Bruton, o delle prigioni senza senso

di Jamila M. H. Mascat
Di film che raccontano le brutture delle galere di tutto il mondo e la corruzione del sistema carcerario ce ne sono tanti. Penso a The Hurricane (1999), Hunger (2008), Il miglio verde (1999), Free Angela and All Political Prisoners (2012), Un prophète (2009), Down by Law (1986), e ancora un’infinità. Per non parlare delle serie, come Mare Fuori, Orange Is the New Black, o perfino Lupin, a modo suo. E per non parlare delle prigioni, quelle vere, da palmarès, quelle che hanno fatto storia, come Alcatraz e Robben Island in cui Mandela ha trascorso quasi 20 anni, o Long Kesh dove muore Bobby Sands dopo un lungo sciopero della fame insieme ad altri detenuti dell’IRA – e Crumlin Road Gaol, immensa galera di Belfast; o Abu Ghraib, storico luogo di tortura nell’Iraq di Saddam Hussein destinato ad un uso analogo dai soldati statunitensi durante l’invasione del 2003-2004, e poi Guantánamo, il campo di prigionia americano inaugurato a Cuba nel 2002 e reso famoso dalle extraordinary renditions – alias sparizioni – dei sospettati di terrorismo. Senza dimenticare le carceri made in Italy, le più note come San Vittore, Regina Coeli, Poggioreale, Secondigliano o l’Ucciardone – carceri che secondo il rapporto di metà anno 2026 redatto da Antigone a causa del caldo estremo e del sovraffollamento record espongono i detenuti a “condizioni al limite della sopravvivenza”. E soprattutto senza dimenticare i centri di accoglienza-detenzione per migranti che fioriscono ovunque – in Olanda, Grecia, Italia, Bulgaria, Libia, Irlanda, Francia, Tunisia e chi più ne ha più ne metta – anonimi ma costantemente ribattezzati: CIE, CTP, CPR, CPSA, oppure hotspots, CCAC, MPRIC.
Ma parlavo di film sulle prigioni, dicevo che ce ne sono tanti. Bruton di Vincent Grashaw, proiettato in prima visione mondiale ad agosto al Festival di Locarno, fuori concorso, è uno di questi. Quel che ha di speciale è che è un film in cui si ride parecchio, ma certo si finisce
anche per piangere un po’. Ispirato a una storia vera dei primi anni 2000 rivisitata creativamente, quella di Bryan Bruton, interpretato da Theo Rossi, Bruton racconta una vicenda carceraria eccezionale, eppure per molti versi ordinaria, perché la giustizia ordinariamente commette errori, il sistema carcerario è ordinariamente corrotto, la violenza nelle carceri è all’ordine del giorno, e in prigione a volte si muore, poco importa per mano di chi.
Di persone che hanno passato qualche tempo in carcere ne ho conosciute diverse. Alcune, e direi la maggior parte, per motivi di persecuzione politica e per sbaglio; altri per reati minori o minorissimi non sempre considerati tali. Non mi è mai capitato di sentire storie di incarcerazione edificanti o a lieto fine. Chi esce di prigione è raro che ne esca indenne. Ed è rarissimo, per quel che ho potuto constatare, che, a pena scontata, chi esce ringrazi la prigione magistra vitae.
Di eccezionale, invece, nella storia di Bryan Bruton narrata nel film c’è l’arguzia del protagonista: spacciatore professionista a Jacksonville, Florida, padre affettuoso, marito insopportabile, compagno di galera leale, seduttore all’occorrenza (di una guardia carceraria, Laura Elizabeth Wiley, che lo aiuterà ad evadere), atleta tutto muscoli e tanta ironia che, accusato di omicidio colposo per un tragico incidente in cui un uomo aveva perso la vita, finisce per marcire in carcere durante 11 anni, fino al 2014. Prima viene rinchiuso nella prigione di Lake Butler, Gainesville. Da qui tenta di evadere, ma la libertà dura poco più di 12 ore perché lo riacciuffano ad Alachua County, con il suo compagno di fuga Justin McCullough. Così ritorna in prigione, viene messo in isolamento, cambia cella dieci volte in un tour de force delle peggiori carceri federali. Nel frattempo scopre la meditazione e tiene duro. Alla fine ritorna al punto di partenza (Lake Butler), dove rischia di essere assassinato: la prigione è il mandante, perché vuole fargliela pagare per aver tentato di evadere corrompendo una guardia, e un carcerato è l’esecutore – che purtroppo però finisce accoltellato da Bruton.
