuna di queste dame, avrebbe ammesso di non essere immortale.

La fabbrica arriva solo nel 1905. L’anno dopo la Legge Speciale per Napoli. Quello che all’epoca era l’ILVA copriva un’estensione di 120 ettari; nel momento di massima espansione sarebbe arrivata a 2 chilometri quadrati. Fra le storie dimenticate del quartiere c’è il bombardamento subito da un dirigibile tedesco, uno Zeppelin, nella notte fra il 10 e l’11 marzo del 1918.
Nel 1992 l’ILVA, diventata oramai Italsider, viene dismessa.

La fabbrica ha modificato il quartiere, lo ha riplasmato secondo le proprie esigenze. A vederla oggi è splendida: dinosauri industriali in decomposizione. Figure gigantesche, allegoriche, misteriose che un anno fa Franz Cerami ha trasformato in una visione notturna con i suoi Lighting Flowers.
Per decenni la fabbrica ha fatto da sfondo a tutto, come mostrano queste foto scattate a vent’anni di distanza:

Fra la prima e la seconda trapassano ere geologiche della società italiana. Nella prima c’è ancora la sobrietà del dopoguerra, l’eleganza operaia di un’Italia povera ritratta al Circolo ILVA; nell’altra il caos vitale e disperante degli sfacciati anni ottanta. Entrambe le immagini però oggi ci sembrano distanti, direi disturbanti. Non sono le estati italiane del Cornetto Algida, ma quelle delle periferie che preferivano non pensare, o che forse accettavano, o che semplicemente non vedevano perché era normale così. C’è un’angoscia forte a guardare questo scatto, che toglie ogni dolcezza agli anni che per molti di noi sono stati l’infanzia. La fabbrica dava lavoro e chiedeva adesione incondizionata.
Ma soprattutto, la fabbrica ha aggredito il mare. Nel 1963 è stata realizzata la colmata: un’estensione artificiale di 195mila metri quadrati di cemento e scorie. Come ha scritto Fabrizio Geremicca sul manifesto, la colmata incarnava il sogno di espansione senza limiti del capitale: un delirio del profitto industriale che ignorava i confini geografici e i limiti dell’ecosistema. Il borgo di Coroglio, uno degli insediamenti abitativi più antichi di questa zona, è stato così spintonato lontano dall’acqua, separato dal suo elemento vitale da una distesa di rifiuti siderurgici.
Il resto è la storia di un’illusione tradita. Già la legge 582 del 1996 aveva imposto la rimozione della colmata per ripristinare l’originaria linea di costa, ma col commissariamento iniziato nel 2014 e l’arrivo dell’America’s Cup sono cambiate le carte in tavola. Così dal 2024, la bonifica è diventata tombamento: per risparmiare tempo e costi in vista delle regate, l’80% dei veleni resterà lì, sigillato sotto uno strato di asfalto pulito su cui è previsto che sorga il villaggio degli atleti. Siamo al paradosso: il principio del «chi inquina paga», che la giunta de Magistris aveva concretizzato nelle sue delibere, si è capovolto. L’area della ex Cementir, di proprietà Caltagirone, che dovrà essere bonificata dopo il termine della Coppa, è stata ceduta a Invitalia, il soggetto attuatore della bonifica, ma nel frattempo proprio il gruppo Caltagirone è parte della cordata che ha vinto la gara d’appalto per la gestione delle operazioni. Nel frattempo il futuro degli abitanti di Coroglio è ancora incerto dopo sei anni dalla notifica di esproprio.
Così il quartiere si prepara a una futura mercificazione.
Non è gentrificazione, è un sopruso estetico e sociale. Mentre le agenzie immobiliari speculano sui prezzi, temiamo che Bagnoli diventi l’ennesima “zona morta” per turisti, seguendo il destino di un centro storico ormai svuotato di anima e artigianato. Napoli ha accettato un presunto grande evento che Barcellona e Valencia avevano rifiutato, barattando la salute e il suolo con una vetrina di lusso, tra le polveri sottili che i camion sollevano senza sosta. Un grande evento del quale ricercatori come Lucia Tozzi mettono in discussione l’impatto complessivo e l’arricchimento economico della collettività urbana. Fra i tanti interventi per approfondire la questione, segnalo la recente puntata di Report su Bagnoli e gli articoli sempre accurati di Riccardo Rosa apparsi su Internazionale e Napoli Monitor. Quest’ultimo si distingue da decenni per la riflessione e l’approfondimento su Bagnoli. Aggiungo che Riccardo, oltre ad essere una delle voci più autorevoli sull’argomento, mi ha aiutato moltissimo nella stesura di questo testo.
Nel frattempo il quartiere sta cambiando. L’aumento degli affitti nel centro cittadino ha portato una nuova comunità a vivere qui, nel fascino discreto di questa periferia che sta fra il mare e i binari della ferrovia. Accanto ai vecchi abitanti sono arrivate nuove famiglie, si sono stabiliti intellettuali e artisti, si è creata una piccola rete solidale che sembra dare vita a una nuova identità di quartiere. Il tutto senza troppi clamori.
Sabato scorso migliaia di persone sono scese in strada. Non erano solo attivisti, erano abitanti stanchi di respirare le polveri sottili sollevate dai cantieri. Sui muri sono apparse scritte come: “Bagnoli libera”; “Vogliamo Tutto: Bonifica Spiaggia Bosco”; “+ Cumane – Tav”. C’è anche una enorme scritta “No America’s Pacco”, che vediamo ritratta da Mattia Crocetti:

