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Da “Frontiere erranti”

[Pubblichiamo due saggi tratti dall’ultimo volume di Massimo Rizzante, Frontiere erranti. Autoritratto di un erede senza eredi, pubblicato da Effigie nel 2025. In esso, l’autore ha raccolto una quarantina di testi per lo più saggistici usciti su riviste o in rete. Si tratta di un’attraversata della letteratura “del mondo”, da Keith Botsford a Miguel Torga, da Ornella Vorpsi a Kenzaburō Ōe. Qui compaiono Hermann Broch (e i suoi filologi) e Edward W. Said.]

di Massimo Rizzante

Non c’è nulla di peggio della posterità!

Bisognerebbe fare in modo che le opere rifiutate da un autore e quelle che, per una ragione o per un’altra, non è riuscito a portare a termine non fossero più pubblicate. Pio desiderio! Non c’è nulla di peggio della posterità! I morti non hanno nessun potere rispetto a quei vivi che, riesumando i fallimenti altrui, non desiderano che mostrare tutto il loro amore. Ma di che amore si tratta? Non si tratterà forse di rivalsa? Di vendetta? Di indiscrezione vestita da furore filologico? Ah, l’umiltà dei filologi, questi pesci rossi dai denti di piranha! Perché sacrificare il loro tempo a ciò che l’autore ha rifiutato? Certo, in nome del “tutto”. Ma non “tutto” quello che un autore ha scritto ha per lui lo stesso valore.

L’anno scorso si è ripubblicato un romanzo di Hermann Broch, L’incognita, edito la prima volta nel 1933, subito dopo l’uscita della trilogia de I sonnambuli (1932). La nuova traduzione è molto bella (molto più esatta e ispirata di quelle precedenti del 1962 e del 1981). Tuttavia, lo stesso traduttore (che è anche il curatore dell’opera) deve ammettere nell’introduzione che, nei confronti del romanzo in questione, Broch sviluppa prestissimo “una violenta idiosincrasia che giunge fino all’abiura”. Cita anche una lettera in cui l’autore confessa di averlo scritto per denaro e di considerarlo “un fallimen- to”. Non ne vuole più sentir parlare. Perché? Broch si è reso conto che Richard Hieck, il giovane matematico protagonista del romanzo, dedito alla conoscenza scientifica del mistero della vita, non è altro che una debole variante dei tre personaggi protagonisti de I sonnambuli? Forse. Forse, l’esplorazione e la rivelazione dei fondamenti irrazionali dell’agire razionale dell’uomo, tema dominante della trilogia, ritorna ne L’incognita in modo fin troppo smaccato e privo di quella novità formale che ha fatto esclamare all’autore, al termine de I sonnambuli, di aver scoperto una nuova forma romanzesca.

La storia della letteratura è fatta da pochi grandi scrittori che portano a compimento una forma e da una moltitudine di imitatori che cercano in tutti i modi di gettare discredito su quella perfezione, fino a quando giunge di nuovo un grande scrittore che porta un’altra forma a compimento. Broch lo sapeva. Per Broch scrivere un’opera letteraria è voler ottenere la conoscenza per mezzo della forma e una nuova conoscenza non può essere colta se non attraverso una forma nuova.

Non è soddisfatto della forma de L’incognita. Si tratta di un passo indietro e di una ripetizione. E l’artista non ama ripetersi. E se lo fa, ha tutto il diritto di abiurare la sua opera. Chi siamo noi, posteri, per abiurare la sua abiura?

Quest’anno la stessa casa editrice ha ripubblicato con il titolo Il sortilegio (Die Verzauberung) un altro romanzo di Broch, uscito per la prima volta in Italia nel 1982. Un romanzo incompiuto e la cui storia editoriale, lunga circa quindici anni, dal 1935 al 1950, anno della morte dell’autore, meriterebbe un noioso excursus. Excursus che il curatore dell’opera fa, senza poi interrogarsi sulla liceità della sua pubblicazione. Del resto, il romanzo è stato pubblicato una prima volta in Germania già nel 1953 con il titolo Il tentatore (Der Versucher) e una seconda nel 1969 con il titolo di Romanzo della montagna (Bergroman). Dopo aver concluso I sonnambuli, Broch, che sin dal 1927, a circa quarant’anni, aveva abbandonato la sua attività di industriale e di ingegnere tessile per dedicarsi alla letteratura e allo studio della filosofia e della matematica, si mette in testa di scrivere un’altra trilogia.

Nel 1933 Hitler si impadronisce della Germania. L’esistenza dell’ebreo viennese Broch, sebbene nel frattempo convertitosi al cristianesimo, si fa difficile. Il suo umanesimo radicale, condito dallo studio di Platone e dei Padri della Chiesa, è messo a dura prova. In ogni caso pensa a un “romanzo della montagna”, a un “romanzo rurale”, a un “romanzo religioso” ambientato in un villaggio alpino dove i ritmi naturali di una comunità vengono sconvolti dall’arrivo di un certo Marius Ratti, tempestiva rappresentazione, come un celebre critico ha affermato (Steiner), dell’hitlerismo, il quale, attraverso i suoi discorsi propagandistici, insinua nella comunità tali paure ancestrali da renderla succube dei suoi diktat. La prima stesura del romanzo è portata a termine nel 1936 (è il romanzo che leggiamo in italiano). Tuttavia, Broch non è contento e decide di riscriverlo. Mentre sta scrivendo la seconda versione, Hitler si annette l’Austria. Broch non riesce a fuggire in tempo e viene fatto prigioniero. Per una volta (forse l’unica) la fortuna è dalla sua parte. Dopo circa un mese viene liberato e si imbarca per l’Inghilterra da dove raggiungerà New York. Siamo nel 1939. Dal 1940 alla morte l’autore abiterà a New Haven, nel Connecticut. Si impegnerà per dieci anni a riscrivere il romanzo senza terminarlo. Nel frattempo pubblica La morte di Virgilio (1945), romanzo in quattro movimenti, e, in extremis, Gli incolpevoli (1950), romanzo in undici racconti, dove Broch crea una nuova forma di romanzo in grado di comprendere quell’aspirazione alla totalità che secondo lui né la religione, né la filosofia, né la scienza sono più in grado di soddisfare. Sentite cosa scrive alla fine dei suoi giorni:

