Esca

Foto di Владимир da Pixabay

di Ilaria Grando

Ti portava a pescare la domenica pomeriggio.

Te ne ricordi a Marsiglia il sette d’agosto, un giorno di nebbia. Nel vuoto, cammini. Stai attenta a seguire le linee del marciapiedi. Sulla Promenade che dalla spiaggia ti riporta al porto, vedi un uomo gettare la canna da pesca in acqua. Il cestino con le esche lo tiene poggiato di fianco, per terra. Attorno, gli trottano due bambine, bionde. Hanno i capelli raccolti in piccoli codini. Son vestite con magliette e leggings colorati. Ai piedi portano sandaletti di gomma, e in mano secchielli con disegnati su dei cartoni animati.

La canna si muove. Il padre la stringe. Le bambine saltellano. TIRA, TIRA, TIRA!

Dalla nebbia, un pesce. Il padre lo afferra, toglie l’amo, lo getta in uno dei secchielli. Dentro, ad accoglierlo, altri cinque piccoli pesci, suoi fratelli. Lo guardi battere la coda in un ultimo guizzo. Morirà una morte lenta. Morirà una morte senza elementi. Senza acqua e senza ossigeno. Senza terra e senza fuoco. Morirà una morte di plastica. Crudele.

Appioppi la parola all’uomo e a quelle sue bimbe e tiri dritta.

I pesci non vanno lasciati a morire così, vanno battuti forte con il legno.

Crudele.

Papà ti spiega come uccidere la domenica pomeriggio. Hai 10 anni. Attraverso i tuoi occhiali da vista tondi, lo guardi preparare le esche chiuso in una giacca a vento rosa e verde. Nell’ago appuntito infila un verme vivo. Il verme sguscia tra le dita, si agita. Ti chiedi se senta dolore. Papà prende un pezzo di una pasta bianca brillantinata, ne fa una pallina, e la infilza su per l’ago accanto al ventre squarciato del verme. Servirà a fermarlo, spiega, e attirerà i pesci. Gli occhi nocciola, si ingrandiscono dietro le lenti.

Ai pesci piace il luccichio. Piace anche a te. Prendi un po’ di pasta, te la rigiri fra le mani. Papà dice che ne fanno di colori diversi, la prossima volta al negozio a scegliere sarai tu. Le dita si coprono di brillantini colorati. La morte diventa un gioco.

Papà comincia a passare le domeniche al laghetto. Lo accompagni quando hai voglia. Quando non hai i compiti, quando non hai danza, quando mamma, che siederà tutto il tempo con un libro su una panchina, decide di venire con voi, quando papà ha le gare. Della pesca conosci gli strumenti: la canna (sottile), il filo (trasparente), la pasta (colorata), i vermi (vivi), il coltellino (svizzero), il bastone (di legno). Della pesca conosci le persone: colleghi di lavoro di papà, cappellini da baseball, pantaloni della tuta, felpe. Della pesca conosci il silenzio: denso come la nebbia, rosso come il sangue. Passi la giornata a preparare le palline, brillantinate. Papà getta l’esca nel laghetto. In lontananza, il suono del bastone che picchia la trota, è distante. Guardi le mani luccicare illuminate dal sole. Ci sarà una festicciola dopo la gara. Papà ti promette un panino con la salsiccia. Unto e pieno di ketchup.

La prima volta che uccidi hai 17 anni. Al campo scout fate i giochi di sopravvivenza. Il vostro cibo, questa sera, nuota in una piscinetta gonfiabile azzurra: due trote in cinque centimetri d’acqua. Dovrete pescare a mani nude. O così, o non mangerete. Le ragazze della tua squadra storcono la faccia. Incarichi le più piccole di accendere il fuoco e con una tua coetanea ti allontani alla ricerca di un bastone.

Morirete una morte veloce. Un colpo secco alla testa.

Quando tornate con la vostra arma, il fuoco scoppietta. Togli gli scarponi, i calzini, entri con i piedi in quella ridicola vaschetta. Foste in un bosco, non lo faresti. Foste in un bosco, morireste. Arrotoli le maniche della camicia azzurra guardandoti i piedi, il tuo presagio di morte per loro. Bene, dici, e senza pensare ti abbassi per immergere le tue tenaglie nell’acqua. In poco tempo afferri la prima trota e la getti per terra in direzione della tua amica, che come un giocatore di baseball, aspetta la sua vittima. Il suono del bastone quasi non si sente attutito dal fogliame. Vi guardate con un sorriso complice. E’ andata.

Per la seconda trota ci metti dieci minuti. Lei ha capito il pericolo e si muove veloce. Sbatte sulle pareti di plastica azzurra come una furia. Sbatte fino a stordirsi. Fino ad arrendersi. Quando la tiri fuori dall’acqua la coda si agita appena.

Esci dalla piscinetta un’eroina. Esci dalla piscinetta una carnefice. Qualcuno ti passa un asciugamano per i piedi, bagnati. Infili i calzini, metti le scarpe, aspetti che la compagna ritorni con i pesci, morti. Quando arriva, mandi le ragazze che hanno preparato il fuoco a prendere altra legna, estrai il coltellino svizzero dal taschino e incidi la pancia dei pesci per lungo. Togli le viscere, levi le squame, infilzi la carne rossastra con uno stecco di legno sottile.

Poi ti sciacqui di dosso il sangue.

Mangerete a mani nude questa sera. Mangerete finché non sarà finito.

Mangerete e vi succhierete le dita.

Vi succhierete la violenza.

Carne e sangue. Carne e vita.

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davide orecchio
davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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