Il senso di Gori per la fine
Su Vendo tiroide causa doppio regalo
di Massimo Palma

In Vendo tiroide causa doppio regalo (Nottetempo, pp. 251), la scrittura di Alessandro Gori agisce come medium. Tutto il libro è una seduta spiritica, in cui i convenuti rimangono fermi al loro posto ma non possono trattenere il riso né tantomeno i loro bisogni.
Tutto fermo a via Gradoli
Tutto accade come dev’essere successo quel 2 aprile 1978, quando in una casa di campagna in provincia di Bologna alcuni accademici illustri con le loro mogli tennero una seduta spiritica per sapere dov’era nascosto Aldo Moro, rapito due settimane prima dalle Brigate rosse: dopo un paio d’ore, mentre i convenuti segnavano lettere a caso sui fogli e alcuni si attardavano a preparare il caffè, uscì fuori il lemma “Gradoli”.
Allertate da Romano Prodi, il più famoso tra i notabili presenti a quella seduta, le forze dell’ordine andarono in effetti a cercare a Gradoli, in provincia di Viterbo, invece che a Via Gradoli, dove c’era un importante covo delle Br. Non trovarono nulla. Da allora, ogni volta che qualcuno ha provato a interrogare i partecipanti su quella strana iniziativa, su quella strana coincidenza, tutti immancabilmente ripetono la stessa versione dei fatti, senza cambiare una virgola.
Tutto rimase fermo a via Gradoli, la storia d’Italia prese la sua strada, e un libro del 2026 di un autore nato nel 1978 pullula di Aldo Moro come il pretesto di ogni pagina, la radice di ogni fatto, la materia di tutti i possibili obiter dicta (le due pagine che contengono le “20 curiosità su Aldo Moro” estendono l’affaire-Moro a Hollywood, ai fumetti, alle maschere polinesiane, col presidente ucciso che finisce per occupare l’universo del dicibile globale). Tutto resta fermo in certi momenti alti a volte altissimi della scrittura di Gori, quando perfino il nero della distanza parodica tace e non resiste nemmeno la strategia della clausola.
Perché Gori inebria la lettura di clausole. Chi lo segue si sorprende in una perenne attesa della fine del brano. Sia l’assurdo di un padre che fa vescovo il figlio per consolarlo, sia l’osceno delle lamette per la rasatura che si prestano a scotennare membri maschili, sia l’incorrettezza politica dedicata ora agli indiani ora ai bimbi africani ora a Pino Daniele a Grignani e così via, comunque Gori trascina verso l’explicit, ti attrae per consegnarti a una fine che annichilisce. È così che il libro, scoordinato, sguaiato nell’alternanza tra prose liriche e barzellette, finte interviste e poesie, viaggia veloce sempre.
Lo stato della nazione
L’accelerazione ha un senso unicamente ritmico. Perché in realtà il libro di Gori è statico. Va in circolo in un arco d’anni che più o meno si può misurare: quindici? Diciassette? L’inizio è sicuro. È la data che abbiamo già indicato, il 1978 del caso Moro, che torna come un martello insieme ai suoi frutti politici.
Il resto del testo passa in rassegna i ricordi pessimi dell’infanzia negli ottanta e le nefandezze compiute da adolescenti, segnalando la detenzione dell’inconscio collettivo del paese in una prigionia psichica generata dalla fine della prima repubblica tra ammazzatine tangenti e stragi di mafia, narcotizzati dai videogiochi e la televisione mentre gli ormoni pulsano. Sono quindici, sedici, diciassette anni in cui tutto rifluisce ma si costituisce un immaginario preciso e scandito per annate esatte, e assolutamente governabile da fuori, mentre è ingestibile da dentro.
Gori fotografa il paese a partire da un senso di perdita rammemorato, da un senso inequivocabile di fine. Ogni volta nei capitoli indica in esergo date tutte uguali e insignificanti (1995, 1998…) a certificare una morte già avvenuta: nei ricordi che il libro accumula per micro-racconti o meri apologhi (la prima comunione o l’annuncio familiare dell’Alzheimer della nonna, la cena coi compagni di classe o l’ineffabile compleanno a casa Cannucciari) è come se il millennium bug avesse funzionato davvero, per una combinazione spazio-temporale, proprio all’incrocio in ogni psiche tra il nascondiglio brigatista a Roma del ’78 e una provincia toscana (da lì viene l’autore) con Odeon Tv accesa dopo mezzanotte nei Novanta.
