Sulle tracce di un ribelle
di Nicola Fanizza e Sebastiano Gernone

( presentiamo qui un brano del saggio di Nicola Fanizza e Sebastiano Gernone Michele Pantaleo. Vita e scritti di un ribelle, edizioni dal Sud, Bari, 2026. Purtroppo Sebastiano Gernone è mancato improvvisamente lo scorso 17 agosto, G.M.)
Non crediamo di sbagliarci se diciamo che probabilmente, a tutt’oggi, pochi conoscono veramente chi è stato Michele Pantaleo, vissuto tra la fine della seconda metà del XIX secolo e la fine della prima metà del XX secolo: per l’esattezza, dal 1887 (c’era ancora la Sinistra storica al potere, con Francesco Crispi capo del governo) fino al dicembre 1944 (il governo era guidato allora da Ivanoe Bonomi).
Eppure la sua figura merita di essere studiata e ricordata. Molteplici furono le attività in cui Pantaleo profuse il suo impegno in difesa delle classi subalterne, come giornalista militante, come teorico del pensiero anarchico, come critico letterario, come novelliere e financo come poeta.
Ciò detto non deve precluderci la via per individuare gli aspetti poco convincenti o persuasivi della sua opera. Lungi da noi qualsiasi intento agiografico, non è nostra intenzione fare di Pantaleo un santino anarchico.
Diciamo subito che l’immagine dell’anarchico impulsivo, con cui di solito viene rappresentato, non dà ragione della sua variegata personalità; evoca solo una parentesi della sua vita, ossia quella
della sua prima giovinezza. Coglie, infatti, uno dei tratti della sua personalità, che in seguito lo stesso Pantaleo proverà a tenere sotto controllo. La sua tendenza a reagire d’impeto, stando a quello che egli stesso dirà all’anarchico dott. Francesco Ippoliti nel confino di Lipari, aveva comunque la sua ragion d’essere: era il «prodotto della malattia alla testa che ebbe da ragazzo»
Ciò che, invece, lo caratterizzava era la sua spiccata curiosità. Cosa che emerge in particolare dalla testimonianza autobiografica di Juarès Busoni in merito al periodo della sua vita in cui aveva vissuto, come confinato politico, nell’isola di Lipari.
Mentre il padre Gaetano era un falegname, la madre Domenica Dragone era una casalinga. Figlio unico, era nato a Bari il 17 dicembre 1875. La sua era una famiglia di modeste condizioni sociali6. I
suoi genitori, pertanto, non potevano assicurargli una minima formazione culturale. Infatti, dopo il secondo anno della scuola elementare, decisero di ritirarlo dagli studi. Da qui il suo inserimento, come falegname, nella bottega del padre.
Tuttavia, grazie alla sua fervida curiosità, Pantaleo continuò gli studi da autodidatta. È probabile che la sua formazione sia proseguita, come garzone, nell’ambito di una tipografia.
Questo lo si evince dai documenti che in seguito Pantaleo sarà chiamato a produrre: là dove doveva declinare la sua professione, troviamo scritto «correttore tipografico». Non sappiamo chi sia stato il suo maestro. Una cosa, però, è certa. Pantaleo conseguì una cultura di ampio respiro: pervenne, infatti, alla padronanza delle lingue classiche e, insieme, del francese nonché all’acquisizione di notevoli competenze nell’ambito letterario, storico, filosofico e artistico. Pantaleo è uno scrittore di notevole spessore; per declinare i suoi concetti ricorreva al punto e virgola. L’esito è una scrittura avvolgente, una scrittura che spesso assume un’inflessione poetica.
Michele Pantaleo manifestò la sua intolleranza nei confronti di qualsiasi forma di ingiustizia. comincerà a militare. Da qui nel 1905 la sua iscrizione al PSI. Quella, tuttavia, fu solo una breve parentesi. A partire dal febbraio del 1906 abbandonerà il Circolo giovanile socialista per associarsi al «gruppo anarchico di Bari», fondato nel 1905 da Andrea Roncone, insieme ad alcuni militanti del Partito socialista italiano.
Pantaleo non sopportava i soprusi, le vessazioni da parte dei dominatori e nel luglio 1906 reagì d’impeto alla lettura della sentenza contro l’anarchico Sabino Sassanelli. Lanciò una sedia contro i giurati. Da qui il suo arresto e l sua condanna alla «pena della reclusione per mesi trenta, a tre anni di sorveglianza speciale ed a 700 lire di multa».
