Geopolitica di facebook e opacità del presente: un intervento a due voci
di Andrea Inglese e Pasquale Palmieri
Disagio da social e dissesto sociale
Per più di un anno, tra la fine del 2023 e i primi mesi del 2025, siamo stati confrontati a qualcosa d’impensabile: non solo come cittadini mediamente informati assistevamo a un massacro ignobile di una popolazione civile e alla distruzione del suo territorio da parte di un esercito super armato, ma questa vicenda era tenuta in una sorta di sordine mediatica, anche da quei paesi occidentali che più rivendicano autonomia e libertà dell’informazione. Nonostante contestazioni di strada, occupazioni di scuole e atenei, iniziative pubbliche, dichiarazioni di ONG e istituzioni internazionali, mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale, l’informazione “ufficiale”, sostenuta da opinionisti, esperti e politici, riusciva in vari modi ad attestarsi nel migliore dei casi su di una mezza verità, ossia l’equivalente, vista la gravità e l’urgenza del caso, di una vergognosa menzogna. Questo ha costretto ognuno di noi a sintonizzarci più assiduamente su tutti quei canali alternativi d’informazione (siti, newsletter, social). Sappiamo che il tappo è saltato durante la primavera dell’anno scorso, ma lo sgretolamento della propaganda israeliana e filoisraeliana ha avuto nelle piazze il suo terreno privilegiato, e in questa fase è stata rilevante anche la reazione di una parte di cittadini italiani. Durante tali mesi di risveglio, l’azione diretta nelle piazze, sui luoghi di lavoro e nelle scuole, è stata accompagnata da un’intensa attività sui social, di discussione, controinformazione, riflessione. Per un lungo periodo i miei algoritmi mi hanno portato continuamente al centro della crisi che più mi ossessionava. Non so se parlare di circolo vizioso o virtuoso, ma leggere del “genocidio” palestinese – dal momento che alla fine se ne parlava in termini aperti, chiari e tendenzialmente completi – ebbene leggerne in continuazione era più tollerabile, paradossalmente, che non leggerne affatto, o solo attraverso i circuiti esili, saltuari, della controinformazione militante. Anche perché ora qualcosa anche sembrava, toccando frange più ampie della popolazione occidentale.
A un tratto, però, in una fase successiva e più recente, ho preso coscienza di una situazione diversa. Le grandi azioni collettive erano venute meno. L’eccidio della popolazione palestinese si era ridotto d’intensità, ma non era cessato e anzi si prospettava un rapido peggioramento della situazione in Cisgiordania e a Gerusalemme. Nel frattempo, su tutti gli altri fronti, dentro o fuori l’Occidente, il caos sistemico s’intensificava. E i social avevano ormai assunto la caratteristica di un’interrotta discussione geopolitica. Ed è la constatazione da cui voglio partire. A fronte di un’evoluzione politica che è vieppiù intricata, instabile e imprevedibile, sulle piattaforme digitali (Facebook e Instagram in particolare) si ha una sorta di rincorsa all’analisi politica a tutto campo, ovviamente in forma frammentata, aforistica, sull’evento del giorno, quasi sempre di rimbalzo a una fonte “ufficiale”, ossia a qualche informazione che venga da media televisivi o dalla stampa. In un’epoca di caos sistemico è in qualche modo comprensibile: si diventa sensibili alla geopolitica a forza, per ripetuti calci sui denti. Anche volendo postare i gattini – e quanto li rimpiango ora! –, si finisce alla fine per parlare della Groenlandia o dell’Iran. Però questa coralità in cui io stesso, consapevole o meno, mi trovo, mi ha provocato a un certo punto una sorta di disagio, persino di nausea. Mi sono chiesto se stessi facendo la cosa giusta. Se spendessi il mio tempo e le mie energie nel modo migliore. Se, insomma, per dirla in un altro modo, l’assiduità di “analista geopolitico in proprio” sui social fosse la risposta migliore al fascismo montante. Perché, quale che siano le dinamiche di potere tra le grandi potenze regionali e le loro strategie di approvvigionamento energetico o di controllo territoriale, un’internazionale neofascista esiste, e questo si avverte sia nelle politiche precise di alcuni governi, sia nelle costituenti ideologiche che ormai condizionano dibattiti pubblici e punti di vista privati.
