Il corpo, machina vestibolare

di Francesco S. Mangone

Il romanzo di più voci e più tempi storici La memoria delle piante di Velio Abati, (Manni Editori, Lecce, 2023, euro 15) si scandisce in dieci stazioni. L’incipit del “viaggio” è affidato a un distico:

   Dunque sono tornato

   Da dove, tutto è partito

a voler suggerire così al fruitore un loop, un cerchio temporale; l’ossimoro tornato/partito suggerisce un quesito da sciogliere.

Il primo verso si fa intendere come ritorno da un viaggio, forse mitico-fondativo (tipico del raccontare della cultura orale-aurale) cui, udendo, si sente di appartenere; il secondo verso accenna a tale topos originario di cui nulla sappiamo.

La chiusura del romanzo ci sorprende ancora perché si affida a un altro verso:

  Dunque siamo tornati //… alla proda…

L’io narrante, qua, conferma d’essere ri-tornato, questa volta però marcando il verbo al plurale, al posto dell’io usa il noi a indicare, come esito finale, un avvenuto guadagno, in modalità del tutto diverso tra autore e lettore. Anche se “l’autore non gode alcuna posizione di vantaggio -nella comprensione del significato sotteso- rispetto a qualsiasi altro fruitore”.[1]

Il termine proda, appena comparso, sembra voler aggiungere, nel suo significato più proprio, altre tessere.

 

Lungo la narrazione veniamo a sapere che proprio “Quando ogni voce umana… è svanita… Non c’è silenzio”Con maggiore meraviglia e tremore”, infiniti micro-macro cosmi si variano e mentre se ne parla, sono già mutati all’infinito. “Eppure -questo tutto, continua Abati- è qui con me”.

E mentre la scrittura cerca nella memoria tracce, per giungere alla pagina, si smaglia per lasciare emergere ulteriori provenienze dal collettivo storico e intrecciarsi con i tanti piani. Ecco allora: certe voci, volti, luoghi, storie di rabbia, di vita vissuta, di ingiustizia, di rivolte sempre alla ricerca di verità mai astratte, sempre ricondotte alla vita vissuta. Infatti, verrebbe da dire che sentiamo molto di più di quello che pensiamo di sapere; inoltre, ciò che viene compreso non è solo individuale ma rivela legami plurimi che sono da riconoscere.

 

L’andamento della narrazione, dunque, si conferma circolare, ma in forma di doppia spirale: centrifuga e centripeta; oscillante nel tempo e spazio e, nel perpendicolo delle volute che si sovrastano, accadono i fatti sempre rivissuti, di concreta vita quotidiana; cosicché, tornando si ritorna alle “cose stesse”, come per una fenomenologia materialista.

Il modo di raccontare del Nostro si configura allora, come una sorta di machina vestibolare. Vale a dire che la scrittura, mentre esercita attrito, si posiziona sempre nell’atrio di un abitare storico. A definire una tale modalità, è lui stesso a raccontarcene all’inizio di Fughe, nella prosa Fantón:

     Si era aperto uno slargo, dove i confini erano indefiniti; per ora l’apprendistato c’insegnava che il salto aveva cambiato il paesaggio, oltre noi stessi. Ci era chiaro che non eravamo più i nostri padri e i nostri nonni, così tanto uguali tra loro… eravamo caduti in una terra di mezzo, anzi di nessuno.

Dunque, un “tra” che va e torna dalla “nuda vita”, l’informale (potenza di natura nel suo germogliare) per tornare alla pagina come “vita oramai formata” per la comunicazione ancorata alla lingua, alla cultura, a farne scempio, ma anche salvezza per uomini e cose in comunità. La forza di una tale condizione esistenziale è il raggiungimento dell’Eccellenza umana: mostrandone, ora, il senso duale proprio del termine “proda”:

   Le cataste della legna, dall’inverno smacchiata alla proda, vengono portate via.

Dove a essere nominati sono l’uno e l’altro: i margini del campo, il cambio delle stagioni o i labbri di terra e mare. Luogo ove lo scrittore giunge a coniugare l’orizzonte dei tempi storici.

 

La narrazione non procede dunque per accumulo, ma per qualità, così che le cose percepite diventano i vissuti d’ognuno, Erlebnis, e ad ognuno tornando per altre sollecitazioni, liberati della loro irrazionalità (il feticcio), si colgono in libere e profonde relazioni tra “Tutte le cose”, e l’autore domanda:

Perché non cessa la ventola sul pozzo il lamento, soffocato al mobile, al letto, ai muri? -per aggiungere- Solo la finzione di un ritmo identico, con cui ci affanniamo a dar ordine nella conduzione quotidiana e nelle vicende collettive, nasconde alla percezione comune la molteplicità dei tempi, il loro diversissimo moto.

 

La macchina vestibolare cerca e trova l’equilibro dando forma all’informale e lo fa ancorandosi ancora una volta alla vita concreta e vissuta perché “le parole senza fatica e memoria” diventano astratte, arma totale di distruzione per l’Umano dell’uomo; tale il pericolo che si corre nel tempo nostro dello svuotamento del reale.

Il compito dello scrittore, oltre i volti mutati, i fatti vaghi, le parole indistinte, è di continua a scavare (questo il termine usato) per mostrare -con il riuso di arcaismi, voci desuete ma cariche di vita, ovvero neologismi, preziosità- ulteriori connessioni tra generi distanti che altrimenti marcherebbero separazioni. In questo senso, ogni realtà diseppellita è sempre qualcosa in più dell’universale, ma anche di meno, e l’incontro di finito e infinito, dice di questo processo ripetuto che è fatto di incroci, ossimori che tengono insieme luce e ombra. E questa memoria germogliante dalle radici complesse, che procede senza posa a nostra insaputa, nel silenzio del giorno:

   È la stessa memoria delle piante, delle rughe della terra, del corpo di chi passa per la strada. 

[1] Sulle domande del lettore in Fughe, prose, Manni 2020.

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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