AzioneAtzeni – Discanto Trentunesimo: Nicola Muscas
Credits
Testo e voce: Nicola Muscas
Musiche: Arrogalla
Azione Atzeni – Discanto trentunesimo: Nicola Muscas

Discanto XXXI
Avrei fatto volentieri il giornalista, in specie il cronista sportivo, ma per mia sfortuna in questo settore c’è un notevole affollamento di penne e di ingegni migliori dei miei.
Sergio Atzeni intervistato da Giuseppe Marci, 1991
Stampa isolana
di
Nicola Muscas
Mascella serrata e respiro pesante, Ruggero Gunale osserva la città nascosta dietro l’ala dell’aereo.
Avevano ragione, pensa, credeva esagerassero, avevano ragione: la spiaggia non è più bianca, non è più lama; la spiaggia è grigia, la mano dell’uomo che tutto riduce in maceria, la spiaggia è grigia e larga e diversa.
È diversa eppure il Lido è sempre lì.
E ci sono due stadi – l’ala ha ormai scoperto il profilo del promontorio, due stadi uno accanto all’altro, due arene per la vecchia squadra della città, possibile?
Essere uno del Lido significa appartenere a una cerchia, a un vecchio gruppo di amici figli di amici figli di amici.
Lungo la strada che sorvola il porto l’ala copre completamente la città vecchia, la città bianca, la città murata.
Un gruppo chiuso all’osso, ricco e potente, quasi impenetrabile.
Questa città è tutta diversa. Questa città non cambierà mai.
Dopo trent’anni ritorni alla terra dove hai amato sofferto e fatto il buffone. Ma è stato tanto tempo fa, troppo, dice a se stesso Ruggero Gunale, che questo vizio non lo ha mai perso, altri sì magari – il fumo, per esempio, il libanese, anche, o amare alla morte certe donne senza essere riamato, ma questo no: parlare a se stesso – troppo tempo è passato senza mai rimettere piede su queste strade, in cui ogni angolo testimonia una gioia, un dolore, una paura.
Leonardo Carboni percorre la via Roma in macchina, il porto a sinistra, i portici a destra, filippini che giocano a ping pong sul nuovo boulevard, i palazzi liberty, la Rinascente. Sopra di lui un aereo in discesa.
Vai in aeroporto a prendere tuo zio.
Fermo nel traffico Carboni osserva i portici nascondere la kasbah fighetta in quel che è rimasto del quartiere dei pescatori. Ascolta il rombo dell’aereo sopra di sé.
Zio si dice per dire, come si dice dei vecchi amici di famiglia, un vecchio amico di suo padre, a essere precisi, suonavano insieme al Gong, da ragazzini, e in tutti gli altri scantinati della città vecchia. Ma per Carboni Gunale non è altro che una foto: Carboni bambino, il mare di Carloforte, Ruggero Gunale barba incolta, capelli ricci, occhi nerissimi e intensi, sarà stato l’87.
Ne ha sentito parlare spesso, di questo zio arrevescio, la pecora nera, lo straniero, l’esiliato. Questo uomo incapace di amare, o di amare davvero altri che se stesso, o meglio sopra ogni cosa di amare il suo stesso tormento; questo uomo che per la vergogna non è tornato più.
Ma chi, Ruggero? Ruggero era un gentiluomo e per gli amici si buttava tra le fiamme, con quegli occhi neri che accendevano i desideri di molte, occhi da maneggiare con cautela, occhi che hanno provato a cambiare il mondo, e tu ci hai mai provato, a cambiare il mondo? Ruggero troppo cuore per questa terra di priogosusu arricchiusu, queste quattro strade di disisperausu. Cosa? La u non ci vuole nei plurali? Ma bai tocca.
Ruggero che l’hanno fatto scappare.
Chiedi a tuo zio, dicevano a Carboni, domanda di quegli scantinati che sputavano fuori il rocchenroll, le ragazze più belle di tutti i paesi della grande pianura, finalmente in città, cantanti in minigonna, in quegli scannatoi pieni di musica e umido e sudore.
