L’ombra del fratello argentino

di Nicola Fanizza

Giovanni aveva finito di raccogliere le ramaglie nel podere dei suoi genitori, che si trovava in contrada «Ponticelli», a meno di trecento metri dal mare. Il suo lavoro, però, non era terminato: suo padre, infatti, gli aveva dato anche la consegna di bruciarle. Si recò pertanto nella casina di campagna, sicuro di trovare sul vecchio camino gli opportuni fiammiferi. Cominciò a cercarli nei posti più impensati e persino negli anfratti. Spostò infine, un pezzo di pietra intonacata e vide sbucare una busta. Si trattava di una missiva indirizzata a suo padre, presso un recapito diverso dal loro domicilio.

La busta conteneva una lettera e una fotografia formato tessera, in cui era raffigurato un ragazzo che aveva poco meno di vent’anni. Quando finalmente cominciò a leggere la lettera fu subito colpito dalle prime parole: «Caro papà». Il mittente scriveva da Buenos Aires, dove asseriva di aver trovato lavoro come fabbro. Diceva che era felice, poiché si era fidanzato con la figlia del proprietario dell’officina in cui lavorava; lo ringraziava per aver reso possibile il suo trasferimento in Argentina. La lettera, infine, terminava con «Un abbraccio. Vincenzo».

Giovanni non riusciva a crederci. Suo padre aveva dunque un altro figlio, un figlio che era nato fuori dal matrimonio con sua madre. Ma chi era questo Vincenzo? Chi era sua madre? La lettera lo aveva sconvolto a tal punto da non poter addormentarsi per diverse notti.

Giovanni, allora, aveva appena sedici anni. Non sapeva a chi chiedere, non sapeva con chi poteva parlarne. La prossimità distanziante che da sempre caratterizza le relazioni fra fratelli e sorelle, gli precludeva la possibilità di parlarne con Rosa e Laura, le sue sorelle maggiori. Né poteva parlarne con sua madre Teresa. Ne era a conoscenza? Come l’avrebbe presa?

Rimaneva suo fratello. Ma Mario allora aveva appena otto anni, non aveva l’età giusta per ricevere una rivelazione che poteva sconvolgerlo.

Giovanni rifletteva prima di agire, era uno che ponderava le sue azioni. Sapeva che sarebbe stato poco opportuno discutere in famiglia in merito all’esistenza di un loro fratellastro. Un argomento su cui di solito si stende un velo di silenzio. E quello non gli sembrava il momento opportuno per parlarne.

Aveva ragione da vendere. Alcune cose – dicono i saggi – non vanno subito  dette a quelli che sono a noi vicini. Vanno dette solo a tempo debito. Ma chi ci dice che è arrivato quel tempo? Forse, quando fa il meno male possibile!

Giovanni era il più grande dei figli maschi, era forte come una quercia, ma soprattutto aveva le doti del combattente. Era freddo, non si lasciava mai tradire dalle emozioni e, nei momenti critici, non perdeva mai il controllo di se stesso.

Dopo aver terminato gli studi ginnasiali, fu costretto a lavorare in campagna, surrogando così in parte il ruolo che doveva spettare a suo padre Vitantonio. Quest’ultimo era aperto e disinibito, era in possesso di una vivida intelligenza. Era  ironico, ma di un’ironia che nell’intimo esprimeva il senso acuto di una tendenza alla riflessione. Ponderava i suoi giudizi e soprattutto aveva una spiccata curiosità. Era attento a tutto ciò che metteva in moto il suo cervello.

Poco prima che terminasse la quinta elementare, il direttore didattico era venuto a sapere che Vitantonio non avrebbe continuato gli studi. Il suo maestro gli aveva detto che Giovanni aveva delle buone doti di studio. Da qui l’incontro con suo padre. Il nonno di Giovanni, però, fu irremovibile. Disse al direttore che aveva un solo figlio maschio e che non poteva fare a meno del suo aiuto nella gestione dei suoi poderi.

Vitantonio si orientava nello spazio e nel tempo: guardando il sole, individuava con precisione l’ora e persino i minuti; la conoscenza dei venti a sua volta gli dava la possibilità di prefigurare i mutamenti del tempo.

Qualcuno sosteneva che fosse anche un incantatore di serpenti. Lo chiamavano per catturarli, ogni qualvolta questi ultimi, nascosti nelle fascine, erano entrati nelle case dei contadini.

Avvertiva inoltre la presenza dell’acqua nel sottosuolo e pertanto veniva chiamato spesso dai contadini ogni qualvolta bisognava scavare un pozzo o localizzare una vena d’acqua. Veniva chiamato anche per dirimere le questioni di confine fra i poderi o questioni di altro genere.

La sua condizione di rampollo di una famiglia di contadini benestanti gli aveva garantito la bella vita: era stato affrancato dal lavoro nei campi; aveva avuto a disposizione un calesse; e andava spesso a caccia, con un fucile di precisione belga, che riportava, incisa fra le due canne, la scritta in oro zecchino: «Pour poudres blanches».

