Cinismo contemporaneo e malinconia anacronistica ovvero opinioni di un disadattato

di Giorgio Mascitelli

Poco più di quarant’anni fa il filosofo tedesco Peter Sloterdijk ha convenientemente dimostrato in un libro importante, Critica della ragion cinica, che il cinismo non solo è un atteggiamento spirituale (o forse si dovrebbe dire figura fenomenologica) molto diffuso nel mondo contemporaneo, ma che esso è anche un prodotto di un certo tipo di sviluppo della modernità. Siccome ritengo questa diagnosi ancora valida, vale la pena di ricapitolare i tratti di questo fenomeno, secondo il nostro autore infatti “Il cinismo, inteso come falsa coscienza illuminista, è un’intelligenza astuta, ambiguamente opaca, indurita e scissa da ogni coraggio aprioristicamente ritenuto ingannevole, come ogni positività: tale forma di coscienza sa occuparsi ormai soltanto di tirare a campare, pur che sia” (op.cit., trad.it, Raffaello Cortina editore, 2013, p.368).  Si tratta cioè di una coscienza conservatrice, che, pur essendo consapevole della possibilità morale della critica, si adatta al mondo così com’è aborrendo ogni speranza, favorita dalla convinzione, fondata o meno, di aver perfettamente capito il proprio tempo.

Questa considerazione di Sloterdijk mi è venuta in mente di recente con la divulgazione dei file del caso Epstein. Questa foto di gruppo del capitalismo globalista, nel quale la brutale mercificazione del corpo femminile si coniuga con la costruzione di reti di complicità bipartisan, o anche tripartisan, che diventano l’iscrizione a un club esclusivo, nel quale il reciproco coinvolgimento criminale vale come la sola garanzia di rispetto degli accordi presi negli affari in un mondo che non rispetta nulla, è certamente un esempio di cinismo contemporaneo, in particolare nell’idiota fiducia che un giro così vasto nello spazio e nel tempo non sarebbe stato scoperto. Il cinismo del potere che emerge qui è, però, già noto e non aggiunge molto a quanto già visto nel passato, come hanno fatto notare sia coloro che si richiamavano nella loro analisi a Sade e a Pasolini sia coloro che guardavano a Schnitzler e Kubrick. Accanto a questo, vi è il cinismo più contemporaneo dell’apparato mediatico che diffonde le rivelazioni con sapienti dosature volte a coprire gli interessi vivi, mettendo in primo piano personaggi famosi ma non potenti o ex potenti e non distinguendo nei file tra contatti pubblici e ordinari e quelli penalmente o eticamente rilevanti. A sua volta questa strategia poggia sul cinismo implicito del pubblico, che commenterà questo o quel partecipante, ma non porrà mai la questione politica generale dell’esistenza del mondo di Epstein. Anche il militante che sarà disponibile a porre tale questione non sfugge a una dinamica cinica perché per lui essa non si pone in sé, in quanto esistenza del male, almeno in prima battuta, ma come sintomo dei rapporti di potere e di produzione sottostanti. Forse l’unica voce, in questo contesto, a sfuggire al cinismo è quella della femminista che rivendica la dignità e la libertà del corpo femminile contro la violenza maschile. Tale voce, tuttavia, a meno di non fare come quella che guarda dall’esterno senza mettere i piedi nella pozzanghera, è destinata a vivere le stesse contraddizioni del militante.

Per il militante, senza potere e senza voce, solo e braccato dall’insensatezza della società, non vedere nelle cose i rapporti sottointesi e rinunciare allo sguardo polemico contro il potere giudicandolo non solo per quello che fa direttamente, ma per quello che significa l’azione in una prospettiva lunga, storica, in breve non essere machiavellico ossia cinico, è impossibile, significa diventare un militante fritto (o cucinato in altra maniera). Ma se la logica del cinismo lo domina in maniera incontrastata, viene riassorbito dentro quella più generale e meglio gestita del potere.

Forse da questa aporia apparentemente insolubile offre una via di uscita l’ottimismo della volontà del militante. Come ogni ottimismo, anche questo deve postulare ingenuamente uno spazio per l’azione che deve essere agita limpidamente e che rompe con l’aspetto rinunciatario e ostile a ogni positività, che il cinismo porta con sé, in nome di una liberazione. Portarsi su questo piano significa però posizionarsi sul terreno del ‘ridicolo e sublime’, cocktail che nella contemporaneità lascia al secondo ingrediente un ruolo simile alle due o tre gocce di angostura nell’old fashioned. D’altra parte, mentre le quantità degli ingredienti nell’old fashioned sono destinate a restare immutabili nel tempo perché non risentono delle dinamiche storiche (forse un giorno non si berrà più l’old fashioned, ma fino all’ultimo giorno le gocce di angostura resteranno due o tre), in un’epoca di veloci trasformazioni, come è diventata la nostra a partire dall’inizio di questo decennio, le quantità di sublime potrebbero aumentare improvvisamente e i rapporti tra i due ingredienti mutarsi notevolmente.

Ora è evidente che se il ridicolo è compatibile con il cinismo, il sublime non lo è affatto, ma ‘ridicolo e sublime’ insieme ci pone inequivocabilmente su un piano diverso: quello della malinconia.  Caratteristica della malinconia è la ciclotimia, sono l’esaltazione e l’abbattimento, entrambi irriducibili agli schemi dell’intelligenza cinica. Ma soprattutto il “malinconico perde il sentimento della correlazione tra il proprio tempo interiore e il movimento delle cose esteriori. Si lamenta della lentezza del tempo […]. Ma spesso il malinconico sente che la sua risposta al mondo è in ritardo. Di fronte allo spettacolo esterno che si accelera vertiginosamente, egli sente in sé una sorta di impedimento” (Jean Starobinski, La malinconia allo specchio, p.59, trad.it., SE, 2006). Se il carattere del malinconico è questo sfasamento anacronistico, esso sfugge, si potrebbe dire per necessità logica, a quel sentimento del tempo tipicamente cinico di sentirsi posizionati al culmine dell’arco temporale, unici interpreti autorizzati del senso dei fatti. Ed è questo il pregio saliente del malinconico: il suo smarrimento e il suo sentimento di inadeguatezza, che rendono impraticabili le risposte preconfezionate del cinismo e pertanto lasciano uno spazio oggettivo alla ribellione. Ciò diventa particolarmente evidente in una vicenda come questa in cui uno dei motori principali è la perversione sessuale, l’eccitazione del potente di fronte alla vulnerabilità fisica e psicologica della ragazzina, che la società normalizza nella sua adorazione della ricchezza, ed è solo il malinconico ritardatario che può affermarne la natura malata.  Ora che di fronte alla rivelazione dei file, che in definitiva ci dicono cos’è il potere, il rischio è quello di restare attoniti o di accondiscendere al cinismo, che concede sempre una sua gratificazione simbolica e/o pratica, allora le qualità della malinconia diventano più preziose che mai nello sfuggire all’andazzo del mondo e nel preservare una propria indipendenza spirituale (e politica).

 

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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