Quarin
di Pasquale Vitagliano
E se Mancini avesse fatto la scelta di Majorana? Fulvio Mancini è scomparso insieme alla moglie e al figlio di quattro anni. A chiedersi se ci sia un nesso tra due scomparse è un giornalista del Piccolo di Trieste. Mancini è un informatico. Il giornalista è Luca Quarin, figlio di un altro giornalista, Pietro, molto attivo e noto alla fine degli anni ’90, al tempo di Tangentopoli e agli albori del Vento del Nord, l’ascesa della Lega e dei movimenti regionali. Il richiamo al capolavoro di Leonardo Sciascia sul mistero di Ettore Majorana, forse il più brillante dei ragazzi di Via Panisperna, non è solo un pretesto narrativo. Si tratta, infatti, di un legame testuale. Anche Il futuro della specie (Miraggi, 2026), il nuovo romanzo libro di Luca Quarin è un’inchiesta filosofica. E la scelta dell’omonimia tra autore e personaggio è per il lettore la garanzia che la storia è falsa. La struttura narrativa è quella del giallo – ricostruzione di una vicenda oscura attraverso indizi – ma non si tratta di scovare alcun colpevole. La verità non è poliziesca ma etica e filosofica, appunto. A differenza dei dilemmi di Majorana, però, qui il tema non è la responsabilità umana di fronte alla costruzione di un’arma che potrebbe distruggere il mondo. In gioco questa volta non è la sopravvivenza dell’umanità, bensì quella della sua civiltà messa in discussione dalla potenza generativa dell’Intelligenza Artificiale.
Quarin protagonista del romanzo è un uomo in crisi dentro una società al tramonto. La sua compagna diffida di lui e il suo caporedattore non crede nella sua inchiesta. Si trova dunque in bilico tra un passato che stenta a voltarci le spalle, anzi incombe ancora come la figura paterna e un futuro i cui contorni sono immersi nella nebbia come il destino di Mancini e della sua famiglia. La storia che leggiamo è una foresta sconosciuta e insidiosa. Ci inoltriamo in essa interrogandoci fino a che punto la narrazione plasmi la realtà, e non il contrario cosicché il protagonista sia in qualche modo il doppio dell’autore. Ci viene così presentata una nuova versione di auto-fiction, una versione psicanalitica, in quanto la contrapposizione non è tanto tra verità e finzione, ma tra realtà e rappresentazione. Ad ancorarci è la cronaca del presente e quella del passato. Il rogo di Notre Dame e i ragazzi di Panisperna; Lacan e le migrazioni attraverso la rotta balcanica; il curling e l’intelligenza artificiale; il machine learning e l’antropocene: il viaggio di Quarin prende energia da continui salti narrativi, grazie ad un uso misurato e coerente della tecnica dell’hiperlink. Non leggiamo un anti-romanzo alla Pasolini, ma un post-romanzo, nel quale più che Carrère sentiamo la presenza di Houellebecq, e addirittura di David Lynch. Cos’è, infatti, l’indagine di Quarin se non un detour?
Come Hari, la protagonista femminile di Solaris, sarà la presenza di Maria, una biologa, guarda caso, a condurre Luca verso la soluzione dell’enigma. Ma a suggerirgliela saranno le piante la cui intelligenza non è meno stupefacente di quella artificiale.