Godeva di ottima salute, eppure obbligava suo figlio, che aveva appena sedici anni, a farsi carico di incombenze che spettavano proprio a lui in quanto padre. Stava in campagna il meno tempo possibile: dava le consegne; poi, attraversava in lungo e in largo il fondo per rendersi conto dello stato delle colture; e, infine, se ne tornava nel Paese per far fronte – così diceva – alle sue incombenze istituzionali (era Presidente dell’ECA!).

Giovanni, viceversa, rimaneva a lavorare nei campi. Quando si trovava da solo nella casa di campagna in contrada «Ponticelli», riprendeva la lettera e, dopo averla riletta, rivolgeva il suo sguardo alla fotografia di Vincenzo. Cercava di cogliere nel volto del suo fratellastro i tratti di una possibile somiglianza con suo padre. Ritornava con la mente agli anni della sua infanzia, ma non ricordava di averlo mai incontrato.

L’ombra del fratello argentino cominciò ad abitare, stabilmente, nei suoi pensieri. E ogni qual volta la sua immagine gli ritornava in mente giurava a se stesso che un bel giorno sarebbe andato a trovarlo in Argentina. Una terra in cui era facile emigrare, ma da cui era anche difficile tornare. Il costo del biglietto per recarsi nella Terra dei fazzoletti* con la nave, per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, rimase esorbitante. Da qui il detto dei migranti italiani: «L’Argentina è la terra del buon Gesù: si sa quando si parte, ma non si torna più!».

L’identità di suo fratello gli appariva come un enigma. La sua foto aveva per lui una valenza simbolica. Indicava per l’appunto una mancanza e, insieme, una promessa. Suggeriva l’esistenza di un corpo e di un’anima che, al momento, gli appariva distante e inafferrabile. Giovanni voleva sapere, era interessato alle vicende della sua vita. Voleva ricostruire la sua identità, voleva riannodare, attraverso il filo della memoria, il tessuto di un’esistenza che gli appariva vicina e, insieme, lontana. Chiedeva, pertanto, informazioni su di lui – conosceva il suo cognome – ai migranti che tornavano dall’Argentina. Nessuno degli interpellati, però, asseriva di averlo mai conosciuto.

La sua determinazione sortì qualche risultato alcuni mesi dopo, quando, casualmente, incontrò Filippo. Quest’ultimo era tornato da pochi giorni da Buenos Aires. Magro e scuro di carnagione, Filippo si guadagnava da vivere, facendo il caporale. Un «lavoro» che, comunque, non gli avrebbe consentito di pagarsi il viaggio in Argentina. Poteva andare nel Paese dei fazzoletti, grazie a suo fratello, il quale, essendo un dipendente della compagnia di bandiera argentina, aveva il diritto di disporre di alcuni biglietti gratuiti per i suoi familiari.

Filippo gli diede pochissime notizie sul conto di Vincenzo. Gli aveva detto di averlo conosciuto: abitava a Buenos Aires, ma non ricordava il suo indirizzo. Aggiunse anche che faceva il camionista, che aveva viaggiato con lui e che in quell’occasione il camion trasportava un carico di zucche ….

Con quei pochi accidenti, Filippo non era riuscito a rendere meno opaca la sua immagine. Si trattava di informazioni poco circostanziate, di situazioni che non gli consentivano di mettere a fuoco la sua identità.

Giovanni non riusciva a capire la sua reticenza. Riteneva che Filippo ne sapesse di più su Vincenzo. E tuttavia, per motivi che gli sfuggivano, non voleva parlarne.

Col passare del tempo l’interesse di Giovanni nei confronti del fratello argentino venne sempre più scemando. Gli veniva in mente solo quando sui giornali venivano riportate notizie in merito ai colpi di stato che di solito costellavano la vita politica dell’Argentina oppure quando in Tv, in occasione dei campionati mondiali di calcio, venivano trasmettesse le partite della nazionale biancoceleste.

Giovanni sentì parlare del suo fratello argentino solo dopo la morte dei suoi due genitori. Il giorno successivo alla morte di sua madre, avvenuta nell’agosto del 1996, ognuno dei fratelli e delle sorelle presenti asserì di essere venuto a conoscenza, in tempi e modi diversi, della sua esistenza.

Così Giovanni venne a sapere che verso la fine degli anni Venti, suo padre, dopo aver assolto il servizio militare, era tornato nel suo Paese. Qui aveva conosciuto Maria, una ragazza bellissima, che si guadagnava da vivere lavorando in campagna. Fra i due scoppiò la passione e ben presto Maria si trovò ad aspettare un bambino. Vitantonio manifestò, inizialmente, la sua volontà di sposarla, ma dovette fare i conti con l’ostilità dei suoi genitori.

Suo padre gli aveva detto che qualora avesse deciso di sposarsi con quella ragazza di ceto inferiore lo avrebbe diseredato. Per lui si trattava solo di un amore ancillare e in questo senso si sarebbe attivato per aiutare economicamente Maria.