Gli accidenti inerenti alla vita di Michele Pantaleo offrono uno spaccato prezioso delle vicende sociali, politiche e culturali del tempo, in Puglia e nella città di Bari in particolare. Da qui il concomitante modificarsi della sua visione del mondo. Il primo passo di questa metamorfosi, come abbiamo già visto, si era realizzato presto con lo studio. Pantaleo, infatti, già dall’adolescenza aveva iniziato a scoprire l’immensità infinita dell’universo, la grandezza della natura, la sua vita palpitante, il suo flusso vitale incessante, la sua bellezza. Quando in seguito perverrà alla consapevolezza dei conflitti che signoreggiavano nella società civile, il canto di lode delle armonie della natura farà da contraltare ai contrasti e al disordine che egli coglieva nello spazio sociale. Pantaleo pertanto decise di scrivere e di prendere la parola per stigmatizzare i conflitti di classe e soprattutto per raccontare la storia dei senza storia.
Ciò che in particolare lo caratterizzava era la passione per la politica, l’idea di cambiare la società in cui viveva e operava al fine di promuovere le relazioni degne. Allo stesso modo dei socialisti libertari, degli eretici e degli utopisti, l’anarchico Pantaleo ha condiviso il sogno di un mondo diverso, più giusto e più libero. Nelle sue opere troviamo, infatti, il sogno di una palingenesi sociale e politica e, insieme, un netto rifiuto delle forme burocratiche e totalitarie della politica (il fascismo, lo stalinismo) della società capitalistica, dei valori dominanti. Per tutto questo Pantaleo ha pagato un prezzo molto alto (quattro anni di carcere e dodici di confino). Ha pagato, infatti, più degli altri per la sua appartenenza alla cultura anarchica con l’emarginazione, l’isolamento e, soprattutto, con l’oblio.
Pantaleo probabilmente conosceva il passaggio che più degli altri riassumeva il senso profondo delle Memorie di un rivoluzionario di Kropotkin: «Tutti gli uomini sperano in una vita dopo la morte, ma
spesso si spengono senza rendersi conto che il ricordo di una persona veramente buona vive per sempre». Chi leggerà questo libro non potrà che prendere atto di aver incontrato un uomo buono, un uomo le cui idee si aggirano tuttora tra noi, sussurrando con dolce risolutezza: «È l’impossibile che bisogna realizzare»23.
Da qui l’esigenza di far conoscere le sue opere e le sue vicissitudini.
Riprendiamo, pertanto, il racconto della sua vita là dove l’avevamo lasciato.
Terminata la pena presso il penitenziario di Turi, Michele Pantaleo cominciò a rendersi conto che a Bari cominciava a mancargli l’aria: non trovava lavoro. Pertanto, nel giugno del 1909, avanzò la richiesta per ottenere il passaporto per l’estero. Il documento, tuttavia, non gli venne rilasciato per la sua precedente condanna. Sicché, venuta meno tale possibilità, il mese successivo – sempre seguito dalla polizia – si recò prima a Napoli, poi a Firenze, poi ancora a Bologna e, infine, a Milano. Tuttavia, non riuscendo a trovare lavoro, fu costretto a ritornare a Bari.
La disoccupazione che aveva costretto Pantaleo a intraprendere il suo viaggio continuava a crescere. La crisi agraria che aveva investito la Terra di Bari spingeva molti braccianti verso la città, saturando così il mercato del lavoro. Da qui l’aumento della miseria e il peggioramento delle condizioni di vita. Tali condizioni a Bari vecchia erano già peggiorate a partire dal primo lustro del Novecento: la densità abitativa era aumentata in modo spaventoso, mancava l’igiene e il colera era sempre in agguato. Ciò nondimeno i proprietari avevano continuato ad alzare i prezzi degli affitti.
Questo spiega perché la reazione alla delibera del Comune di Bari del 10 giugno 1910 fu così violenta. In quella data, l’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Sabino Fiorese,
aveva deciso di applicare un aumento sul dazio di consumo per le farine e altri generi di prima necessità. Questa decisione fu esiziale. Fu percepita, infatti, come una provocazione inaccettabile dalle classi più povere della città (operai, fornai e braccianti), che già faticavano a garantire il pane quotidiano alle proprie famiglie: per molti baresi, quell’aumento significava letteralmente la morte per inedia.