Mentre ero assalito dal crescente disagio da “scorrimento social” sono finito su un breve intervento di Pasquale Palmieri, un amico virtuale di Facebook, di cui ho apprezzato spesso gli interventi per una certa loro obliquità rispetto al tema del giorno. (Facebook più di altri social vive del “tema del giorno”). E stavolta Palmieri sollevava i punti che ha poi svolto nell’intervento che leggete qui di seguito. Sono due quelli che mi hanno più colpito. Il richiamo al concetto di opacità, di illeggibilità relativa della storia, del presente storico, che di certo taglia un po’ l’erba sotto i piedi alle legioni di geopolitologi più o meno improvvisati, di cui ormai facciamo parte – ma, lo ripeto, quasi per necessità e controvoglia. E il secondo punto, riguarda uno strano fenomeno ottico, per cui perde di rilevanza tutto è quanto sotto il naso, tutto quanto ci condiziona più direttamente, ma su cui è anche, volendo, più plausibile intervenire. C’è Minneapolis, senza dubbio, ma c’è anche il sotto e dietro casa. Non si tratta di opporre un “particolare” o un “locale” più autentico a un “generale” o “globale” lontano e astratto. Il punto è che il dissesto sociale, sui cui campano populismi e ormai nuovi fascismi, già ci tocca quotidianamente. Minaccia in vario modo le nostre vite, solo che questa prossimità costituisce, o potrebbe almeno costituire, un’occasione d’intervento. A patto, però, che questo intervento non si limiti a una lucida analisi, a un brillante ragionamento e implichi di conseguenza una qualche forma d’azione con altre persone per costruire qualcosa sul territorio.
(Un po’ di tempo fa avevo notato che, per quel che riguarda il difficile, frustrante, a volte miserabile mondo del lavoro, i loquacissimi social mantengono una caratteristica “reticenza” sull’universo dei social (Di lavoro, non ne parliamo per favore | NAZIONE INDIANA). Il lavoro assorbe una fetta importante della nostra vita adulta. Ma sulle condizioni in cui ciò avviene, in pubblico, si preferisce soprassedere. Quando qualcuno, invece di celebrare qualche magnifico successo, esibisce il retro della vetrina, e lascia trasparire un po’ di desolato e grigio quotidiano, vi è una sorta di soprassalto generale. Per qualche tempo si mette a fuoco collettivamente la situazione salariale. Ma i margini di manovra per mutare i rapporti di forza nella realtà sono minimi, anche se l’analisi è impeccabile, quindi si passa velocemente ad altro.)
Il monito relativo all’illeggibilità parziale del presente storico non funziona come alibi per rinunciare a ogni forma di pur germinale discussione pubblica e virtuale. Ma nemmeno come benedizione per restare appollaiati sopra i nostri mini-osservatori geopolitici, dedicandoci al nostro dispaccio quotidiano. L’oscurità parziale delle circostanze è ciò che per certi versi definisce il carattere della ragion pratica, ossia quel tipo di razionalità che ci accompagna nella deliberazione, nell’intervento diretto sul reale, e non semplicemente sulla dimensione conoscitiva o discorsiva. Questo sta a significare che bisognerebbe lanciarsi un po’ a testa bassa, accettando una certa inevitabile ignoranza e idiozia, piuttosto che ridurre tutto a una tenzone su chi possiede le chiavi dell’anticapitalismo più limate e perfette.
Inoltre, un atteggiamento volto a costruire con gli altri delle linee d’azione sollecita inevitabilmente la ricerca di un terreno comune d’intesa, più facile da trovare su obiettivi concreti e visibili, rispetto a obiettivi massimi e ultimi, sui cui è certo più difficile intendersi. Sono queste osservazioni in fondo banali, ma la pratica della geopolitica diffusa e digitale rischia di renderle esotiche e oscure.
In conclusione, vorrei citare anche un’osservazione di Paolo Pecere, che in uno scambio mail esprimeva un disagio molto simile a quello di cui parliamo io e Palmieri. E metteva in evidenza come sui social “ci si esprim[a] soprattutto per etichettarsi, per liberarsi la coscienza, o, nel migliore dei casi, per auspicare scenari e esercitare il ragionamento, piuttosto che per organizzare azioni”. E sia ben chiaro, che il problema non è l’uso dei social. Il problema siamo noi. Il nostro ripiegare sui tanti monologhi corali, per tenere fermi nella violenza e nel disordine che ci sta sommergendo almeno il nostro profilo, la nostra identità, le nostre aspirazioni a un mondo migliore.
