“La donna della domenica”, ogni domenica: perché leggere Fruttero e Lucentini oggi

di Paolo Rigo
In un articolo apparso sul Foglio a inizio gennaio e poi ripreso sul suo blog, Claudio Giunta si soffermava sul cinquantenario di un film. Si trattava di La donna della domenica di Luigi Comencini. Il film è splendido, uno dei miei preferiti, uno di quelli che guardo e riguardo a ripetizione, e lo faccio da anni. Un comfort film, si potrebbe dire; dove si registra, forse, una delle migliori prove di Marcello Mastroianni – assieme magari a quella de I compagni (1963). Mastroianni anima il suo personaggio, il commissario Santamaria, dotandolo di un’allure complessa: malizia, goffaggine, arguzia e capacità si mischiano l’un l’altra. Non si può rimanere indifferenti, ma non c’è solo Mastroianni, però. Il cast è superbo: da Jean-Louis Trintignant a Jacqueline Bisset, che dà vita a una Anna Carla Dosio algida, sfidante e desiderabile. Il pezzo forte sono i “minori”, come dice Giunta: Giuseppe Gora, Ennio Antonelli e Giuseppe Anatrelli, gli altri, ogni personaggio funziona. E funziona magnificamente. Non soltanto il cast è lodevole, lo è la pellicola nel suo complesso: perché molte, tante, cose girano in modo perfetto. L’atmosfera, per esempio, con il caldo e il sudore che invadono, rompono lo schermo e sembra quasi di sentirsi addosso le macchie della camicia del collega di Santamaria, il commissario De Palma, che, bloccato dai reumatismi, si muove meccanicamente, macilento, mentre si lascia asciugare la camicia dal ventilatore in quasi ogni scena in cui compare.
Scrive Giunta che il film è anche un tuffo nel passato. Ed è vero. Non solo per l’oggettistica e il resto, per una Torino che non c’è più. Lo è per vari aspetti, a iniziare dal politicamente non corretto: per esempio, c’è la relazione tra il Campi e il Riviera, tenuta nascosta dal primo, il quale, pur di non rivelare la verità al Santamaria e così autodenunciarsi come omosessuale, è disposto a suggerire che il proprio amante altro non fosse se non un frequentatore di prostitute. C’è poi il mistero che gira attorno a una gigantesca statua fallica, prodotta per le turiste straniere, e chiave del delitto; e c’è la messa in ridicolo dei meridionali, dalla coppia di domestici al ragazzo che parla male e veste pure peggio.
Se il film è pregevole, molto lo si deve, però, al romanzo da cui è stato tratto, uscito nel 1972, a firma di Fruttero-Lucentini. Una coppia di scrittori tali è difficile immaginarla, oggi; una coppia in grado di fare letteratura e di vendere. E il tempo è passato così tanto velocemente che il 2026 è il primo centenario dalla nascita di Carlo Fruttero. Al lettore medio e contemporaneo, questi nomi diranno poco. Ma tanto per dirne una, la coppia diresse per venticinque anni la collana Urania della Mondadori, portando in Italia classici come Dick o Heinlein. Certo, spesso le traduzioni subirono dei rimaneggiamenti gravissimi. Tagli, riduzioni, riscritture, eppure spetta a Fruttero e Lucentini, comunque, il merito di aver sfondato un muro. La premiata ditta compose diversi romanzi. Nella lista spiccano titoli come La verità sul caso D., A che punto è la notte e, ancora, Il palio delle contrade morte. L’ultimo è un romanzo sospeso, dove un fantino viene ucciso per partecipare a un palio di fantasmi, a un evento oltremondano; A che punto è la notte, forse complice anche la miniserie Rai, ha creato un’espressione entrata nel modo comune di dire; La verità sul caso D. si serve di un’espediente letterario, di inserire, cioè, tra le pagine del romanzo un’altra opera – espediente ritornato in auge con La ricreazione è finita di Dario Ferrari, dove tra i capitoli trova spazio il romanzo (inesistente, altrimenti) la Fantasima.