Intanto, quest’ultima, nel settembre del 1930, aveva dato alla luce Vincenzo, il quale sin dai primi mesi aveva mostrato una salute cagionevole

Vitantonio visse allora un periodo di grande solitudine e, insieme, di grande inquietudine. Non sapeva cosa fare; non riusciva a decidere; era incapace di assumersi le sue responsabilità; viveva nell’attesa di un evento che sbloccasse la situazione e intanto l’ansia cresceva e lo prendeva alla gola.

Ciò che gli consentì di uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato fu un intervento di sua sorella Caterina. Quest’ultima informò l’arciprete in merito alla vicenda che vedeva coinvolto suo fratello e alla sua indecisione. Da qui la determinazione del monsignore di convocare Vitantonio presso la Chiesa matrice. L’arciprete, grazie alla sua autorevolezza, lo convinse ad assecondare la volontà di suo padre e a trovarsi, al più presto, una moglie degna della sua condizione sociale.

I suoi genitori presero la palla al balzo. Si rivolsero subito ai sensali, i quali a loro volta contattarono la famiglia di Teresa, una ragazza che viveva a Rutigliano. Quest’ultima fu messa al corrente del fatto che Vitantonio era già padre di un bambino e ciò nondimeno diede una risposta interlocutoria. Prima di dare il suo assenso, però, voleva conoscerlo.

All’incontro Vitantonio si presentò con il calesse e, grazie alla sua bella e forte presenza, fece breccia nel suo cuore.

Appena seppero del fidanzamento, i parenti di Maria si attivarono per scongiurare il matrimonio. Si recarono più volte con il piccolo Vincenzo a Rutigliano per minacciare Teresa e i suoi familiari. Tuttavia, visto che Teresa non aveva alcuna intenzione di rompere il fidanzamento, decisero di ricorrere ad altri mezzi. Si affidarono ai maghi e alle fattucchiere, dilapidando così in poco tempo i soldi – diecimila lire! – che avevano ricevuto dal padre di Vitantonio.

I maghi in un primo momento avevano assicurato che, grazie ai loro incantesimi e alle loro fatture, il fidanzamento sarebbe saltato. Così non fu. Il matrimonio fu infatti celebrato nella cattedrale di Rutigliano. Tuttavia, anche dopo la celebrazione, i maghi perseverarono nei loro intrighi e raggiri. E spillarono furbescamente altro denaro alla famiglia di Maria.

Intanto, ciò che è sempre inatteso, ciò che è irreparabile arrivò come un ospite trascinato dal vento invernale. La madre di Vincenzo morì nel 1936, a causa della tubercolosi.

Dopo quel tragico evento, Teresa avrebbe potuto anche accogliere il piccolo Vincenzo nella sua famiglia, ma non se l’era sentita – così aveva detto alle sue figlie maggiori – per i tanti dolori che le avevano arrecato i suoi parenti. Pertanto Vincenzo, che allora aveva appena sei anni, andò a vivere con una sua zia.

Vitantonio avvertiva l’obbligo nei confronti di Vincenzo, nutriva nei suoi confronti una tenerezza tormentosa. Pertanto, con l’assenso di sua moglie, continuò e a prendersi cura di suo figlio: lo aiutava per quanto gli fosse possibile.

Dopo alcuni anni, Vincenzo aveva manifestato l’intenzione di trasferirsi in Argentina anche perché voleva a sottrarsi alle pressioni di sua zia. Quest’ultima premeva su di lui affinché si unisse in matrimonio con la cugina, ossia con sua figlia. Vincenzo nutriva affetto nei suoi confronti, ma il suo era un affetto che di solito si nutre per le sorelle.

Da qui la sua decisione di cambiare aria. Si rivolse pertanto a suo padre, il quale fu lieto di aiutarlo a partire, facendosi carico del costo del viaggio.

Questi erano i tasselli che riguardavano la vita di Vincenzo fino alla sua partenza per l’Argentina. Per quel che riguardava il periodo successivo, i suoi fratelli e le sue sorelle non sapevano nulla in merito alla sua vita. Non sapevano che lavoro faceva, se si era sposato, se aveva dei figli.

Nessuno di loro poteva immaginare, tuttavia, che in un tempo a venire, dopo più cinquant’anni, Vincenzo potesse tornare nel Paese che lo aveva visto nascere.

Nella tarda estate del 2006, verso l’imbrunire, Giovanni era seduto al tavolino di un bar sul lungomare e stava osservando il tramonto del sole, quando improvvisamente fu stupito dal lento intenerirsi del cielo. I riflessi della luce color verde-oro sull’acqua lo avevano costretto a chiudere per alcuni istanti i suoi occhi. Quando li riaprì, vide davanti a sé un uomo avanti negli anni, che somigliava vagamente a suo padre …!

 

* I migranti italiani chiamavano l’Argentina Terra dei fazzoletti, poiché gli abitanti del quel Paese erano soliti indossare un fazzoletto intorno al collo.

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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