John Fante e Arturo Bandini. Il romanzo di una vita di strade e di polvere

di Mauro Fancesco Minervino

quello che segue è il capitolo “La diritta via” del saggio di Mauro Minervino “Le strade, la vita. Storie, luoghi, antropologie“, pubblicato di recente da Scholé (marchio dell’Editrice Morcelliana), che ringraziamo

Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Le mie letture andavo a farle nella biblioteca di Los Angeles, nel centro della città, ma niente di quello che leggevo aveva un rapporto con me, con le strade o con la gente che le percorreva. Poi, un giorno, presi un volume e capii di essere arrivato in porto. Cominciai a leggerlo e mi parve di che mi fosse capitato un miracolo, grande, inatteso.

Così Charles Bukowski, alla ricerca di uno stile narrativo in prima persona, racconta l’incontro folgorante, del tutto casuale, con Arturo Bandini, protagonista di Chiedi alla polvere, il capolavoro di John Fante, pubblicato nel 1939 ma rimasto sconosciuto al grande pubblico fino alla fortunosa ristampa del 1980, sollecitata proprio da Bukowski che del libro scrisse una prefazione entusiastica, al punto da dichiarare di Fante: «Lui è il mio Dio».

Il pretesto narrativo offerto dal racconto autobiografico dell’esperienza della strada che compare tra gli elementi centrali nella narrazione di John Fante, si affronta principalmente nel romanzo La strada per Los Angeles, che rappresenta il primo fondamentale incastro della saga autobiografica di Arturo Bandini. A Los Angeles, Fante vive in alberghetti fatiscenti e spesso per strada, alterna la sua attività di scrittore a lavori precari come il lavapiatti, il fattorino d’albergo, l’operaio nelle fabbriche di scatolame di pesce. Anche se in ordine cronologico La strada per Los Angeles, più volte rifiutato dagli editori e poi uscito postumo, rappresenta il secondo capitolo della saga autobiografica dell’aspirante scrittore Arturo Bandini, completata da Aspetta primavera, Bandini (1937), Chiedi alla polvere (1939) e Sogni di Bunker Hill (1982). Questo romanzo-trilogia, scritto da fante a partire dal 1933 ma pubblicato postumo nel 1985, racconta le vicende di un giovane italo-americano Arturo Bandini, avventuriero e aspirante scrittore, e rappresenta un’esplorazione dei suoi sogni, frustrazioni e ambizioni nella Los Angeles degli anni ’30. Bandini è impegnato a rincorrere il successo in un viaggio per le strade di questa enorme metropoli-mondo, in cui il protagonista esplora la sua crescita e il suo sviluppo come narratore. Un’esperienza mobile e avventurosa che getta le basi per la creazione del personaggio di Arturo Bandini e per l’esplorazione di temi chiave nella narrativa di Fante.

Da quando negli USA fu riscoperto da Bukowski negli anni ’80 il romanzo divenne un bestseller, un cult della letteratura americana con milioni di copie vendute anche in Europa. Tradotto per la prima volta in Italia da Elio Vittorini nella celebre collana “Medusa” di Mondadori, già nel febbraio 1941, il romanzo passò però quasi ignorato col titolo Il cammino nella polvere. Molti anni dopo, quando una nuova generazione di artisti, principalmente californiani, e di scrittori come Pier Vittorio Tondelli aveva ormai riconosciuto in Fante un maestro, l’editore Marcos y Marcos propose una nuova traduzione, affidata a Maria Giulia Castagnone, del suo romanzo-culto. Nel 2003, l’edizione in allegato al quotidiano «la Repubblica», con la distribuzione in edicola, raggiunse tirature e vendite da capogiro e nessuno si stupì più della ennesima consacrazione italiana del narratore “dimenticato” più famoso del mondo. «Anch’io come Bukowski ho scoperto John Fante prendendo per caso un volume dallo scaffale di una libreria, e come lui ne sono rimasto folgorato. Chiedi alla polvere è un romanzo dalla struttura semplice, con pochi personaggi, ma è un libro intenso e ricco di suggestioni che non si dimenticano», ha scritto il critico e americanista italiano Angelo Cennamo.

Con il suo prepotente ibridismo linguistico e la sua ricca e caotica problematicità antropologica e sociale, il romanzo di Fante è un documento letterario vivo e incandescente, scaturito da un’esperienza alienante come quella migratoria; e la strada, tutte le strade percorse ossessivamente da Arturo Bandini all’interno del complesso e labirintico palinsesto simbolico che disegna il romanzo rappresentano il luogo comune in cui si imprime la forma mobile di questo processo fondamentale di ibridazione. La strada è la spaziatura di un miraggio, opaco o sfavillante a seconda degli stati d’animo, in cui si producono sradicamento, smarrimento, conflitto, bramosia, speranza; dalla strada sorgono le molteplici traslazioni culturali e le identità provvisorie a cui i personaggi fondamentali forgiati da Fante per popolare la sua celebrazione mobile della vita, vengono sottoposti di continuo come a una serie continua di ordalie. Il loro posto nel mondo sembra solo quello, la strada e la sua impermanenza, solo quella è la destinazione certa: «Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti».