Un’ampia produzione, e di questa ampia produzione La donna della domenica è il capolavoro. Non si tratta solo di un romanzo giallo ma di qualcosa di più. Fruttero e Lucentini si muovono con grazia tra le pieghe dell’uomo moderno, e lo ritraggono nella sua eterna insoddisfazione, nelle pause dei giochi di seduzione, nelle trame interiori fatte di incompiutezza e di desiderio, ma soprattutto lo ritraggono nelle piccole meschinità; Santamaria che si vanta di conoscere il latino e di non fumare nazionali per fare colpo sui due inquisiti appartenenti all’alta borghesia. Si pensi ancora all’agente Ruffo che «di fronte alla contestazione […] aveva imparato a subire» e che, per una volta, intento nella scrittura di un verbalino, pensò – male – di alzare la testa:
«Vede», cominciò a spiegare con pazienza, «lei ha scritto: “la sottoscritta Bertolone Teresa…”.»
«Lo credo,» disse il donnone in tono di sfida. «Sono Bertolone Teresa.»
«No,» disse l’agente, «dicevo…“Bertolone Teresa, nata a Villanova d’Asti, il 3/11/1928, e…»
«E con questo?»
«Ma mi lasci parlare!» si spazientì l’agente, che alla fine era un uomo anche lui. «Nata a Villanova d’Asti il giorno tale anno tale, e ivi residente a Torino in via Bogino 48”! L’“ivi” non ci va!…» gridò. «È uno sbaglio!…lo vuole capire?»
La Bertolone lo guardò a bocca aperta. Poi si voltò alla coppia seduta nell’angolo, come per prenderla a testimone dell’enormità del sopruso. Infine rimise il foglio davanti all’agente Ruffo, puntando l’indice sulla cancellatura.
«A Villanova abbiamo sempre messo così, e ai carabinieri gli è sempre andato bene. Perché a voi no?»
L’agente Ruffo si sentì correre un brivido nella schiena. Aveva trasceso un istante contro un cittadino, ed eccolo già intrappolato nel micidiale paragone tra gli abusi della polizia e la classica correttezza, l’ineccepibile comportamento dei carabinieri. Frugò tra le carte e i timbri, trovò la gomma, cancellò con lenta deliberazione per la precedente cancellatura. Ecco fatto.
«Come vuole lei, signora,» disse freddo. «E arrivederla».
(p. 37 dell’edizione Mondadori 2022, da cui si cita)
La comunicazione nel brano scatena l’ironia e la risata, ma essa è la chiave del libro. La comunicazione è alla base degli equivoci che si generano in qualsivoglia intreccio relazionale. Diversi quelli del romanzo, e tutti contribuiscono a mettere a nudo le piccole miserie di ogni personaggio e, va da sé, di ogni lettore. Dosio e il marito, che tradisce la moglie più giovane, Dosio e Santamaria, con l’ansia dell’attesa, Lello e Massimo, con l’oppressione e la fuga, Bonetto l’americanista e l’americana, che mente sulle sue origini. Questi non sono soltanto personaggi ben disegnati, ma nella loro intimità – vissuta, chi più chi meno in profondità e in modo diverso – si mostrano tra frustrazioni e conferme, tra rassicurazioni e lanci mentali; e danno forma a uno dei drammi dell’uomo moderno, dramma impossibile da risolvere e sempre sempre attuale; mi riferisco alla passione, all’amore. Nessuna delle coppie è perfetta, anzi esse sono l’esatto contrario della perfezione: Dosio si rincuora della cortesia del marito nel non dirle apertamente che ha una o più amanti; Bonetto trova nella sua americana una dea che lo innalza al godimento fisico e che, però, pur dandogli l’opportunità di esprimersi nella lingua che ama, l’inglese, è in verità lontanissima da ogni interesse dell’altro; Dosio e Santamaria vivono una relazione extraconiugale, in cui entrambi hanno paura di compiere il primo passo e preferiscono servirsi di scuse e occasioni per conoscersi; Lello e Massimo, diversi per ceto sociale e abitudini, sono il prototipo di quello che oggi si identifica come “relazione tossica”. Entusiasta il primo, riservato e intimo il secondo, il loro rapporto precipita tra non detti e disattese. Una vera e propria forma di tragico disamore. Finissimo è, per esempio, lo scambio di battute sulla meta delle vacanze estive da scegliere assieme:
«Ah,» disse, «la Grecia.»