Qui il tempo ha imparato a stare e ristagnare, qui la storia respira da morta, e il resto, i decenni successivi, è name-dropping da serata romana. Come nel memorabile capitolo “Circolo degli Artisti”, paesaggio di una stasi estiva esilarante e disturbata in pieni anni Dieci, o nella fulminante lista degli otto versi di “No”, che convoca il 1981 in cinque nomi come spettri (Gelli, Craxi, Sindona, Calvi, Rampi) che danzano sul filo del non-sense.
Queneau reloaded
Il Gori statico va però a fondo. Resosi conto della stasi, si chiede “quante estati ho davanti perché la vita ricominci ancora?”. Metà libro dopo, chiude immaginando “sbarbine bellissime” che ridono “come se nulla esistesse al di fuori del presente”. È tutto pleonastico – perché il tempo è sospeso: davvero non esiste nulla, se non il ricordo che rievoca e riassume il già dato.
È come nella Domenica della vita di Queneau, quando Valentin Brû confessa di pensare al tempo che passa, “e, siccome è identico a sé stesso, penso sempre alla stessa cosa, cioè finisco col pensare più a niente”. E quindi l’incredibile trovata della “prima brioche dell’eternità” è la fuga ucronica in cui il Valentin Brû di Gori annulla la storia per sempre – “tanto avrei avuto l’eternità per le cose che mi piacevano”. E allora annulla la scelta, annienta il conflitto, sperimenta la gioia assoluta dell’indeterminazione in una sequenza lisergica “su un prato infinito, dove nessuno corre più e nessuno viene lasciato indietro”.
Ma questa fantasia isolata e un poco compiaciuta di immobilità assoluta, che riproduce l’arresto, tra il 1978 e il 1994 circa, di una storia agibile, fa da controcanto a un’altra rêverie, quella di bassezze morali e corporee che invece si riproduce e prolifera nel libro come autentica trama seriale: dire la fine è fotografare un mondo che in vari modi si svuota. Gori che pensa i bambini e i ragazzi nelle situazioni più urticanti, umiliati e offesi, è Queneau replicato in una cornice scatologica che individua “al di fuori del presente” solo la visione di un nulla che si crea, appena evacuato.
Buongiorno notte
L’onnipresente kenosis è nell’ossessione escrementizia che accompagna Vendo tiroide. Se Canetti vedeva l’evacuazione come traccia statica e materica di un potere – la dimostrazione per il potente di aver ingurgitato la propria vittima –, qui Gori la segue per identificarla al moto e basta. È nel mirabile elenco allucinatorio della Goccia, il brano appena precedente La prima brioche dell’eternità che segue in soggettiva il contraccolpo acquatico di una latrina all’atto di cui sopra (“quella goccia […] reca seco la vita nella sua sesquipedale completudine: batteri, funghi, monere, menarca, meconio, materia, antimateria, quark, potassio, entropia, gocce più piccole piene zeppe di universi”), è in questo elenco che qualcosa, nel testo, ricomincia a muoversi.
È qui che Gori, mentre segue il viaggio della goccia verso l’alto, prende le distanze da Cesare Zavattini, che sceneggiò Miracolo a Milano, e aggiunge al motto circolare di quel film – il “buongiorno che vuol dire davvero buongiorno” – delle virgolette che funzionino da gabbia necessaria al “buongiorno” (“mai più senza”, chiosa). Ma, oltre ogni distanziamento parodico, la risalita in Pov della goccia dentro l’organismo è la spia critica insinuata nel vuoto di cui Gori restituisce ogni profilo. Vi registra una crepa, la consapevolezza di poter descrivere, nel flusso di parole, proprio il centro della notte. Qui la scrittura, se è pura adesione alla materia, è ancora movimento contro ogni delirio da assenza di senso che pure popola molte delle pagine.
Nell’immane stasi collettiva che il libro descrive c’è dunque uno spazio bassissimo in cui la scrittura ama arrestarsi, come stupita che qualcosa ancora si muova. È l’infimo del corpo, l’infimo della vita stessa. Per questo la serie di sedici componimenti – tutti mimetizzati in una sequenza disordinata, tutti nella pagina sinistra – dedicati a una madre malata morente e poi morta comincia con una lode alla donna che libera gli intestini dopo un intervento. E fa storia a sé, è biografia e coccola atroce alla materia vivente come ciò che ha pur sempre, appunto, possibilità di scrittura. La malattia e la morte vengono seguite passo passo mentre la pagina destra delira e svia, fino a una nuova fine, dove il buongiorno è tra virgolette, davvero, ma dentro una materia viva, dove si può ancora parlare, inveire, sognare l’inverso di questo mondo. “Invece lei / fregandosene / ha preso il deltaplano / ed è volata in cielo / ed eccola / vedo che già è rientrata / sudata fradicia / la cretina”. La fine sarà convulsa o non sarà.
