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Autunno a Bratislava

di Giorgio Mascitelli

A vivere all’estero va così, se si ha l’umanissimo desiderio ogni tanto di trascorrere una simpatica serata tra connazionali, perché con le amicizie è un po’ come a militare, che bisogna accontentarsi di quel che passa il convento, se si ripensa senza acredine o nostalgia, ma con mente serena a certe tavolate in certe pizzerie di Spilimbergo o Sacile collocate strategicamente vicino alle caserme, nelle quali il vantaggio maggiore era che le urla dei commensali ti dispensavano dai doveri della conversazione. C’è da dire che il Menghini per età non aveva fatto il servizio militare di leva che lo avevano già abolito. In ogni caso valeva anche a Bratislava da borghese quella legge delle amicizie militari.

Il Menghini per la verità ogni mattina aveva lo stesso la sua dose di calore latino quando scendeva dalla casa popolare in cui abitava, che qui chiamano pannellaccio, vedendo sempre una svitata immersa in un biascicato soliloquio in slovacco, che di tanto in tanto a voce più alta diceva bailando, tant’è che nel quartiere oltre il Danubio la chiamavano proprio così.

Il Menghini era arrivato su perché da un giorno all’altro, un po’ come usa oggi, gli avevano trasferito l’azienda dall’Italia alla Slovacchia. Secondo sua madre, un bravo tecnico informatico come lui non avrebbe faticato a trovare un lavoro anche giù e doveva accettare la buona uscita e poi non è che gli dessero ‘sto grande incentivo e i prezzi con l’euro sono cari anche qui e adesso per esempio i viennesi, che una volta venivano a fare la spesa qui, non li vedi più. Sicché non è semplice spiegare perché il Menghini fosse venuto, magari qualcosa di non decifrabile o l’assenza di legami o il logorio della vita moderna.

In fondo il Menghini era un solitario e la città si addice a tali indoli, si potrebbe dire che il suo era un temperamento autunnale, il che di per sé è un vantaggio perché questo è un racconto che si svolge proprio in autunno (il problema semmai sarebbe che io a Bratislava ci sono stato un sacco di volte in inverno come in estate e perfino in primavera, ma mai in autunno: allora, per usare le parole del poeta, la fantasia più che fantastica mi dovrà aiutare). In ragione della sua indole il Menghini amava sovranamente l’autunno tra tutte le stagioni sia in Italia sia a Bratislava: ad esempio certe giornate in cui il Danubio, non azzurro come nella bella stagione, restituisce tutte le tonalità di grigio che digradano mollemente dal cielo all’acqua; oppure l’alba dai colori tenui che talvolta il Menghini, se non aveva dormito bene, osservava dalla sua cucina scorgendola spuntare da dietro i Piccoli Carpazi o certe passeggiate sulla Koliba in cui le sfumature di colore delle foglie cadute, dal castano al ramato fino al giallo, scaldano il cuore allo stesso modo che le tante sfumature nei capelli delle bratislavesi dal castano scuro fino alla viva spiga del biondo artificiale.

Ma per quanto solitario, per quanto autunnale (non mi rammento se ho già precisato che questo è un racconto autunnale), talvolta anche il Menghini amava godere della compagnia e far quattro buone chiacchiere nell’idioma natio. Così aveva scoperto, dalle parti di Račanske Mito, il ristorante italiano Buongiorno, Maria: collocato su due piani, era diviso in tre sale e cioè la Capri che era pizzeria, la Dolce Vita con un menu più ricercato e sfizioso e la più piccola, la Nostalgia Canaglia, dove si servivano sapori casalinghi e soprattutto c’era un megaschermo, dove si potevano vedere le partite di serie A. Così il Menghini era entrato a far parte, quasi per osmosi, di un piccolo gruppo di quattro o cinque habitué riunnentesi il sabato o la domenica per vedere la partita, qualunque squadra giocasse perché l’effetto casa faceva aggio sul tifo calcistico, e talvolta si fermava con loro pure il patron stesso del Buongiorno, Maria, specie se giocava la sua Lazio e gli impegni nelle altre sale non lo oberavano. Qui il Menghini non so se ritrovasse l’autentica atmosfera di casa, ammesso e non concesso che gli mancasse, ma almeno un modo piacevole di passare il tempo e qualche informazione utile al residente straniero a Bratislava.