«Eccola qui,» disse Lello. «Guardiamocela un momento.»
Aprì con mani esperte la doppia fisarmonica, e la stese sopra le altre carte.
«Solo a vedere com’è fatta, ti viene voglia di mare. Non sembra una medusa?»
A lui faceva piuttosto venire in mente uno straccio sbrindellato, non disse niente.
[…]
«Si può vedere…» disse adagio. Esitò, con vergogna, rendendosi conto della slealtà che c’era a usare con Lello, dipendente comunale, lo stesso espediente che gli aveva permesso tempo prima, con altri, di scongiurare una gita alle Bahamas. «Si può vedere,» ripeté. «Certo che c’è un sacco di gente che ci va, in Grecia…»
Lello non capì. La prese come una specie di conferma, frutto di informazioni riservate, del fatto che Gneo Pompeo aveva sbloccato dai pirati le rotte del Mediterraneo.
(p. 100)
E ancora una pugnalata è il momento della pausa relazionale, prima della morte di Lello, con Massimo incapace di dire quanto vorrebbe e non riesce:
«Senti, Lello…»
«Sì?…» disse con voce strangolata.
«Niente…facciamo tardi…»
«Ah, no! Adesso me lo devi dire!» scoppiò. «Perché se sono io che non ti vado bene, e alla tua villotta non mi ci vuoi, tanto vale che me lo dici subito!»
«Ma che c’entra…»
«Altroché, se c’entra!»
«Ma no…volevo soltanto dire che le luci ci sono già. Anche alla porta e al cancello. Ecco tutto.»
[…]
«Ma non m’avevi detto…»
Si mise improvvisamente a ridere.
«Ma non m’avevi detto che l’impianto elettrico…»
Scosse la testa due o tre volte, con una piccola smorfia di rimprovero. Poi ricominciò a ridere così forte che il signor Vollero, arrivando dal vicolo delle reti, alzò gli occhi con apprensione e deviò bruscamente per cercare riparo dietro l’angolo.
«E dire che io…» balbettò ridendo convulso, «e dire che io lo sapevo!…dire che l’avevo capito subito!…»
[…]
Alla fine si calmò, cercò il fazzoletto, ma asciugandosi gli occhi rideva ancora.
«L’avevo capito subito, sai?» ripeté in conclusione, con una specie di disperata dolcezza.
Massimo s’era appoggiato al muro, accanto al mucchio delle tele, e fissava tetro l’orlo del marciapiede. Rialzò la testa a fatica.
«Ma capito che cosa?» mormorò.
Lello scattò furioso, forsennato di colpo.
