Dove non mi hai portata
Gianni Biondillo intervista Maria Grazia Calandrone
Maria Grazia Calandrone, Dove non mi hai portata, Einaudi, 2023

Dove non mi hai portata non è un romanzo, non è un memoir, non è una autofiction. Come potremmo definirlo?
Un libro biografico, storico, sociologico e dunque politico. Una ricerca dettagliata nella vita di mia madre Lucia e di mio padre Giuseppe e, dunque, un viaggio amoroso nella storia sociale e anche legislativa dell’Italia rurale degli anni Quaranta, poi del boom economico e del successivo “sboom” della seconda metà degli anni Sessanta.
Un mese e mezzo per scriverlo, in realtà tutta la vita per iniziare a scriverlo.
Proprio così! Come uso fare in poesia, ho raccolto e immesso i dati di realtà nella mia persona, finché sono emerse le parole per raccontare questa storia in maniera fertile, affettiva, intuitiva. Si guarda l’oggetto finché è l’oggetto stesso a prendere la parola. Allora a chi scrive tocca soltanto il compito di “trascrivere”.
Possiamo dire che la letteratura ha il dovere della memoria per salvare i “sommersi”?
La letteratura è molte cose diverse, è soprattutto libera e non sono certa abbia dei doveri. Può però capitare che possa farsi portatrice di un’idea forte e possa dunque addirittura incidere sulla realtà. Come lei suggerisce, in alcuni casi può dare voce a chi non ne ha o non ne ha avuta. Ma, se vogliamo che la voce arrivi a destinazione, dobbiamo avere cura della lingua, del modo in cui esprimiamo quell’idea.
Ci sono dei paragrafi dove la prosa “prende fiato”, si sospende. Perché questa scelta?
La prosa, come la poesia, contiene la sua musica, il suo ritmo. La forma, anche in prosa, non si dissocia mai dal contenuto. A volte è dunque necessario spezzare la frase, o per lasciare aria – e identificazione – intorno alle parole, oppure, proprio come dice lei, per riprendere a respirare, dopo delle incisioni magari dolorose.
In alcuni momenti sembra di stare dentro un’indagine poliziesca. È un caso?
Il sottotitolo del libro è “Mia madre, un caso di cronaca” dunque sì, è anche un caso. Ho concluso personalmente l’indagine, mettendo ordine fra i materiali che erano stati tralasciati o fraintesi dai giornalisti dell’epoca, attenti più all’emotività che alla logica e, a volte, anche all’etica. Ho letto molti articoli superficiali e moralisti, ma solo uno aveva preso a cuore la vita dei due innamorati disperati, due persone che avrebbero semplicemente desiderato vivere il proprio amore alla luce del sole. E, poiché ciò non era dato dalla dura legge del reale, hanno ritenuto fosse meglio andarsene da tutto il reale.
(precedentemente pubblicato su Cooperazione nel 2023)
