Dialogo degli infimi sistemi

di Igor Antonio Lipari

E un giorno per qualche suo strano motivo lei disse tutto d’un fiato: sembra che tu sia una persona vera.

[Quest’affermazione lascerebbe intendere che esistano due distinte categorie di esemplari appartenenti alla specie Homo Sapiens: persone vere e false, o almeno che sembrano tali. Si potrebbe anche presuppore la presenza di una terza categoria: entità che, pur non essendo persone (vere o false), ne abbiano l’apparenza, infiltrate come una quinta colonna fra le (vere o false) persone come false persone (vere o false). Ma, in quanto agli oscuri motivi per cui le cose starebbero così, sembra prematuro sbilanciarsi.]

La TV mormorava di voler dichiarare guerra alle macchie di sudore. Al tartaro e alle carie. Alle rughe. Ai chili in eccesso. Alle emissioni di gas serra. A zanzare e scarafaggi. Al colesterolo. Alle disparità di genere.

Lei disse anche: sentivo come se tu volessi comunicarmi in qualche modo qualcosa, ma non riuscivo a capire che cosa.

Lo Smartphone notificò che c’erano due nuovi messaggi in arrivo.

Lei disse: la batteria del mio cellulare era scarica, così l’ho sostituita con quella del cellulare della mia amica, per poterti chiamare.

La App informò di essere pronta ad aiutarti.

Lei diceva: odio le telefonate. Non ci si può guardare in faccia. In fondo gli occhi non servono ad altro che a vedere gli occhi dell’altro. Il resto del mondo, a chi interessa? Esiste davvero?

La TV disse: il cuore ha ragioni che la ragione non conosce. Aggiunse che questa le sembrava di averla già sentita da qualche parte, ma non ricordava assolutamente dove. E comunque la cosa non era nemmeno del tutto vera.

A volte lei diceva: non girare attorno alle cose. Si gira sempre attorno a qualcosa.

Il PC disse: Sii sempre te stesso. Migliaia di followers approvarono all’unanimità.

Lei disse: adoravo le candele. Da piccola ne accendevo continuamente ovunque, e stavo a guardarle mentre si consumavano. Una sera mio padre entrò all’improvviso nella mia stanza e le spense tutte.

La TV diceva che fa male quando te ne accorgi. Che crescere è difficile, ma invecchiare lo è ancora di più.

Lei diceva: preferisco fare di testa mia.

PC e Smartphone consigliarono di restare morti di fame e imbecilli. Pochi trovarono difficile adeguarsi.

Lei disse: queste scarpe nuove mi stanno tormentando i piedi. Mi prenderesti in braccio?

L’Influencer dichiarò che la strada verso la tua meta è irta di ostacoli. Che bisogna superare gli ostacoli. O ritirarsi dalla gara.

Lei disse: una notte ho sognato di ballare un valzer con Gesù Cristo. Ero convinta di essere Maria Maddalena.

La TV diceva che attraverseremo un periodo di profonda recessione. Dall’altra stanza l’ultima parola si poteva scambiare benissimo per depressione.  

Lei cominciò a dire: quando imparerai che è meglio fare di testa propria?

Il Sistema Operativo avvisò che erano disponibili aggiornamenti.

Poi lei disse: in giro sullo scooter, il vento che fa lacrimare gli occhi, dare più gas finché non ritornino asciutti. Un senso di leggerezza, come se si svanisse.

Una vasta circolazione depressionaria insistette sulla città per un periodo insolitamente lungo, considerando la stagione.

Lo scooter era malandato ma ancora funzionante. Emanava una sottile essenza di zolfo anche da spento. Venne rubato una notte che era stato lasciato senza catena. Non se ne seppe più nulla. Nemmeno di lei si è saputo più nulla.

E in quanto a lui – allora non disse proprio un bel niente che valga la pena ricordare. E quello che avrebbe da dire adesso non ha la minima importanza.

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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