Sono slogan, frasi ironiche, più o meno intelligenti. Fra queste anche quella diventata tristemente famosa, che vediamo in uno scatto di Renato Cavallo:

Le cose e le scritte vanno contestualizzate e lette alla luce di un principio di realtà e nei contesti in cui sono state prodotte. L’iperbole grottesca di un Manfredi nella colata è stata usata strumentalmente per ridurre ancora una volta un corteo di migliaia di persone alla sfilata di facinorosi e violenti. Le dichiarazioni di solidarietà al sindaco Manfredi, venute anche da parti politiche come i Cinquestelle che pure erano nate come espressione degli umori popolari, sono complici in questo già consolidato meccanismo di rimozione delle voci della piazza.
Davanti a questa retorica, penso alle lezioni di letteratura inglese di Tomasi di Lampedusa, dove il principe cita una magnifica definizione dei critici: «persone che sanno leggere e che aiutano gli altri a leggere». A volte aiutare a leggere è un obbligo civile. Nessuna minaccia e nessuna incitazione alla violenza, se non in una lettura strumentale e riduttiva di una giornata di libertà democratica gestita con responsabilità da parte di tutti.
Ad essere minacciati in questo momento sono gli abitanti di Coroglio che rischiano di vedere abbattute le case. Per loro è previsto un indennizzo di 50.000 euro, che col mercato immobiliare napoletano non servono a nulla, e un’opzione per poter ricomprare gli appartamenti a un costo che potrebbe essere fino a sette volte superiore. Famiglie che per decenni hanno respirato i fumi della fabbrica, ora vengono trattate come cose da niente. Non credo si possa dire in un altro modo.
Immediatamente dopo la manifestazione, sui giornali ha imperversato la melassa. Le dichiarazioni di solidarietà da parte di un arco costituzionale che oramai dà come presupposto del proprio operato la delegittimazione dell’azione popolare; questo mi pare l’ennesimo caso. Ed è l’ennesimo caso in cui noto la distanza abissale fra quanto vedono i miei occhi e quanto raccontano i giornali. Temo che i giornali non distorcano solo i contesti che conosco direttamente, ma anche molti altri. La colmata è già stata riempita di rifiuti siderurgici, scarti industriali che questi lavori per la Coppa America rischiano di liberare nell’aria, e il vento li porta ben oltre i limiti del quartiere e della città.
Ieri, 10 febbraio, l’assessore all’istruzione e alle famiglie del comune di Napoli, Maura Striano, ha invitato dirigenti scolastici e studenti dell’area flegrea – sì, mancano i docenti – ad un incontro col vicecommissario Diomede Falconio per «definire un cronoprogramma di attività» in vista dell’attivazione di incontri formativi «utili […] a costruire modalità di partecipazione e coinvolgimento diretto ai giovani studenti».
La risposta di una parte dei docenti del napoletano è proprio la denuncia dello svuotamento semantico della parola “partecipazione”, ridotta a propaganda dai vertici commissariali in vista dell’America’s Cup. Ancora una volta, si contesta il tradimento dei piani originari che, ricordiamo, prevedevano la rimozione totale della colmata, a favore di scelte verticistiche che escludono la cittadinanza e mettono a rischio la salute pubblica. Gli educatori esprimono forte preoccupazione per il coinvolgimento delle scuole in incontri informativi che mimano la democrazia solo a decisioni già prese. E dicono una cosa bellissima quando chiedono il rispetto dell’ecologia del linguaggio e di una pedagogia che si basi sulla “cruda verità”.
Il vice commissario Falconio ha ribadito ieri che i lavori non si possono fermare ed ha aggiunto che l’aumento delle polveri sottili registrato dall’ARPAC in questi giorni è stato «colpa di una perturbazione sub-sahariana: sono dati parziali non validati sul periodo su cui bisogna testare questo inquinamento».
Leggendo le considerazioni dei docenti flegrei – di cui faccio parte – mi viene in mente quella lettera di Manzoni a Fauriel del 1821 in cui, presentandosi come romanziere storico, lo scrittore usa una parola tedesca per rafforzare il suo ragionamento: «le Festboden de la verité», il terreno duro delle cose, battuto dai venti, senza ripari, senza rassicurazioni, senza schermi. Ma, soprattutto, dalla manifestazione di sabato penso al capitolo del Gattopardo in cui Fabrizio Corbera si rende conto che il voto di Donnafugata è stato alterato e che l’adesione al nuovo stato unitario non era stata così plebiscitaria, ma con un colpo di penna erano stati cancellati malumori, perplessità, fedeltà antiche. In quella notte d’estate, il sindaco Sedara, quasi trasfigurato in «fata cattiva», aveva «strangolato […] una neonata, la buonafede; proprio quella creaturina che più si sarebbe dovuta curare». Ci penso da quando ho visto circolare questa foto, col conseguente corteo di dichiarazioni solidali per un attacco mai subito e per una minaccia inesistente.
Ci sarebbe da essere solidali solo verso la fiducia e la buonafede che di nuovo sono state accoppate.