La richiesta di totalità rivolta all’arte ha acquisito un carattere radicale, fin qui sconosciuto e, per soddisfarla, il romanzo ha bisogno di una complessa stratificazione, per fondare la quale non è senza dubbio sufficiente la vecchia tecnica naturalistica: si tratta di rappresentare l’uomo nella sua interezza, l’intera scala delle sue possibilità di esperienza, dal piano fisico ed emozionale all’elemento lirico.

Ancora una volta: non sarà che Broch abbia abiurato L’incognita e non sia mai riuscito a terminare Il sortilegio perché altro di ben più importante e di formalmente ben più innovativo gli stava a cuore?

Tramonto a Oriente

Sono passati venticinque anni dalla prima edizione del 1978 di Orientalismo, opera dell’intellettuale americano di origine palestinese Edward W. Said.

Quel libro, diventato oggi un libro di testo nelle università, a causa del suo presunto antioccidentalismo, fu molto criticato da diverse discipline accademiche che, se avallarono il suo punto di partenza – l’Oriente è stato per secoli e secoli una versione dell’Occidente e l’orientalismo uno strumento culturale di dominio politico ed economico dell’Occidente sull’Oriente – misero altresì in rilievo molte carenze storiografiche. L’orientalismo, insomma, come campo di studi specifico, soprattutto nel XX secolo e soprattutto in Europa, era riuscito ad affrancarsi dal peccato originale e a far conoscere realtà spesso trascurate. In molti settori del mondo arabo, poi, questa interpretazione è stato letta come una difesa dell’Islam e dei popoli arabi: una sorta di apologia dei vinti contro i vincitori, nonostante Said in molte occasioni avesse ripetuto di non aver avuto interesse, né tanto meno le capacità, di mostrare cosa fossero il vero Oriente o l’Islam. Said, nel suo saggio, utilizza alcuni concetti cari a Gramsci e a Foucault, ma il suo giudizio ideologico non prevale su quello più profondamente conoscitivo. Il richiamo originario di Said è a Giambattista Vico e a Nietzsche. Del primo riprende l’osservazione basilare che “la storia umana è fatta da esseri umani”. Gli uomini sono gli artefici della loro storia e perciò tutto ciò che possiamo conoscere è stato fatto dall’uomo: la guerra per il controllo di un territorio, così come la lotta conseguente per imporvi un modello sociale e culturale che non gli appartiene. Del secondo assorbe l’intuizione genealogica fondamentale per cui l’identità non è altro che una costruzione umana che cambia e fluttua nel tempo e che, per definirsi, ha continuamente bisogno di qualcun altro, di altri, di realtà diverse, perfino opposte, senza le quali nessuna identità potrebbe sussistere.

Che cosa sono il nazionalismo, la xenofobia, il provincialismo culturale se non manifestazioni di questa difficoltà di accettare l’essenziale instabilità dell’identità umana, le sue frontiere erranti?

È difficile vivere nella consapevolezza di tale instabilità. Così come è difficile vivere nel dubbio o, meglio, fare del dubbio la propria passione. Spesso è la paura che vince. Ora, chi ha paura è solo in un modo completamente diverso da chi, come dice Said a proposito di Genet, è “innamorato dell’altro”: chi ha paura, vede o immagina intorno a lui sempre un intruso che ci spia e gracchia parole incomprensibili e che, il più delle volte, è un nemico.

Così, quasi tutto il male che viene commesso è commesso per paura…

Questo ci ha insegnato Said: che, per quanto da secoli l’Occidente, con i suoi scrittori, conquistatori, politici, storici, abbia voluto imporre un’immagine interessata e minacciosa dell’Oriente, non c’è nessuna essenza islamica, non c’è nessun Oriente, ma ci sono tante sue costruzioni storiche del passato e del presente che attendono di essere interpretate e perfino inventate…

Said che, come il titolo della sua autobiografia ricorda, si è trovato “sempre nel posto sbagliato”, sempre in bilico tra due culture e in nessun posto a casa, conosceva il valore dell’identità, ma, come ogni spirito lucido e antiromantico, non ne cercava l’origine, ben sapendo che la sua stessa ricerca è un prodotto della nostra coscienza storica. Preferiva pensare, al contra rio di Bergson, che l’uomo è libero nella misura in cui non coincide mai con sé stesso…

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Il rumore è il messaggio, Diaforia, 2023 (Premio Pagliarani 2024). Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Stralunati, Italo Svevo, 2022. Storie di un secolo ulteriore, DeriveApprodi, 2024. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato i volumi collettivi Teoria & poesia, Biblion, 2018 e Maestri Contro. Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi, Biblion, 2024. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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