Andrea Inglese
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Gli algoritmi e la geopolitica dell’io
Negli ultimi mesi ho provato a comunicare all’algoritmo di Facebook e di Instagram le mie preferenze. Con risultati disastrosi. È stato infatti del tutto inutile inviare segnalazioni sui lunghi post dedicati a temi di politica internazionale, usando l’opzione “non mi interessa”, “non desidero più vederli nella mia sezione notizie” (ho seguito la stessa strategia per gli aggiornamenti su Corona, Signorini, Toffanin e delitto di Garlasco, solo per dire quanto ormai mi erano venuti a noia). Avrei il desiderio di ascoltare di tanto in tanto – anche solo per mettere in pausa i lambiccamenti della geopolitica o le amenità del pettegolezzo corrente – qualche voce che racconti lo stato pietoso dei trasporti, i ritardi insostenibili dei treni, i prezzi dei biglietti e dei pedaggi autostradali, la sanità a pezzi, i milioni di malati che rinunciano alle cure per mancanza di mezzi economici, il dramma delle abitazioni nelle grandi città, la scuola ridotta a una vuota macchina burocratica, le università pubbliche diventate gabbie di privilegio, i giovani del sud che continuano a emigrare, lo sfruttamento del lavoro, i salari da fame. Quasi niente, purtroppo. Temo che questi argomenti non siano di tendenza.
La situazione è dunque rimasta invariata. Penso di avere tante opzioni, ma sono sintonizzato sempre sullo stesso canale, come se non ci fossero altri palinsesti possibili. Rileggo sempre le stesse persone – una quarantina in totale, a conti fatti – che ripropongono in buona sostanza le stesse linee di pensiero, autoproclamandosi competenti su ogni affare umano emerso dal magma degli ultimi 3000 anni di storia, denunciando con solerzia alcuni crimini di guerra e ignorandone altri, alimentando feroci doppiopesismi, sottoponendo le idee altrui a logiche riduzioniste, pronunciando giudizi inappellabili su quello che accade in 48 angoli diversi del pianeta.
C’è un po’ di tutto in questa “fauna” (una parola che Pier Vittorio Tondelli amava usare): opinionisti radiofonici, critici letterari, editorialisti di quotidiani, blogger, saggisti, influencer più o meno improvvisati, insieme a professori universitari di diverse discipline, dalla filologia romanza alle scienze agrarie, dalla storia greca alla fisica nucleare. Molti di loro sono assenti dai miei contatti, ma comunque appaiono come “suggeriti per me”. Spesso puntano il dito contro una massa indistinta, opaca, accusandola di essere ignorante, insensibile, distratta, soggetta a immaginarie opinioni egemoniche. L’obiettivo è chiaro: fare in modo che la comunità dei followers si senta inclusa in una minoranza illuminata che mira a redimere un popolo stolto e manipolabile.
Ci troviamo, con tutta evidenza, di fronte a un meccanismo consolidato, che si ripresenta con forza di fronte ai nostri occhi. La politica internazionale è un grande specchio deformante, sul quale proiettiamo i temi del nostro dibattito interno. Siamo ormai abituati a riascoltare con insistenza chi si dichiara preoccupato per il destino della popolazione di Gaza, ma si rammarica per la mancanza di una sensibilità adeguata verso l’Ucraina, verso i dissidenti iraniani, verso i paesi del sudamerica governati da dittatori, verso le comunità del continente africano sottoposte a massacri. È fin troppo palese che questo gioco retorico non favorisca nessuna di queste cause e non abbia alcun effetto mobilitante. Serve invece ad alimentare un processo di autoaffermazione e di ricerca di visibilità nel grande magma degli universi virtuali, anche per regolare i conti con le voci concorrenziali e coagulare piccole bolle di consenso.
Non serve far riferimento ai tanti studi dedicati a questo tema, per il semplice fatto che lo possiamo verificare anche nella nostra esperienza quotidiana. I calcolatori della macchina social premiano l’uso della prima persona singolare. In altre parole, raccogliamo un numero maggiore di like quando scriviamo o diciamo “io”, “io”, “io”. Questo meccanismo produce delle conseguenze del tutto prevedibili quando ci confrontiamo con contesti distanti. Per quanto sia surreale, il problema smette di essere la sofferenza di un popolo, ma diventa quello che gli altri intorno a me pensano – o si presume che pensino – della sofferenza di quel popolo, in una grottesca competizione alla ricerca di un primato sul piano conoscitivo, argomentativo o morale: ne so più di te, sono più coerente di te, sono più onesto di te. Anche quando diamo l’idea di avere a cuore i destini del pianeta, quindi, stiamo in realtà parliamo soltanto solo di noi stessi, delle nostre ansie, delle nostre ambizioni, delle nostre idiosincrasie, delle nostre paure, dei nostri vicoli ciechi, del nostro rapporto col potere.