«Tutto!!!…» urlò. «Tutto!!!…»
(p. 344)
Ma c’è anche altro: il politicamente scorretto del film – a dir il vero appena accennato nella pellicola – nel libro è un mantra costante. Ha un sapore di critica, non vuota, ma ricca, nostalgica, complessa. Ha qualcosa della malinconia di Gozzano la visita di Santamaria nella casa della vittima, l’odioso architetto Garrone, un gratteur che, in qualche modo, si scoprirà, è il primo carnefice di se stesso:
Non una di quelle sferzate, non uno di quei sarcasmi, di quei rinfacciamenti, doveva essere stato risparmiato all’architetto. Uno stillicidio di male parole, di grugniti, di allusioni velenose, di cupi silenzi, e ogni tanto l’esplosione furibonda, isterica, con cucchiai scaraventati nel piatto, porte sbattute, la madre che cercava piangendo di metter pace. No, non era certo stata un letto di rose, la vita del Garrone in via Peyron; e si poteva ragionevolmente sospettare che il famoso “studio” se lo fosse messo su non solo per “le sue porcherie”, ma in buona parte anche per avere un buco dove rifugiarsi quando in casa la sorella si scatenava. Tutto a un tratto, il morto gli faceva quasi pena; la gente non aveva idea del prezzo che pagavano, giorno per giorno, i fannulloni, gli scrocconi, i parassiti autentici. (p. 125)
C’è molto in questo brano, c’è il disprezzo e l’amore per la meschinità, c’è la disperazione da cui Garrone ha provato a fuggire, c’è la sua speranza che ricade in un altro antro, non oscuro ma a tinte grigie come i protagonisti del recente ed acclamato Le città di pianura, film che disegna l’epica del perditempo.
L’architetto Garrone, indolente dalla nascita, avrebbe voluto arricchirsi facilmente e in quella sua audacia, più cattivo di Fantozzi ma ugualmente goffo, si fa strada l’errore. Il personaggio ha provato a fare quello che non poteva e, forse, non doveva fare. La mossa su cui si basa il suo rischiare, il ricatto, è poco più di un bluff; un cavillo, neanche troppo complesso, che consegue l’unico risultato di mettere l’assassino – non farò spoiler – in un’allerta esagerata. Anche l’assassino è un disperato a suo modo, un peccatore; peccatori entrambi, lui e il Garrone e peccatori tutti; ognuno è in grado di trasmettere – ma per ragioni diverse – la stessa umanità dei dannati di Dante e a scatenare nel lettore un po’ di simpatia.
Dante. Ecco un altro intreccio, un altro gioco intellettualistico degli autori. Un gioco che fa capire l’alto livello di letterarietà del libro: non solo il cameriere della taverna dove vanno a mangiare Lello e i suoi colleghi si chiama Dante («Ah, finalmente! Cosa c’è di buono, oggi, Dante Alighieri?»); ma, stante le regole del Dante popolare di Pertile, ecco che la Commedia e Dante si nascondono tra i pertugi della testa del Riviera e del Balùn, il mercato popolare di Torino, dove l’intreccio si scioglierà:
Traversò ancora due o tre volte la strada, da una bancarella all’altra, ma edizioni non commentante non c’erano. E il commento dello Scartazzini, che gli proposero in due, lo disgustò […]. Vecchie e scontate banalità, in cui la poesia andava a farsi benedire.
“Tutti gli antichi sono d’accordo che la selva figura il vizio e l’ignoranza. Invece alcuni moderni credono che essa figuri la miseria di Dante, privato d’ogni cosa più cara nell’esilio (Marchetti), o il disordine morale e politico d’Italia”.
Già meglio, i moderni. Avrebbe cercato questo Marchetti in libreria, nel pomeriggio, e avrebbe passato anche la serata a leggerlo. Se poi lui avesse telefonato. (p. 331)
Qui si realizza un doppio gioco letterario: quella che sembra una citazione da Scartazzini, semplicemente non lo è, non esiste; ma il Marchetti citato in corsivo nel testo, se è Giovanni Marchetti, è più vecchio di Scartazzini di quasi un secolo, altro che moderno. Qual è, dunque, l’intento dei due autori? Semplicemente quello di prendere in giro il lettore; perfino quello più aduso ai classici, anche lui, come i loro personaggi, è condannato a una sorta di gogna, perché non ha dubitato e ha voluto credere al narratore, perché siamo tutti piccoli e meschini e fieri.
Insomma, questo è il finissimo universo della Donna della domenica, questo è l’universo di Fruttero e Lucentini, che meriterebbero di essere studiati, ricordati, omaggiati. Ancora di più? Meriterebbero semplicemente di essere letti, centenario o meno.
