Portare la democrazia con le armi en marche! Arthur Rimbaud e Adriano Spatola
di Giovanni Palmieri

A Luciano Canfora
Démocratie
“Le drapeau va au paysage immonde, et notre patois étouffe le tambour.
“Aux centres nous alimenterons la plus cynique prostitution. Nous massacrerons les révoltes logiques.
“Aux pays poivrés et détrempés ! — au service des plus monstrueuses exploitations industrielles ou militaires.
“Au revoir ici, n’importe où. Conscrits du bon vouloir, nous aurons la philosophie féroce ; ignorants pour la science, roués pour le confort ; la crevaison pour le monde qui va. C’est la vraie marche. En avant, route !”
Democrazia
“La bandiera traversa il paesaggio immondo e il nostro gergo soffoca il tamburo.
“Nei centri alimenteremo la più cinica prostituzione. Massacreremo le rivolte logiche.
“Nei paesi pieni di pepe e fradici d’acqua! – al servizio dei più mostruosi sfruttamenti industriali o militari.
“A rivederci qui, non importa dove. Coscritti di buona volontà, avremo la filosofia feroce; ignoranti per la scienza, scafati per il confort; creperemo per il mondo che avanza. È la vera marcia. Avanti, marsc!”[1]
Il pensiero critico e talvolta direttamente politico di Rimbaud, al di là delle sue oscillazioni e delle sue ambiguità, è sovente occultato dal mito del poeta veggente e dai suoi auratici e davvero stucchevoli corollari. A parte le celebri poesie “comunarde”, l’illumination qui sopra riportata dal significativo titolo di Démocratie è un esempio di tale pensiero.
L’ironica denuncia dell’imperialismo ottocentesco o meglio del dispositivo linguistico che reggeva l’ideologia “progressista” e colonialista è infatti in questo testo d’immediata evidenza.
Chi parla?
Alla prima persona plurale e con un testo completamente chiuso dalle virgolette, appare chiaro che il discorso-orazione di tipo marziale (farcito infatti da ritmiche riprese anaforiche) che costituisce questa illumination appartenga non all’autore ma ai soldati, o meglio ai coscritti. L’effetto ironico consiste allora nel considerare i soldati emittenti e non destinatari di un messaggio che celebra il colonialismo e che nella realtà è stato loro rivolto, ma consiste anche e soprattutto nel ripercorrere un discorso altrui – quello ideologico dell’epopea colonialista – togliendogli però la maschera dell’ipocrisia edulcorante e dicendo semplicemente le cose come stanno.
Si sospetti sin da subito che sia i soldati (in genere mercenari) che l’autore stesso possano essere (stati) partecipi e indirettamente complici dell’inganno colonialista, come potrebbe indurre a pensare anche il calcolato rovesciamento dei ruoli comunicativi cui abbiamo accennato prima.
Contesto storico e biografia
Dopo gli anni Trenta dell’Ottocento, la Francia aveva già occupato militarmente numerosi Paesi: l’Algeria, il sud della penisola indocinese, la Guyana francese, il Sénégal ecc. A località esotiche, infatti, sembra far riferimento il nostro testo parlando di “paesi pieni di pepe e infradiciati” (allusione ai monsoni). La critica ha opportunamente indicato al riguardo la politica colonialista del governo “repubblicano” francese uscito dalla sconfitta della Comune e in particolare la rivolta di massa nella Cabiria algerina del 1871 repressa nel sangue dall’esercito francese.[2] Nella nostra illumination, però, il riferimento non è soltanto al colonialismo francese ma a tutti i colonialismi (“Au revoir ici, n’importe où”).
Si consideri anche la dimensione economica che la politica colonialista portava con sé e gli scandali politico-finanziari che ne derivavano e che sono ricordati, ad esempio, in Bel ami (1885) di Maupassant.
Ma veniamo a Rimbaud che, a ventun anni, il 18 maggio del 1876 presso il consolato dei Paesi bassi di Bruxelles si arruolò come mercenario nell’esercito coloniale olandese per andare a combattere la guerriglia che infuriava nelle foreste dell’ex sultanato di Aceh nell’isola di Giava. Presto disgustato dai massacri degli indigeni compiuti dall’esercito olandese (“massacrerons”), Rimbaud diserterà poco dopo riuscendo a sfuggire alla cattura e ritornando rapidamente in Europa.
Scrive Robb che “l’esercito coloniale olandese era un’organizzazione moderna ed efficiente che, negli ultimi tre anni [1873-1876], aveva sventato piccole rivolte che minacciavano di interrompere il flusso di prodotti coloniali dalle Indie orientali olandesi.”[3]
Seguendo lo sviluppo del discorso della nostra illumination, aggiungerei che in seguito alla repressione militare, il colonialismo olandese instaurò un sistema di lavoro forzato per i contadini giavanesi (“révoltes logiques”), sviluppando in seguito una colonizzazione privata da cui derivò un’imponente serie di investimenti internazionali di capitale.