Chiedi alla polvere racconta la storia di un giovane scrittore di origini italiane (l’autore italo-americano era figlio di emigrati abruzzesi), alter ego di Fante, che dal Colorado si trasferisce a Los Angeles in cerca di successo, di donne, di sesso. «Non è colpa tua, ecco cosa pensi; tu sei nato povero, figlio di contadini miserabili, la tua città natale ti ha respinto perché eri povero, costringendoti ad andare ramingo per le strade di Los Angeles». Quella del viaggio e delle peripezie affrontate nel corso di questo passaggio dallo scrittore alter ego è un espediente letterario al quale ricorrono molti autori nordamericani, basti citare il Daniel Quinn della Trilogia di New York di Paul Auster; il Nathan Zuckerman di Philip Roth o l’Hank Chinaski dello stesso Bukowski. Arturo Bandini è un girovago, uno spiantato, caratterizzato da comportamenti rovinosi e sprezzanti, è maniacale e molto sicuro di sé ma senza ispirazione. Vive di espedienti e ha infatti pubblicato un solo racconto dal titolo bizzarro: E il cagnolino rise. I pochi dollari guadagnati gli sono finiti e non sa più come pagare il fitto della camera dove alloggia, e neppure come nutrirsi decentemente senza dover ricorrere a penosi stratagemmi del tipo rubare il latte da un camioncino mentre il garzone è impegnato a fare il giro dell’isolato.

Vagabondando per le strade della città, il «mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto», Arturo in cerca di esperienze, conosce in una delle sue scorribande una giovane cameriera messicana, Camilla Lopez, e intreccia con lei una difficile e tormentata storia d’amore, passionale e burrascosa, incongrua e faticosa come la sua esistenza. Su entrambi gli amanti incombe lo spettro della precarietà, della povertà e dell’infima condizione sociale. Camilla sopravvive facendo la cameriera in una birreria. Bandini se ne innamora spericolatamente, ma sul più bello gli manca la giusta passione per possederla. Come quella sera al mare – nella scena più poetica del romanzo – quando tutti e due, nudi, nuotano tra le onde dell’oceano al chiaro di luna. Camilla è una ragazza misteriosa, attratta da Bandini ma innamorata di un altro uomo che però di lei non vuole saperne. E proprio quando Arturo sembra averla conquistata definitivamente, lei scompare di nuovo come inghiottita dal deserto. La storia è un continuo rincorrersi, tra strade caotiche e periferie polverose, con la ragazza che precipiterà fatalmente in un destino di droga e autodistruzione. Può essere che qualcuno l’abbia tirata su e l’abbia portata in Messico. Può darsi sia tornata a Los Angeles e sia morta per strada o in una stanza sudicia di qualche motel ai margini di una highway. Nessuno da allora l’ha più vista.

Così l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo senza speranze alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro.

Chiedi alla polvere è il romanzo sommario di tutte le vitali passioni di Arturo Bandini. Quella per la scrittura lo spingerà di continuo per le strade di Los Angeles in cerca di vita da mettere sulla pagina. E sempre la strada lo porterà ad una disperata inconciliante e fervente conoscenza amorosa: «Ecco che parto, ed è una sensazione bella e dolce e calda, morbida, deliziosa, delirante»; dalla mobilità della strada sorgono gli incontri che porteranno Bandini a intrecciare con la sua giovane cameriera messicana una relazione fatta di ossessione, di fughe, tradimenti e ferite immedicabili. Camilla la sbeffeggia e la denigra, ma alla fine Arturo è l’unico che se ne prenderà cura quando lei si annienterà per un altro.

Fante ha la grande capacità di parlare di cose profonde in modo apparentemente leggero: l’amore non corrisposto, le strade di un mondo ostile ed estraneo, il senso di sradicamento, la paura del futuro, il razzismo e le ingiustizie sociali, il senso di colpa legato al peccato, le difficoltà dei rapporti tra uomini e donne, le inquietudini della gioventù che esce per strada non per ritrovarsi ma per perdersi.

«Muovendomi con il traffico, mi domandavo quanto altri come me prendevano la strada semplicemente per sfuggire alla città. Giorno e notte, la città formicolava di traffico ed era impossibile credere che tutte quelle persone avessero una ragione purchessia per guidare», scrive è John Fante, nel libro Sogni di Bunker Hill, l’ultimo romanzo del ciclo su Arturo Bandini, dettato dallo scrittore alla moglie, poco prima di morire. Fante ha scritto dal quartiere di Bunker Hill quasi tutti i suoi libri, sotto la funicolare di Angel’s Flight, tra le case vittoriane dello storico distretto di Downtown LA, scenografia prediletta dalle pellicole noir degli anni Cinquanta. Arturo Bandini in Chiedi alla polvere, resta ad osservare la città dall’hotel St. Paul, percorrendo le vie di Bunker Hill, da solo: «vagavo per quelle strade e m’impregnavo di loro e della loro gente, come fossi fatto di carta assorbente», insieme alle sue fantasie, pronte per essere messe sulla pagina, per diventare materia del suo primo romanzo: «Bandini, assurdamente impavido, che non teme nulla se non l’ignoto in un mondo di stupefacente mistero. Sono risorti i morti? I libri dicono di no, la notte grida di sì».

