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Il Museo

Foto di Soly Moses

di Silvano Panella

Il cielo nuvoloso e opaco attutisce i nostri passi, le nostre parole, cela i dettagli, le distrazioni, protegge le case del borgo medievale dall’eccesso di visibilità, impedisce che si frantumino al Sole, che diventino sabbia.

Entro nel museo di storia locale, un museo composito, ricco di oggetti d’ogni epoca, dagli etruschi al ventesimo secolo, corredi funerari, anfore, borchie di carri, statuine, pezzi di trattore.

Nella prima sala ci sono frammenti di lapidi – nomi, anni, mestieri in latino. Raccolti e decontestualizzati, portati qui perché non v’erano più le tombe. Come può disintegrarsi una tomba? Non so. Il clima, le razzie, l’agricoltura.

Mi affaccio alla bifora, la mano infilata tra due colonnine esili, una tortile e una liscia, accostate per la prima volta quando costruirono questo palazzo. Le colonnine sono d’età romana e provengono dal ninfeo scavato più volte.

«Il saccheggio fu condotto con grande precisione», una voce femminile mi sorprende alle spalle.

Mi volto. È Demetra, la direttrice del museo.

«Grande precisione? Quindi non c’è stata una distruzione brutale», dico.

«No. Capivano più di oggi il valore delle cose.»

«Mi sembra strano. Oggi siamo così preparati.»

Demetra osserva la strada in basolato, gli abitanti che comprano il necessario per il pranzo, i turisti che scoprono un mondo diverso dal loro, i negozianti che tormentano proprio quella mela, proprio quella camicia. E controlla che il duomo e il palazzo del governo siano ancora in piazza. Sono ancora in piazza, sotto il cielo ancora offuscato.

«Abbiamo le nozioni ma non ci interroghiamo sul valore delle cose. I barbari invasori erano un po’ impulsivi ma sapevano quanto valesse una spilla d’oro e quanto valesse simbolicamente.»

«Immagino abbia scelto la spilla per fare un esempio come un altro.»

«Ho scelto la spilla con grande cognizione di causa», Demetra dice, e si avvia.

La seguo nella sala in allestimento. Il pavimento in cotto, il soffitto a cassettoni, scaffalature semivuote. Osservo l’oblunga statuina di un guerriero in bronzo, l’asta impugnata.

«Le piace? Se le piace lo metta in salvo. Il museo potrebbe esplodere», Demetra dice, confondendomi per un momento.

«Lei è stanca, logorata dal troppo lavoro»

«Non si azzardi a giudicare senza sapere tutto. Il museo potrebbe esplodere. Una deflagrazione precisa, puntuale, una pioggia di reperti su tutti i passanti. Quelle persone che abbiamo visto poco fa. Persone intente a essere loro stesse.»

«Chi è che non intende essere se stesso? E poi, i reperti sono delicati.»

Demetra solleva un corno in pasta vitrea, colorato, ricco di riflessi. Lo lancia a me. La paura di non farcela, lo prendo al volo.

«I reperti sono finti. Copie. Un museo di finzioni. I reperti autentici sono al sicuro nelle cantine – mura possenti, archi belli. A parte quel corno di vetro le copie sono fatte di resina ultraresistente, rimarrebbero integre dopo una esplosione.»

«E se anche fosse? Il palazzo è antico. Non vale, il palazzo?»

«Il palazzo è solido, non crollerebbe. Le finestre sono in vetro di scena. Come quel corno. Si disintegrerebbero senza causare ferimenti.»

Forse si tratta di una trovata mediatica. Demetra indossa un abito nero, il ciondolo dorato spicca sul suo petto. La testa leggermente reclinata, i capelli folti e neri ricadono su una spalla, gli occhi lucidi, bistrati. Attende. Attende che le chieda…

«Non ho capito a cosa servirebbe una deflagrazione illusoria», dico.

«Niente di illusorio. Ci sarà il boato, ci saranno le faville, le scintille, i fuochi. Reperti sparsi dappertutto nella piazza. Sa che un tempo la piazza era costituita da mattoncini a spina di pesce? Volevo ripristinare l’antica pavimentazione ma no, il comune non ha voluto finanziare questo recupero e i visitatori vengono soltanto per gironzolare, non capiscono nulla. Avrei voluto rendere le loro camminate più complicate, passare da un pavimento a un altro. Sono sette. Sette diversi pavimenti. Due in piazza e cinque qui.»

«Perché cambiavano tanti pavimenti, nell’antichità?»

«Per appagare il buon gusto, per non forzare le scelte. Abbiamo strati e strati di bei pavimenti, l’eccesso, l’opulenza, non è possibile averli tutti insieme oppure sì, parzialmente, scandendoli. I visitatori camminano per le sale restando all’oscuro di tutto ciò. Se ricevessero una pioggia di reperti si renderebbero conto dell’opulenza, si renderebbero conto di quanto poco sanno della storia.»

Per un momento penso di raccontare a Demetra la mia visita alla chiesetta. Avevo ricevuto una sensazione di pace, avevo sottratto una candela, l’avevo accesa, ero uscito fuori. Il museo spicca da lontano, la sua posizione è strategica, un tempo era un fortino poi divenne un palazzo nobiliare, un simbolo di prestigio. Non credo che l’esplosione possa avvenire in sicurezza. Demetra sembra non capire la reale portata di oggetti che piovono sulla gente, forse immagina un mondo di morbido marzapane. Se solo i reperti fossero di marzapane! I dolci tipici del borgo sono fatti di marzapane, il rimando storico ci sarebbe.

Le piace il marzapane?
Quel dolce assai affine
Alla consistenza dei nostri sogni
Un mondo onirico
Modellabile intorno a noi

Demetra risponde:
Breve vita ha il marzapane
Sbriciolato, mangiato
È alimento proteiforme
Eppure lo modellano
In compatti filoncini

«A causa della testardaggine dei cucinieri», aggiungo.

Demetra sorride, va via. Chissà se svilupperà il mio suggerimento.

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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