Ernaux, o della gelosia

di Lisa Ginzburg
Sempre nitida e affilata come una lama di stiletto chirurgico la disamina che Annie Ernaux opera su se stessa, di se stessa. Vicinissima e fedele a sé, quanto da sé distante, capace di mettersi in prospettiva. Ora ne L’occupazione (come tutti i suoi libri in Italia pubblicato da L’Orma, anche questa volta nella ineccepibile e straordinariamente “intonata” traduzione di Lorenzo Flabbi) al centro dell’analisi c’è una particolare tempesta privata: quella che può scatenarsi in una donna che sebbene sia stata lei a lasciare un uomo, viene subito poi da lui molto in fretta “sostituita”. Sostituita da un’altra: la temibile “altra” che diviene qui per Ernaux oggetto di pensieri farneticanti e febbrili, ossessioni, folli indagini, pedinamenti metaforici perché solo mentali, ma sfiancanti come fossero veri, fatti fisicamente. Al contrario di come si potrebbe immaginare, l'”occupazione” non è però l’ingombro da cui la mente si trova impegnata in un rovello del genere; piuttosto la scrittura che quel rovello partorisce e costruisce grazie al suo affidarsi alle parole. Occupare lo spazio vuoto dell’angoscia da abbandono riempiendolo con parole che riempiano quel vuoto. Con ipotesi che assemblandosi in una riflessione compulsiva solo alla fine sfociano nella presa d’atto della assordante realtà della fine di un amore, della verità di un abbandono. Prima, l’occupazione è abitare il fantasma e dargli un volto; sforzo strenuo, a che inane, ma necessario a sopravvivere al dolore, aggirandolo.
Riflessione sull’abbandono, sul rimpianto dettato solo dalla gelosia: l’uomo non si fosse tanto rapidamente riaccoppiato, per la donna non ci sarebbe probabilmente stato nessun ripensamento sulla propria decisione. E anche, riflessione malinconica e come sempre in Ernaux onesta in modo spietato sul proprio modo di essere amante, una maniera che fatalmente si lega al guardare il mondo e perciò anche, indirettamente, allo stile di scrittura. “Dal piacere sessuale mi sono aspettata tutto, oltre al piacere stesso. L’amore, la fusione, l’infinito, il desiderio di scrivere. Ciò che mi sembra di avere ottenuto di meglio finora è la lucidità, una sorta di visione improvvisamente semplice e desentimentalizzata del mondo”. È nel quadro di questa desentimentalizzazione che trova come articolarsi il periplo della gelosia, dei suoi meandri e chiaroscuri.
Rispetto ad altri suoi libri, qui il paesaggio narrativo si amplia e si restringe al tempo stesso. Si amplia per grado di oggettivazione di sé, si restringe per lo stesso motivo. I l racconto dell’ossessione di gelosia trasforma questa in materiale non solo e non più soggettivo, bensì solo letterario. Perché è data la lucidità di guardarsi da fuori, ogn moto d’animo, anche il più violento, perde connotazione individuale e diventa racconto. A posteriori, Annie Ernaux dei grandi tormenti del passato, quando l’uomo la lasciò e la sostituì tanto in fretta, ricorda tutto, senza però provare nulla. I moti intimi si sono disincarnati e ora trascendono qualsiasi cronologia. “in queste pagine non ci sono più il mio desiderio, la mia gelosia: c’è del desiderio, della gelosia, e io lavoro nell’invisibile“. Perché il tempo è passato e ha scavato solchi di riparazione, perché l’esperienza si è fatta parola, staccandosi dalla storia personale che ne era all’origine, quella esperienza può diventare letteratura. Il risultato è una volta di più una potente ipotesi letteraria. Una lezione di metodo del racconto.
Così, mai “occupazione” è intrattenimento: in nessun modo è mente bonificata (maleficata) dalla peste dei sentimenti di gelosia. Non è certo l’ingombro mentale a spingere Ernaux a fare ricerche minuziosissime ai limiti della paranoia per risalire all’identità della donna che l’ha sostituita e che ora dorme, fa l’amore, convive con l’uomo che per sei anni è stato il suo. No, occupazione è e resta procedimento letterario. Scrivere colmando con le parole l’immagine mancante di un personaggio (in questo caso una persona, una donna rivale in amore, ma potrebb’essere anche un personaggio di finzione). E la donna, la temibile “altra”, diventa così più che rivale, oggetto e soggetto di una proiezione. Un fantasma: l’occupazione consiste nel dare corpo a quel fantasma, arginarne l’assedio rendendolo figura letteraria. Straordinario, scrive Ernaux, quanto nella gelosia “si popola la città, il mondo, di un essere, persino se non lo si è mai incontrato”. “Occupare” è occupare ogni spazio vuoto con fantasie sulla identità, la personalità, la fisicità di qualcuno il cui pensiero ci invade e ci tormenta, ma che non conosciamo, di cui nemmeno sappiamo il nome, qualcuno che probabilmente non vedremo né conosceremo mai. “Occupazione” è colmare con la scrittura, con la forza magnetica delle parole quel vuoto angoscioso che genera la non conoscenza di qualcuno che per il solo fatto di esistere, ci fa soffrire. Così, questo breve mémoir dal ritmo serrato tanto quanto concitata ne è stata l’origine, le affannose e meticolose ricerche condotte da una Annie Ernaux pazza di gelosia pur di trovare chi fosse la donna con la quale è stata sostituita, ci dice come grazie alla scrittura quel che non è visibile diventi altro. Realtà, semi-realtà; come che sia, un racconto da poter condividere con gli altri. Cronaca di un tormento liberato da implicazioni presenti, e divenuto qualcosa di obbiettivo che proprio perché tale, si può dire e raccontare. Dal rigore della disamina di sé, l’ampiezza di una oggettività letteraria che si fa universale. Ecco quel “del desiderio, della gelosia”: quell’articolo indeterminativo è la forza dirompente del sapere universalizzare. Ecco che la verità (verità sull’amore, per prima cosa) cui solo una sana assenza di giudizio nei propri confronti può far raggiungere. Verità da toccare con mano, sgombrandola di ogni altra “occupazione” così da potere infine scriverla.