Se l’esperienza giavanese – come ritengo – è alla base del poème en prose che sto analizzando, allora il testo deve essere stato scritto nel 1876 o oltre. Les illuminations saranno edite solo nel 1886.
De Graaf ha scoperto sulla stampa neederlandese di Bruxelles del 1876 un annuncio pubblicitario, scritto da un sedicente agente reclutatore dell’esercito coloniale olandese (un certo Vignix), che invitava all’arruolamento giovani uomini di un’età compresa tra i ventuno e i trentasette anni “che non avessero lavoro, né impiego, né famiglia, né soldi” o che fossero “grandi amanti dei viaggi e curiosi di vedere il mondo”.[4] Di quale mondo si trattasse realmente è stato detto…
Nel testo
Il titolo Démocratie comporta nel lettore che arriva in fondo al testo l’immediata deduzione che la “democrazia”, nonché i “valori” portati dai colonizzatori europei, siano esattamente quelli espressi dalle “belle” gesta a cui i soldati inneggiano. Che il rovesciamento e dunque la parodia del dispositivo linguistico-ideologico che legittimava le varie aggressioni imperialiste, siano le procedure retoriche fondamentali del nostro testo è del resto confermato sin da subito.
L’esercito non viaggia traverso paesaggi esotici meravigliosi (forse così reclamizzati dai reclutatori) ma “immondi” (come ad esempio la giungla) e il linguaggio della retorica e della propaganda colonialista (“notre patois”) soffoca e non permette di sentire il rumore della guerra e delle armi (il tamburo). Insieme alla prostituzione e ai massacri delle rivolte più giustificabili, i soldati affermano di portare con sé la “feroce” filosofia civilizzatrice del progresso: quella dei Lumi e della sedicente democrazia.
Particolarmente interessante la funzione conativa espressa nell’antifrasi di tipo evangelico “Conscrits du bon vouloir” dove il poeta si comprende e l’evangelica buona volontà nonché le buone intenzioni consistono nella sopraffazione armata e nel massacro.
Infine la “crevaison” finale non fa riferimento ad un’auspicata morte per il mondo del progresso e per la missione civilizzatrice dell’Occidente ma piuttosto si riferisce alla morte (questa sì una vera marcia!) che coglierà i soldati al servizio del “mondo che va”.
Vittime ma complici
Sia i soldati, refrattari alla conoscenza (alla “scienza”) ma sensibili ai confort, che l’autore non sono solo vittime delle guerre coloniali e dei massacri d’una filosofia feroce ma ne sono anche complici nella loro supina accettazione del “mondo che va”, per usare le parole del poeta.
Un saluto come “Au revoir ici, n’importe où” non si riferisce solo all’onnipresenza dell’imperialismo coloniale ma è anche per Rimbaud un azzeccato pronostico personale. Infatti, com’è noto, dopo l’esperienza giavanese, il poeta sarà mercante d’armi (e di schiavi, il che era lo stesso) in Africa. Insomma non credo che Rimbaud in questo poème en prose si escluda totalmente dal gruppo dei soldati e proprio da questa sottile ambiguità proviene una parte non minore del fascino di questo testo.
Nella sezione Mauvais sang della Saison en enfer (1873), tre anni prima dell’esperienza coloniale a Giava, Rimbaud aveva infatti profeticamente scritto:
Allons ! La marche, le fardeau, le désert, l’ennui et la colère.
À qui me louer ? […] Quelle mensonge doit-je tenir ? – Dans quel sang marcher ?
Andiamo! La marcia, il fardello, il deserto, il tedio e la collera.
A chi darmi in affitto? […] Quale menzogna devo reggere? In quale sangue marciare?[5]
E ancora:
Assez ! voici la punition. – En marche !
Ah ! Les poumons brûlent, le temps grondent […]
Où va-t-on ? Au combat ?
Basta! Ecco la punizione. – In marcia!
Ah! I polmoni bruciano, le tempie scoppiano […]
Dove si va? A combattere?[6]
Al di là di qualche ripetuto episodio di dissipazione esistenziale, etilica e sessuale, vivere la vita come programma poetico e scrivere poesie come esclusivo programma di vita fu il vero e fallimentare progetto del poeta della Saison che registrò tale fallimento nelle forme di una radicale e precoce rinuncia ai versi.