Ecco, il rapporto con il potere. Risulta forse utile tornare su un concetto che potrebbe apparire scontato: le grandi ondate di dissenso si sviluppano contro un decisore politico visibile, prossimo, concreto, o quanto meno percepito come tale. L’indignazione per Gaza deriva soprattutto dal fatto che i nostri governi sono vicini a Nethanyahu e al suo esecutivo. Pur trovandosi di fronte a crimini mastodontici (di certo non catalogabili come legittime reazioni ai crimini di Hamas), non hanno prodotto alcuna sanzione verso l’alleato. Abbiamo quindi la sensazione – o forse solo l’illusione – di poter fare qualcosa per salvare le vite di persone innocenti. Quel massacro è anche roba nostra, lo sentiamo nostro. La Flotilla ha avuto questo ruolo: smuovere i nostri rappresentanti politici, metterli di fronte alle loro contraddizioni, sperare di rompere la spirale di violenza.
Sul fronte ucraino, invece, accade qualcosa di completamente diverso. Siamo coinvolti direttamente, certo. Ma non siamo schierati – in quanto cittadini (ed elettori) italiani, europei o “occidentali” – dalla parte del carnefice. Possiamo muovere qualsiasi obiezione a Meloni, Macron, Von Der Leyen, Merz, ma di certo non possiamo accusarli di aver protetto Putin, di non averlo sanzionato o combattuto. Questo significa che non esistono in Italia sostenitori di Putin? Esistono, e hanno voce. Come i sostenitori di Trump o di Nethanyahu, che sono parecchi, agiscono in maniera più o meno subdola, talvolta rivendicando con orgoglio le loro posizioni.
In questa situazione, resta comunque decisiva la posizione assunta dalle rappresentanze politiche, che ci piaccia o meno. E dovremmo guardare in primo luogo a questo problema, alla coerenza e alla linearità di chi ci governa, senza cedere alla tentazione di sciogliere i nodi in modo sbrigativo, puntando il dito contro le incoerenze – il più delle volte immaginarie, e quanto meno non paragonabili a quelle dei governi – delle opinioni pubbliche, dei popoli, dei cittadini. Si ritorna sempre, in un verso o nell’altro, alla tenuta del sistema democratico. I dibattiti sulla politica internazionale ci dicono ben poco, purtroppo, sulle tragedie del pianeta, ma ci dicono molto sul nostro rapporto con il potere, con le istituzioni italiane ed europee. Ci parlano di noi stessi, in sostanza, ed è per questa ragione che sono accarezzati o ingigantiti dagli algoritmi.
Abbiamo quindi l’impressione di trovarci di fronte a un effetto di asimmetria generato dalle scatole virtuali in cui siamo immersi, interessate in primo luogo a farci rimanere dentro il flusso (e sarebbe difficile raggiungere questo scopo se, tanto per dire, ci inducessero davvero a studiare le dinamiche politico-economiche della Groenlandia, dell’Argentina, della Corea o della provincia di Catanzaro). In parte è così, poiché l’irradiazione dei contenuti agisce sul nostro stato intellettuale ed emotivo. Ma dobbiamo pur sempre ricordare che i problemi “mediatici” non nascono dentro un astratto universo tecnologico o dentro una macchina industriale avulsa dalla realtà sociale: sono legati al nostro modo di interagire con le persone, al vivere comunitario, alle regole della convivenza civile. Vogliamo davvero capire perché alcune cause mobilitano e altre meno? Beh, guardiamo prima alla cabina di regia e poi agli umori della platea. Conta la capacità dei nostri rappresentanti di intervenire sulla realtà e di cambiarla. Credere nella politica significa sentirsi coinvolti, poter partecipare, poter decidere sul futuro. Quando mancano questi presupposti, ogni conseguenza diventa plausibile, anche la più nefasta.
Pasquale Palmieri