Dopo dodici giorni dall’aumento del dazio sulle farine, iniziarono i primi scioperi e le manifestazioni popolari contro l’aumento del costo della vita. La protesta, nata spontaneamente, vide i lavoratori e soprattutto le donne di Bari vecchia scendere in piazza. Queste ultime non furono semplici spettatrici. Furono proprio loro, infatti, le prime a protestare contro il rincaro del pane e dei fitti, assumendo così un ruolo di avanguardia nella lotta contro il decreto.
Il 24 giugno la protesta degenerò in sommossa. La folla tentò l’assalto al Municipio e alle barriere daziarie. Il governo dell’epoca, guidato da Giovanni Giolitti, rispose con il pugno di ferro. Le forze di polizia e l’esercito intervennero pesantemente: aprirono il fuoco contro i manifestanti che chiedevano pane e lavoro. I manifestanti che persero la vita furono due (secondo alcune fonti tre), in più si contarono una cinquantina di feriti.
Pantaleo, pur partecipando alla lotta, evitò l’arresto. Cosa che, invece, non gli riuscirà due mesi dopo in occasione di un’altra insurrezione. Il fuoco da cui si originò la rivolta del 10 agosto fu l’insorgenza
dell’epidemia di colera, un’epidemia che si ripresentò a Bari e in diversi centri del Nord barese, in particolare ad Andria, Trani e Barletta. Il governo e le autorità locali cercarono, inizialmente, di negare l’epidemia per non danneggiare i commercianti, parlando genericamente di «gastroenterite».
La tensione esplose proprio nei primi giorni di agosto: la popolazione, stremata dalla fame e dalla mancanza di igiene, assisteva impotente nel vedere morire i propri cari senza assistenza adeguata.
Il 10 agosto vi fu una vera e propria insurrezione. Gli abitanti di Bari vecchia e degli altri quartieri poveri chiedevano la verità in merito all’epidemia e soprattutto pane e acqua pulita. Il Prefetto, tuttavia,
rifiutò di accogliere le istanze dei dimostranti. Da qui l’invio dell’esercito per porre fine ai disordini. Fu un vero e proprio eccidio: furono uccisi quattro manifestanti e vi furono 42 feriti31. I giornali locali
a loro volta subirono una fortissima censura: il governo voleva evi-tare che la notizia della rivolta e dell’entità del colera si diffondesse nel resto del Paese.
Un mese dopo – il 7 settembre – Pantaleo fu arrestato e deferito all’autorità giudiziaria in quanto responsabile di «lesioni e oltraggio ai funzionari della forza pubblica». Il processo a suo carico fu celebrato otto mesi dopo, con la condanna – in data 18 marzo 1911– a cinque mesi e giorni 27 di reclusione e al pagamento di una multa di lire 4633.
Scontata la pena presso il carcere di Bari, Pantaleo pubblicherà su «La Conquista», in data 13 agosto 1911, l’articolo Alla memoria degli assassinati del 10 agosto, in cui stigmatizzava con un linguaggio accorato il comportamento esecrabile delle forze dell’ordine:
‘Ad un tratto, per degli evviva echeggianti nella gloria immensa del sole e dell’azzurro – scrive Pantaleo – fummo assaliti, percossi, sciabolati, mitragliati, inseguiti e dispersi da una forza belluina da parte della forza pubblica, incoscientemente e tragicamente asservita alle classi dominanti, ignara delle nostre aspirazioni, che pur vogliono il bene, il progresso, la civiltà indistintamente per tutti. Fu una scena disgustosa, spaventevole, ripugnante; fu una rappresaglia senza nome, fu un assassinio più dell’idea che delle persone, in una repressione sanguinosa della coscienza umana, una brutale distruzione di affetti, fu la ignominiosa soppressione della vostra balda esistenza che si compì quel giorno. O poveri morti! E come se non fosse stato sufficiente lo scempio dolorante della nostra vita, i superstiti designati alla rappresaglia, colpevoli solo di avere un alto concetto ed una luminosa idealità dei destini furono incatenati e sepolti nelle tombe dei vivi, per essere poi trascinati alle autorità costituite, accusati di aver provocato l’eccidio con grida inneggianti a una idealità dell’avvenire, che noi pensiamo debba liberare il mondo dalla putredine e dal fango che lo avvolge.’