Adesso Frida si è spostata sulla poltrona mentre Ulisse dorme sul divano. Alzo la testa dello schermo e vedo dalla finestra le gru in movimento sulla colmata. Sotto i nostri piedi c’è il magma sempre attivo che ci ricorda l’eterno divenire delle cose. La natura e la rivolta ribaltano il rapporto fra centri e periferie e in questi mesi tremendi per l’umanità sembra che anche la piccola Bagnoli stia diventando allegoria di qualcosa di più grande.

3 Commenti

  1. Grazie Ornella e a Marco Viscardi. Non posso fare a meno di mettere in relazione questo pezzo denso, frutto di una ricerca attenta e impegnata, con le reflessioni fatte da Palmieri e me sulle modalità d’intervento e denuncia sulle piattaforme social. Leggendo questo pezzo di Viscardi emerge tra l’altro un paramentro fondamentale della comprensione della realtà e anche della mobilitazione politica: la storia dei luoghi e la memoria collettiva. Qui emerge bene cosa significhi “territorio”: perché la forma del territorio, le miserie del territorio, i conflitti che lo attraversano, fanno parte di una storia in cui gli individui non sono membri di una comunità virtuale di simili ma di una comunità storico-geografica reale, una comunità in gran parte non scelta, esito di determinazioni sociali e di classe. E con questa comunità comunque bisogna fare i conti, con i suoi amministratori e governanti, con le sue strategie di lotta o di felicità. E’ tutta questa ricchezza di detrminazioni, di legami, di svolte mancate, ma anche di punti d’intervento possibili, che spesso manca nella “geopolitica” di Facebook.

    • grazie mille Andrea, e ancora grazie (e sempre) ad Ornella per l’ospitalità! Sono felice di quello che dici perché anche io credo che i nostri articoli dialoghino e si completino. Mi piace moltissimo la cosa che dici sulla mobilità del vivere associato che si fonda sulle determinazioni sociali e di classe, ma anche culturali, di cui parlavi. Credo che il discrimine non sia fra luoghi materiali di aggregazione e luoghi virtuali, ma sull’uso che ne fa. Ne parlavo sulla bacheca (virtualissima e virtuosa) di Pasquale Palmieri prima e Nazione Indiana è ci è sembrata allo stesso tempo un’isola privilegiata e una comunità feconda. Forse si possono forzare i confini della geopolitica di facebook, social che tutto sommato sembra invecchiato meglio di altri, o inventarle altri.
      Aggiungo solo una piccola suggestione a proposito di virtualità: anche i luoghi hanno una loro virtualità: sono i fantasmi e le presenze del passato. Senza questa virtualità, che vuol dire senza la loro storia – e la loro storia documenta e immaginaria – i luoghi sono incomprensibili. Ancora grazie per la lettura e per queste parole importanti

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Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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