Un caso completamente diverso era quello di Roberto Stroppia, intanto perché la necessità di trovare un posto macchina adeguato al suo Suv l’aveva costretto a prendere in affitto una villetta a Palisādy, poi perché, pur essendo arrivato da meno tempo, aveva già sviluppato una migliore conoscenza del territorio non solo per l’innata intraprendenza del suo genio ma in quanto  il suo lavoro, project development manager di un gruppo finanziario internazionale specializzato nel finanziamento di progetti abitativi e urbanistici, lo metteva oggettivamente in contatto con diversi ambienti. Ma la sua fonte principale di informazioni era un’altra e si chiamava My favourite Bratislava, un documentario realizzato da Dagmar Peniazova, la celebre ex modella. Dopo aver calcato tutte le più prestigiose passerelle internazionali della moda, Dagmar aveva deciso di restituire alla sua patria qualcosa del suo successo sviluppando un’attività di film maker per promuovere e fare conoscere i posti più fighi della Slovacchia (e Rep.Ceca). Portandolo il suo lavoro oggi qua e domani là, viva la libertà, per citare la vecchia canzone che faceva parte della playlist usata talvolta nella Nostalgia Canaglia per scaldare i cuori degli avventori, Roberto Stroppia si era abituato a reperire con rapidità e competenza in ogni luogo quel tipo di indicazioni che Dagmar aveva selezionato per Bratislava. Sarebbe restato lì massimo un paio d’anni e tra l’altro almeno una volta al mese doveva tornare a Milano e qualche volta pure a Londra, quindi, si può capire, tempo per passeggiate, foglie morte, albe sul Danubio e amenità varie, meno di zero. Così avendo una vita sociale più ampia, era parso del tutto naturale che fosse stato proprio lui a indicare alle piccola compagnia, che peraltro Roberto Stroppia non frequentava sempre, che se si vuole mangiare un buono stinco di maiale e in autunno (si badi bene che questo è un racconto autunnale) l’oca, bisognava andare alla Zlata Krčma dalle parti di Chorvatsky Grob e per un intrattenimento meno famigliare e più sofisticato c’era U smädnych dām in centro. Ma più di ogni altra cosa gli piaceva il ristorante UFO, quello sul pilone del ponte SNP sul Danubio, del quale Dagmar diceva “scontato ma irrinunciabile come il gin tonic”, che è la prima cosa che si vede arrivando a Bratislava, a parte il castello. Quest’ultimo naturalmente non aveva dovuto indicarlo agli altri perché tutti lo conoscono.

A Stroppia il Menghini stava simpatico, questo ragazzo timido e riflessivo, che evidentemente risvegliava in lui la vena di maestro di vita. Se infatti c’era una cosa che gli piaceva, era dispensare pillole di saggezza, insegnare a distinguere il grano dal loglio, un’occasione da una fregatura, quale frutto ogni stagione porta (e quindi anche l’autunno) ecc.ecc. Il Menghini pareva intelligente e insicuro e perciò ricettivo e bisognoso dei suoi insegnamenti.

Fatto sta che la sera che andarono a mangiare all’UFO si ritrovarono solo loro due per via di contrattempi e defaillance dell’ultimo minuto degli altri membri della scelta compagnia. Era una serata piovosa al termine di una giornata bigia, tipicamente autunnale, una di quelle serate che, spiega Dagmar Peniazova, gli slovacchi amano trascorrere seduti al caminetto bevendo un po’ di punch o un bicchierino di slivovica.

Roberto Stroppia era veramente esaltato da UFO non solo per le qualità culinarie ma per la sua collocazione e la sua forma da disco volante posto in cima a un ponte sul Danubio; gli sembrava che UFO condensasse tutti i valori migliori della nostra società: dal gusto per l’innovazione alla capacità di pensare in grande passando per il coraggio imprenditoriale. Il Menghini aveva sentito in giro che lo avevano costruito i comunisti, ma non lo interruppe perché detestava disturbare gli slanci pindarici delle persone con osservazioni modeste e scatologiche. Poi proseguì esaltando il radioso paesaggio, quasi un epitome delle prospettive di crescita, che si doveva vedere da lì verso fin quasi all’infinito durante il giorno e il Menghini istintivamente volse gli occhi fuori, ma non c’era che notte e nuvole. Evidentemente Stroppia era in vena di confidenze perché spiegò al Menghini che stava lavorando a parecchi progetti a Bratislava, ma quello che lo intrigava di più era la costruzione di due torri, che una volta edificate, capì il Menghini per via della loro collocazione, gli avrebbero impedito di godere dalla sua cucina delle albe sui Piccoli Carpazi. Bratislava gli piaceva, a Roberto Stroppia, perché era dinamica, si voleva migliorare, non riposava sugli allori: naturalmente aveva ragione, ma al visitatore di passaggio sembrava talvolta desiderosa di assomigliare a tutte le altre città, ma siccome tutte le città all’epoca di questa storia desideravano assomigliare a ogni altra città, c’era da chiedersi, ad aver tempo da perdere, da dove venisse l’archetipo. Roberto Stroppia, quanto a lui, il suo tempo era prezioso più dell’oro, forse come un future o uno swap. La conversazione o forse sarebbe più giusto dire il monologo prometteva di raggiungere nuovi temi imprevisti, quando Stroppia si ricordò che doveva fuggire, che era in ritardo, che si scusava con il Menghini, ma doveva proprio andare perché era stato invitato a un esclusivo coktail delle ventitré in un esclusivo palazzo della Città Vecchia a cui avrebbe partecipato anche Dagmar Peniazova in persona, ma si doveva arrivare puntuali perché dopo cinque minuti la porta si chiudeva e non si riapriva più se non per andarsene. E si volse un’ultima volta verso il commensale  con l’indice alzato, conferendo anche all’istante del congedo una funzione didascalica:

  • Bada, solo l’uomo che ha fretta, può comprarsi il tempo!

E tanta fu la furia esclusiva con cui lasciò il ristorante che si dimenticò di pagare il conto, come ebbe ad accorgersi esclusivamente a sue spese il Menghini. Non si adontò, quella non rientrava nelle cose per cui vale la pena di arrabbiarsi, sono cose che capitano, è così che va il mondo. Nello scendere con l’ascensore giochicchiava con un vecchio portachiavi e guardava fuori senza vedere nulla. Una volta uscito, gli sfrecciò davanti l’autobus ed egli evitò con agile salto l’onda della pozzanghera.

Gli toccava tornare a casa a piedi, come accade agli esclusi dai cerchi più esclusivi, ma non escludo che gli facesse piacere: era una piovosa serata d’autunno, magari avrebbe colto nel cammino qualche piccolo dettaglio interessante.

 

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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