Il fatto è che Rimbaud ha scritto poesie ma non si è mai “scelto” come letterato. Non era e non volle mai essere un homme de lettres. Quindi ciò che abbandonò, nelle forme di un’autopunizione crudele, non fu la letteratura ma semplicemente lo scrivere poesie. Cosa – tutto sommato – più semplice. Baudelaire, invece, che letterato fu, venne per questo aspramente criticato da Rimbaud che pure lo considerava un dio!
Va anche tenuta in debito conto l’amara delusione che il poeta provò nei confronti di valori che la società sedicente democratica e in marcia verso il progresso aveva di fatto “svenduto”, a cominciare dal valore della vita umana. In Solde (Liquidazione), cioè in quella illumination che a molti appare l’autentico congedo del poeta, Rimbaud nello stile degli annunci pubblicitari (“À vendre” è la ripresa anaforica fondamentale del testo) elenca una serie di valori e stati di cose che ormai devono essere svenduti. Si tratta di valori che nella società delle merci valgono sempre meno e perciò vanno “liquidati”, venduti sottocosto. Tra questi troviamo le vite di esseri umani identificate metonimicamente nel loro essere soltanto semplici corpi senza valore:
À vendre les Corps sans prix, hors de toute race, de tout monde, de tout sexe, de toute descendance ! Les richesses jaillissant à chaque démarche ! Solde de diamants sans contrôle !
Svendesi i Corpi senza prezzo, al di là d’ogni razza, di ogni mondo, di ogni sesso, di ogni origine! Le ricchezze che sgorgano da ogni scorreria! Svendita incontrollata di diamanti![7]
Che si tratti qui delle vite, dei corpi che non valgono più nulla degli indigeni uccisi nelle démarche coloniali dell’Occidente che producono ricchezze, mi sembra evidente ma è anche comprovato dall’accenno alle speculazioni sui diamanti estratti nelle colonie francesi dell’Africa sud equatoriale.
Rimane da dire che insieme ai valori liquidati sottocosto dalla società, qui è lo stesso Rimbaud che, prima di partire, annuncia a se stesso la svendita dei suoi propri valori…
La democrazia nei versi di Adriano Spatola
Diversi accorgimenti (Geiger ed., Rivalba -Torino – 1975) è una delle più significative raccolte poetiche di Adriano Spatola (1941-1988), non a caso accompagnata da una importante Nota critica di Luciano Anceschi (pp. 75-77). Nella sezione intitolata Che giorno è oggi (pp. 41-45) si trovano cinque poesie numerate, dedicate ognuna al concetto di democrazia. Il titolo complessivo della raccolta fa invece riferimento a differenti modi di difesa poetica dagli istituti tradizionali del discorso in versi. Per concludere, mi è sembrato opportuno e suggestivo trascrivere e commentare la terza poesia di Spatola accostandola all’illumination di Rimbaud.
3.
Democrazia una parola
ovviamente trascurabile origine
scopertamente risibile
e irrisibile il peso della menzogna
la confessione
riconducibile alle radici
precaria amarezza
o teodulia. (p. 43 ed. cit.)
Il testo è composto con una tecnica “cubista” nella distribuzione dell’ordine delle parole e nella spezzatura dei versi. Da qui il seguente esercizio di lettura: “democrazia” è ovviamente (soltanto) una parola; la sua origine (‘potere del popolo’) è trascurabile e cioè di nessuna importanza. La sua origine suscita palesemente il riso ma la gravità della menzogna è cosa che può essere derisa ma non è cosa da ridere; la confessione (della menzogna) che riconduce alle origini (etimologiche) suscita precaria amarezza o asservimento onniplanetario e divino alla parola democrazia.
NOTE
[1] Cito il testo francese da Arthur Rimbaud, Opere, a cura di Diana Grange Fiori, Milano, Mondadori 1975, pp. 350-352. La tr. it. è mia.
[2] Vd. in internet il commento a Démocratie presente nel sito Arthur Rimbaud le poète: http://abardel.free.fr/petite_anthologie/democratie.htm (consultato l’ultima volta il 13 febbraio 2026).
[3] Graham Robb, Rimbaud, vita e opere di un poeta maledetto, tr. it. di Melania Mascarino e Andrea Palladino, Roma, Carocci, 2002, p. 257.
[4] Daniel-Adriaan De Graaf, Arthur Rimbaud, sa vie et son œuvre, Van Gorcum & Co., Assen-Pays Bas, 1960, p. 263 e 281, n. 24. Mia la tr. it.
[5] Arthur Rimbaud, Opere, cit., pp. 216-217. Tr. it. mia.
[6] Ivi, p. 224. Tr. it. mia.
[7] Ivi, p. 334. Tr. it. mia.
