L’inclusione che esclude. Il paradosso normativo del “politicamente corretto”

di Omar Bellicini
Ogni epoca produce il proprio lessico. Le parole, specie quelle di recente introduzione o viceversa quelle abbandonate, sono mezzi attraverso i quali una società stabilisce ciò che è dicibile, ciò che è interessante, ciò che viene considerato opportuno. Il «politicamente corretto» — definizione contemporanea di un fenomeno antico quanto gli esseri umani — si sviluppa in questa dinamica, talvolta spontanea, talvolta guidata, ma sempre morale. La sua manifestazione più recente non nasce come forma di oppressione, ma come tentativo di correggere un’asimmetria storica: lo scopo è rendere visibili categorie di persone e individui che il linguaggio comune aveva relegato ai margini, spesso trasformando la frequenza statistica in criterio implicito di normalità, quindi di superiorità.
La lezione proveniente dagli studi dell’Otto-Novecento sul linguaggio, d’altra parte, è anche questa: da Ferdinand de Saussure fino alla pragmatica di John Austin, passando per il secondo Wittgenstein, il linguaggio è stato riconosciuto come dispositivo per organizzare le esperienze, per direzionare il pensiero, per conferire significati alla realtà, ben al di là di una chimerica descrizione neutrale. Parlare e scrivere sono azioni che comportano delle scelte, e non stupisce che la politica abbia individuato proprio nelle parole uno dei terreni più fertili di trasformazione, se non di manipolazione.
Il linguaggio, insomma, contribuisce a edificare gerarchie — ne è un esempio discusso il maschile sovraesteso, che in idiomi come l’italiano si applica, in ipotesi di pluralità di persone di diverso genere, anche ai soggetti femminili, senza una corrispondenza di segno opposto —; e modificare quelle gerarchie non può prescindere da una contestazione del linguaggio. Perfino — e forse a maggior ragione — quando viene condiviso da chi ne è vittima, secondo quel processo di introiezione della «violenza simbolica» descritto da Pierre Bourdieu. Stimolare il cambiamento anche negli usi comunicativi, seguendo una traiettoria di superiore equità, è perciò lodevole.
Il pericolo si affaccia quando un progetto emancipatorio si tramuta, pur al netto dei propositi, in un dispositivo normativo eccessivamente severo — si pensi all’etichettamento retroattivo di opere cinematografiche e letterarie o alla loro revisione forzata, come nel caso dell’edizione Puffin de La fabbrica di cioccolato, di Roald Dahl. È lì che emergono le contraddizioni. L’inclusione, infatti, presuppone un ampliamento del perimetro della convivenza, ma ogni norma — anche sociale — che proclami quali parole siano lecite e quali no introduce invece un confine, con un dentro e un fuori; e se prima l’esclusione riguardava gli appartenenti a determinate categorie sociali, ora rischia di investire chi utilizza codici linguistici diversi da quelli ritenuti più aggiornati, magari per abitudine, ignoranza, appartenenza generazionale o finanche dissenso teorico.
La questione, ovviamente, non riguarda gli insulti deliberati o i discorsi d’odio, il cui carattere discriminatorio è evidente. Concerne, piuttosto, quella zona grigia in cui le consuetudini vengono sovrapposte agli intenti offensivi, senza la volontà di discernere le effettive intenzioni. Quando ciò avviene, la critica del linguaggio smette di essere una proposta d’incontro e diventa un filtro di appartenenza: un codice settario. Le parole smettono di essere messe in discussione e vengono prescritte, con finalità di integrazione nella propria comunità di riferimento — come suggerisce Durkheim, parlando di «funzione integrativa della norma» — più che di miglioramento dell’ambiente circostante. Non è un caso che il dibattito attuale assuma spesso i tratti di una disputa canonica: si esamina la correttezza formale dell’enunciato prima ancora dei messaggi che intende veicolare. Cosicché, l’ortodossia lessicale prevale sull’argomentazione complessiva e la verifica dell’immediata conformità al dogma sostituisce la persuasione.
In verità, sarebbe ingenuo ignorare quanto questo tema sia stato strumentalizzato: una parte del populismo contemporaneo ha costruito sull’avversione al politicamente corretto un seguito politico, alimentando caricature, elevando casi marginali a paradigma e dando corso ad autentiche campagne di disinformazione. Ridurre il dibattito a una fantomatica «dittatura woke» significa non comprendere la complessità storica delle discriminazioni, motore della revisione critica del discorso pubblico. Tuttavia, proprio perché la caricatura del fenomeno è intellettualmente povera, diventa ancora più importante problematizzare la sua articolazione reale.
In termini generali, non è inconsueto che una pratica liberatrice si irrigidisca in una grammatica dell’affiliazione: ogni ordine simbolico produce i propri rigoristi e un senso di elitismo. Ogni regolamentazione aspira a costituire una nuova normalità, in opposizione alla precedente. Normare e normale condividono, del resto, la medesima radice etimologica. La domanda, allora, non è se sia giusto modificare il linguaggio — ogni società lo ha sempre fatto — bensì quale rapporto debba esistere tra trasformazione e imposizione. Forse, il limite di certa pedagogia linguistica — che può non essere maggioritaria, ma che è comunicativamente rilevante — consiste nell’inversione del processo di maturazione sociale: si promuove l’empatia attraverso imperativi di linguaggio, anziché favorire l’evoluzione spontanea del linguaggio incoraggiando l’empatia.
Quando una comunità interiorizza davvero il valore della dignità altrui, infatti, le parole cambiano senza la necessità di spingerle; e, se non cambiano, assumono nuovi significati. Al contrario, quando la riforma lessicale precede quella emotiva, il rischio è che venga percepita come un obbligo esterno, producendo resistenze, prese di posizione identitarie e nuove polarizzazioni; generando nuovi esclusi, sulla base della dignità morale attribuita al modo di esprimersi.
In questo senso, la vera inclusione richiederebbe qualcosa di più complesso e laborioso della sorveglianza linguistica: un impegno culturale capace di modificare gli approcci, prima ancora dei vocaboli. Perché le parole possono certamente educare, ma solo se varcano la soglia della sensibilità. Ed è questo il paradosso che merita di essere affrontato, senza contrapposizioni preconcette: una società pienamente inclusiva deve accogliere anche quanti non hanno ancora aderito al linguaggio d’inclusione. Per contro, se la difformità linguistica diventa motivo di riprovazione, il confine tra emancipazione e sostituzione dell’escluso diventa più sottile di quanto si sia disposti ad ammettere.

Io comunque ancora devo vedere questi istituti di sorveglianza che calano la mannaia della censura quando non si usa l’asterisco o quando qualcuno dice ‘negro’. Per carità, problematizziamo e articoliamo, come l’autore qui fa con grande consapevolezza, però ricorderei pure che viviamo in un paese in cui non vi è, di solito, conseguenza per le azioni volgari, figuriamoci per un linguaggio poco sorvegliato (gli atti linguistici di Austin non pervenuti, ahimè). In Italia (o almeno nella parte che conosco) si può tranquillamente usare qualsiasi ammicco, trivialità, battuta a sfondo sessuale, e in qualsiasi contesto, senza ripercussioni di sorta, anzi, facendosi pure la reputazione di ‘spirito libero’. Non so, ho l’impressione che più che stigmatizzare le campagne sul linguaggio inclusivo dovremmo (chi ha un po’ a cuore la salubrità del dibattito, dico) concentrarci sugli sciami di odio, sentenze informali e controllo maniacale – altro che woke, reazione pura – che arrivano dai social e, ormai, dal giornalismo tutto che vive delle reazioni social.