Ma Carboni non riesce a immaginarsela, questa città che sputa il rocchenroll dagli scantinati. Cagliari è una città torpida che ama soprattutto mangiar bene. Cagliari tutta ordine e decoro, una pizza venti euro, cocaina nei cessi dei localini lounge, non una nota di musica fuori dai bar, guai, non è decoro.
Olandesi over settanta si arrampicano nel saliscendi spietato del Largo, trentasette gradi percepiti, sveltine orgiastiche di migliaia di croceristi lungo la via Manno, aloni sotto le ascelle, odore di palle sudate, un cappuccino dietro l’altro alle cinque del pomeriggio.
Non se la immagina, Carboni, una città diversa, e del resto mai ha chiesto a suo zio, mai ha telefonato.
«E tu saresti il giornalista», dice Ruggero Gunale aprendo lo sportello, l’aeroporto alle sue spalle, un clacson che suona nel parcheggio, macchine in coda, più d’uno ha fretta, il parcheggio è gratuito ma solo per dieci minuti.
«Tu saresti il giornalista».
«Sto cercando di smettere».
La macchina supera la sbarra automatica, Gunale allunga la mano e cambia stazione senza nemmeno chiedere il permesso. Alla radio una voce antica annuncia “John Wesley Harding del vecchio Bob, quando ancora non era mistico”.
«Mi hanno detto che anche tu facevi il giornalista».
«Non era una cosa fatta per me».
«Perché».
«Perché facevo domande».
Gunale aumenta il volume in prossimità del ritornello, la macchina si riempie di musica e di un silenzio ostile.
«Mi hanno detto che ti sei messo a scrivere libri», adesso Gunale sta quasi gridando. Carboni spegne la radio senza distogliere gli occhi dalla strada: «Sto provando a cominciare», dice.
«Con questa faccia che ti ritrovi».
«Perché che faccia mi ritrovo».
«La faccia di uno che ha la cabina al Lido».
«Al Lido andavamo a scocciare pivelle, al mare vado a Calamosca come mio padre».
Per raggiungere l’hospice passano ancora sulla via Roma. A destra il mare, a sinistra la città vecchia, la città bianca, la città murata, capperi al vento di un verde che ride. Ruggero Gunale si guarda i lacci delle scarpe per non farsi commuovere dalla bellezza della città.
Non farti fottere dalla nostalgia, dice a se stesso con un filo di voce. Sei troppo vecchio, Gunale, non te la puoi permettere la nostalgia.
Se c’è una cosa che ti toglie la bagassa della vecchiaia è il potere, a meno che non hai accumulato un mucchio di soldi.
Soldi e potere mai avuti.
Invisibile.
Invisibile è quel che sono sempre stato.
Invisibile e feroce.
È per questo che ho sempre notato ogni cosa, è per questo che ogni cosa mi ferisce. Ma soldi e potere certo non me li toglierai, nemmeno il giorno che me ne andrò alla forca.
Mani sul volante, uno sguardo al retrovisore, bella vita Dino Bonfigli, sta pensando Leonardo Carboni, uscito di galera per andarsene a morire all’hospice. Ma a Gunale non dice nulla. Suonavano insieme, Bonfigli, Gunale e Carboni padre.
Per mio padre non sei tornato, vorrebbe dire Leonardo, per nessuno sei mai tornato. Per Bonfigli, sì.
La macchina passa veloce di fronte ai due stadi. Gunale solleva la testa dalle scarpe.
«E allo stadio, ci vai allo stadio? E perché ci sono due stadi?».
«Di due non ne fanno uno».
«Mi piaceva, andare allo stadio».
«Anche a me. Dieci anni in tribuna stampa. Adesso vado in curva e mi diverto come un matto».
«Com’è che diceva quel coro».
«Quale coro».
«Stampa isolana…».
«Figli di puttana».

* Azione Atzeni- mode d’emploi
di
Gigliola Sulis e Francesco Forlani
‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, ‘Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012
Si può seguire il PODCAST su:
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