Lo spazio del passato
di Walter Nardon
Di norma in un’autobiografia è la voce narrante ciò che imprime il ritmo agli avvenimenti, ordinandoli secondo la singolarità dell’esistenza; è il suo timbro emotivo a rendere inconfondibile la storia ben più che gli eventi in sé, tanto che perfino una vita priva di grandi soprese può risultare, in forza di quest’unica qualità, più che avvincente: il passato si piega secondo le risorse dell’intuizione, la distensione dell’animo rivela la sua sintassi interiore. Tuttavia, non sempre le cose vanno in questo modo; per quanto la geografia – almeno in tempo di pace – giochi un ruolo minore nella ricostruzione del nostro passato rispetto agli oggetti, agli incontri o alla successione degli istanti a cui emotivamente la nostra coscienza è rimasta legata, alcuni luoghi o eventi remoti sembrano promettere garanzie imprevedibili, anche quando non riescono a mantenerle. A volte, infatti, può sorgere la convinzione che siano i luoghi a certificare un’esistenza o, per meglio dire, che contribuiscano in modo determinante a definirne l’identità.
È questo il caso al centro del romanzo I padri si saltano di Stefano Zangrando, uscito da poco da Arkadia. Ne riassumo in breve la vicenda. Durante il lockdown del Covid, il narratore, un insegnante le cui ambizioni di scrittore sono state soffocate dalla scuola, riceve fortunosamente via social una richiesta di aiuto che si traduce nell’incarico di mettere per iscritto l’autobiografia di un ex-deejay altoatesino, ora riparato a Cagliari in una barca, Eritreo Scheinwindl, che a Berlino si esibiva col nome d’arte di “Magra Sorte”. Il narratore vive a Rovereto con Erica e la loro figlia undicenne Asia.
Durante gli incontri telematici via Meet il narratore raccoglie le confessioni di Eritreo il quale, più che raccontare la propria storia, appare fin da subito preoccupato di ricostruire una genealogia familiare accidentata, dalle influenze più varie (austriache, sarde; il bisnonno è chirghiso). Così, più che il racconto di un’esistenza, il lavoro del narratore prende la piega di una ricerca in cui la genealogia – e i luoghi che la costellano – danno l’impressione di offrire alla vicenda umana di Eritreo una garanzia di coerenza altrimenti incerta, evanescente quanto il suo corpo, visto che si dice afflitto da un male che lo porterebbe ad autodissolversi. Nel corso delle chiamate, Berlino (il luogo in cui dodici anni prima Eritreo ha incontrato il narratore), la bisessualità, una molestia giovanile, la scoperta del rock, lo spaccio, la musica elettronica, il travestitismo e la donna che gli ha cambiato la vita assumono rilievo in forza dei contesti in cui sono inseriti, più che per ciò che hanno lasciato nella continuità della coscienza, come se il racconto del protagonista non fosse che un omaggio a quei vari contesti. Il narratore riporta gli eventi, li riassume di seguito, in un lavoro estenuante di trascrizione che coincide, di fatto, col romanzo.
Mentre cerca un profilo nella vita di Eritreo, che non si mostra mai del tutto a fuoco neanche in video, il narratore è costretto a rivedere anche la propria condizione, a partire dalle difficoltà con Erica, che soffre il lockdown più di lui e che non riesce a sentirsi partecipe del compito – peraltro ben retribuito – di venire a capo di questa storia. Sempre più immerso nella vita dell’ex-deejay, il narratore si ritrova straniero nei suoi spazi quotidiani: i suoi gesti, sia verso Erica, sia nei confronti della figlia si fanno troppo volontari, impacciati. La quotidianità della scuola, come altri affetti familiari vengono relegati sullo sfondo: la sua vita si sta allontanando da Rovereto e infatti, non appena possibile – con uno stratagemma un po’ meschino che gli consente di saltare gli esami di maturità – il narratore segue la sua impresa e la sua possibilità espressiva fino in fondo, ossia fino al porto di Cagliari.
In questo libro ritornano i temi cari all’autore: gli scambi transfrontalieri fra Alto Adige e Austria, Berlino capitale del mondo tedesco e insieme metropoli e laboratorio internazionale. Ritorna anche la ricerca sull’identità, che era già al centro del libro precedente di Zangrando, Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B. (Arkadia, 2018); ma se nel caso di quel romanzo-inchiesta la sorte di Peter, il più sfortunato esponente della famiglia Brasch, non richiedeva un supplemento di documentazione perché – per così dire – questo compito era già stato svolto dall’anagrafe e dalla Storia, nel caso di Eritreo Scheinwindl il romanzo sembra costretto a fornirla, oltre che dal punto di vista genealogico, anche da quello storico istituzionale: qua e là ritornano in breve la guerra, l’opzione etnica, la difficile coabitazione fra gruppi diversi, il terrorismo altoatesino. Su ciò che è rimasto al centro della vita di Eritreo, andando a costituire quel nucleo di affetti e di preferenze che ne hanno segnato non i singoli eventi, ma la durata, rimane il silenzio, sia che si tratti di reticenza, nella sua confessione, sia che questo derivi da qualche indiscrezione folgorante ed ellittica da parte di qualche amica sarda, ad esempio su un’altra donna che a Bologna ha giocato un ruolo determinante nella sua vita. Il romanzo non presenta mai la voce di Eritreo per intero, rompendo deliberatamente il racconto in più punti; altrettanto frammentarie risultano le opinioni dell’inafferrabile interlocutore sul tramonto dell’Occidente nel XXI secolo e sulla mancanza di un’alternativa concreta al capitalismo. Se parla a più riprese del bisnonno e del nonno, raccontando anche della madre Cecilia e accennando alla linea femminile – a cui Erica per principio darebbe maggiore spazio – lascia nell’ombra il padre; del resto, come recita il titolo del libro, in certe circostanze e per ragioni che il libro stesso chiarisce, questo passaggio si salta. Eritreo sembra più incline a parlare di ciò che gli è remoto, ciò di cui non ha fatto esperienza, che della sua vita, una scelta certo motivata, ma che non facilita la stesura di un’autobiografia.
Zangrando si muove dunque consapevolmente in un’autobiografia-da-farsi che diventa un gioco di specchi nel quale si riconosce il lavoro dello scrittore, chiuso fra un protagonista che non riesce a raccontare per intero la sua storia e un narratore che è costretto a raccontare la vita di un altro. Spostando l’attenzione sul narratore e sulle sue mosse – dopo aver aperto alla possibilità di un incontro con Eritreo – nella seconda parte Zangrando imprime al libro un passo meno analitico e più spedito.
E qui, all’inizio quasi inavvertitamente, le scelte del narratore si sovrappongono passo dopo passo a quelle di Eritreo, nella ricerca dell’autenticità (e di una voce) che si corona paradossalmente proprio nei luoghi dove il protagonista del racconto ha deciso di fermarsi e che in talune circostanze induce il narratore a identificarsi a tal punto in Eritreo da condividere gli spazi che questi ha occupato e, in un caso, ad abbracciarne perfino un amore. Al di là delle ipotesi finali un po’ stravaganti, il narratore sembra riconoscere, nel confronto col suo doppio, una parte di sé incoerente e sovrabbondante con cui è costretto a fare i conti, una parte che intuisce viva anche in diversi frangenti successivi. I luoghi che hanno ospitato le varie azioni, invece, come durante i mesi più duri della pandemia, rimangono testimoni indifferenti e inesauribili.
