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Il destino del primo figlio

di Marzia Taruffi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era impossibile determinare esattamente la sua età. Sfumavano gli anni in quel fazzoletto nero legato sotto la gola, nelle rughe appena accennate ai lati degli occhi dove il nero dell’iride sembrava mandare lampi di luce. Non era mai stata giovane e non era vecchia: era eternamente ferma in una dimensione artefatta.
Un maestrale di tempo aveva fermato lo scorrere delle lancette in un eterno attimo immemorabile che non permetteva ritorni: nè lacrime, nè rimpianti. Era stato già tutto e nulla poteva tornare, già scritto passato e futuro senza modifiche, senza una gomma da passare sulle parole scritte a matita, senza un temporale capace di spazzare le nubi delle giornate senza sole per donarle una nuova vita. Con il trascorrere degli anni lo scorrere dei giorni era diventato più comprensibile e accettabile, drammaticamente immoto e leggero. Aveva una sua linea demarcata e non poteva non seguirla. Lei era Caterina, la “pazza” per tutto il paese, pazza di dolore e al tempo stesso depositaria di straordinari messaggi.
Era la sacerdotessa di un rito pagano, che si perdeva negli anni senza magia ma al tempo stesso forte e tenace, una sicurezza per chi non poteva confrontarsi con il suo dolore e voleva percorrere un’ altra strada per incamminarsi in una realtà più impalpabile ed edulcorata. “Caterina, la pazza, poteva parlare con i morti.”
La voce si era diffusa strada dopo strada, sasso dopo sasso. Dopo l’alluvione che si era portato via il suo Gavino, aveva cominciato a dire che non era vero che era scomparso. Lei riusciva a vederlo, ad accarezzargli ancora i capelli neri, a stringergli le mani. Non era vero che i morti scompaiono: lei li vedeva, tutti, anche quelli del paese. Ecco il bimbo di Luisa che si era spento per un rigurgito in culla due anni fa. Ecco la nonna Tea e ancora Maria del boschetto, morta di parto per un’emorragia, che non aveva neppure una volta stretto al petto la sua bambina. Si soffermava sui volti e li descriveva anche quelli dei defunti nei paesi vicini, che non aveva conosciuto. La voce corse veloce e arrivarono da lontano per portare gli oggetti che Caterina avrebbe dovuto consegnare ai loro cari: un paio di scarpine per il bimbo, una cuffietta, la camicia preferita e ancora un tovagliolo. Era per lei una missione.
Nel conservare malinconie, storie di vite interrotte, di amori non vissuti e di esistenze strappate si sentiva meno sola, anzi la visitavano per parlare di chi non era più, per ricevere lettere, parole da consegnare come un postino tra due mondi. Legava due dimensioni, unite dall’amore e da lacci cosi forti da superare tempi ed angosce. Imparò nella sua lunga vita che i figli sono il cuore, ma senza cuore non si soffre. Chiese la grazia che lei non ebbe, chiese per la sua progenie un brandello di felicità per qualcuno: il dono di non dover respirare sempre a metà, lottando e sperando che figli e figlie avessero una vita migliore. Non era una minaccia e non era neppure una maledizione, sarebbe stato il destino del primo figlio.

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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