Non si capiscono le ambizioni di Arturo Bandini, i suoi sogni di Bunker Hill, le sue velleità di scrittore, la sua esigenza di liberarsi dell’ossessione per una città rinchiudendola in una pagina, se non si comprende la sua incorreggibile e calamitosa ossessione per quel regno della polvere della metropoli che sono le strade: «Los Angeles, dammi qualcosa di te! Los Angeles, vienimi incontro come ti vengo incontro io, i miei piedi sulle tue strade, tu, bella città che ho amato tanto, triste fiore nella sabbia».

Il Bandini dalle facili disperazioni e dagli altrettanto rapidi entusiasmi, quello ansioso di vita, quando questa sembra sempre nascondersi altrove, «fame di vita in una terra di polvere, fame di cose da fare e da vedere», lo si ritrova solo a patto di incontrarlo sbandato e delirante in mezzo a una di quelle lunghissime strade americane, infinite come la morte, che si annuncia come una calamita con la paura del deserto: «Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare». Più di ogni cosa conta il viaggio, la prova della strada. Basta poter illudere ancora una volta la fuga, anche se quella che abbracci è l’unica strada, e non vedi vie d’uscite, e non ha più neanche speranze di arrivare alla fine: «a quelli che sono rimasti a casa potrete sempre mentire, tanto non amano la verità, non vogliono conoscerla, preferiscono credere che, prima o poi, anch’essi vi raggiungeranno in paradiso». La strada è la scena indispensabile di quella “poetica della solitudine” sorretta da una prosa mimetica che come la strada è superficie imprevedibile e visionaria in cui Fante/Bandini sprofonda in se stesso, stabilendo attraverso la strada una relazione univoca e paranoica con il mondo esterno, con il presentimento sempre incombente della fine, e della sua inutilità che sommerge tutti: «ora sono vecchi e stanno morendo sotto il sole e nella polvere calda delle strade».

E tuttavia, «Non tiratevi mai indietro di fronte a una nuova esperienza. Vivete la vita fino in fondo, prendetela di petto, non lasciatevi sfuggire nulla». Tutta la polvere che si alza e ricade sui marciapiedi della vita viene dalle strade. «Ero arrivato in autobus ed ero tutto impolverato. Strati di polvere del Wyoming, dello Utah e del Nevada mi si erano depositati fin nei capelli e nelle orecchie». Dalle strade sale il richiamo incessante e caotico della vita, seducente e mendace sino alla sua consunzione finale, il pulviscolo ardente della vita e lì anche quando il mondo esterno non si accorge di nulla, o fraintende completamente questa passione incenerita: «Arturo, va’ a cercarti un lavoro. Va’ là fuori a cercare ciò che non troverai mai». È emblematico in questo senso l’episodio in cui Bandini si invaghisce sfrenatamente di una donna che indossa un cappotto rosso, una sconosciuta incontrata per strada. Inizialmente la segue, e quando riesce ad avvicinarla gli manca il coraggio di farsi presente e scappa di nuovo via, su quella stessa strada.

Nel Prologo che Fante scrisse per la prima edizione americana della trilogia, scritta nel 1939 ma rimasta a lungo inedita, c’è una nota in cui lo scrittore spiega con la stessa voce di Arturo Bandini la sua esperienza e l’importanza generativa della strada nella sua scrittura narrativa: «Così l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro».

E infatti la caratterizzazione ossessiva del quartiere della città è offerta attraverso la strada e la polvere, soprattutto nei capitoli Sei e Sette: «Mi diressi verso la mia stanza, su per le scale polverose di Bunker Hill […]. Polvere, vecchie case e vecchia gente seduta alle finestre, vecchi che uscivano traballando dalle porte, e che si trascinavano lungo le strade buie […]. Con la polvere di Chicago, di Cincinnati, di Cleveland sulle scarpe».

Arturo scende in strada; non può fare altro se vuole scrivere, se vuole vivere, se vuole innamorarsi. Arturo Bandini è pur sempre Arturo Bandini, dovunque vada o vorrebbe andarsene, e sempre si rimette in viaggio per andare o tornare a Los Angeles, la città dove conducono tutte le sue strade, le strade che penetrano il labirinto di questa nuova “città eterna”. Alla fine Bandini dopo averlo così faticosamente e dolorosamente concluso prende il manoscritto intero del suo romanzo e lo scaraventa rabbiosamente nel deserto; lo lascia lì a consumarsi. Altre strade, altra polvere, per sempre.

Solo la strada, come la scrittura, contiene “l’intera storia”, il fiotto umano del tempo che scorre via come fenomeno liberato dalla dialettica tra finzione e verità. L’unica cosa che resiste alla polvere, alla fine di una strada, è il sogno. E Fante lo sapeva bene, lui che non ci ha mai rinunciato: «uscì per la strada con la profonda soddisfazione che gli veniva dalla convinzione d’essere il padrone della terra».

 

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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