E mentre gli anni passano in cella, fuori c’è una figlia che cresce e aspetta di vedere il padre. Anzi, non aspetta: fa di tutto, scrive a destra e a manca, telefona, ritelefona, supplica e alla fine ottiene – eccezionalmente, non ordinariamente in questo caso – di poterlo incontrare. Questa l’eccezione, che riconforta e commuove alla fine del film.
Ma appunto la fine di Bruton non ha nulla di lieto, non è una favola di Richard Scarry. Perché tutta la pellicola ripercorre una catena di abusi senza fine, di storture e ingiustizie, di abbrutimenti e vendette, di pericoli di morte e vite in pericolo. Bruton non è un film idealisticamente abolizionista. È un film pragmaticamente abolizionista, che in chi pensa che dopotutto le prigioni abbiano un senso, nonostante qualche effetto collaterale discutibile, suscita, in tutta sincerità, più di un ragionevole dubbio.
Dilemmi
“Abolire o non abolire” non è esattamente un dilemma per autrici risolutamente abolizioniste come Angela Davis o Ruth Wilson Gilmore, per cui non c’è dubbio che si tratti di farla finita e fare a meno delle prigioni. La questione diventa invece inevitabilmente un dilemma quando la discuti fuori dalle aule universitarie gremite di studenti radical, quando la proponi in una conversazione qualsiasi, magari a partire da un fatto di cronaca, con chi non ha letto né Davis né Gilmore.
In tanti credono che le prigioni non solo abbiano un senso, ma siano assolutamente necessarie come deterrente al crimine e rimedio al male sempre suscettibile di prendere il sopravvento sulla natura degli esseri umani. Per queste persone, la causa abolizionista ha un che di naïve, retorico, ridicolo, idealista. La domanda che sorge sempre spontanea è: “come si potrebbe mai vivere in una società in cui comportamenti lesivi e violazioni a danni di altri restino impuniti”? E la risposta, che sorge anche lei spontanea, è che non si potrebbe mai, sarebbe troppo pericoloso, rischioso, folle, nonché fondamentalmente ingiusto, perché giustizia fa rima con punizione.
In termini ancora più concreti, l’obiezione di rigore è: “se uccidessero tua figlia, saresti contenta di sapere l’assassino spensieratamente assorto a radersi la barba davanti allo specchio, a spasso per negozi o in spiaggia a farsi uno spritz?”. Probabilmente no, certo, anzi sicuramente no.
Ad esempio, ho letto da poco una tesi di laurea sui femminicidi in Olanda, scritta in stile Chi l’ha visto?, che mi ha fatto conoscere tante orribili storie che ignoravo. La storia di Humeyra, uccisa a 16 anni dal suo ex disperato e furioso nel 2019. O quella di Anne Faber, 25 anni, uccisa dopo essere stata stuprata e accoltellata la sera del 29 settembre 2017. Pensare i colpevoli in vacanza mi provoca un violento senso di rabbia.
Ma la mia rabbia, e in generale la contentezza e scontentezza dei singoli, i sopiti o mal sopiti desideri di vendetta, gli istinti punitivi non sono né dovrebbero essere a fondamento di un costrutto superiore alla somma delle parti, come il sistema giudiziario. Altrimenti, ad esempio, perché non essere a favore della pena di morte, che in fondo non è altro che il compimento di una fantasia individualmente comprensibile, che può sorgere come reazione a un’azione immonda?
Molti di coloro che contestano la pena di morte sono comunque a favore delle prigioni, e distinguono precisamente tra la privazione della vita (inumana) e la privazione della libertà (legittima). Questa seconda opzione è in effetti assai più ragionevole, perché tecnicamente consiste nel privare un criminale della libertà di commettere altri crimini.
La lista delle perplessità è lunga: chi finisce in prigione? Per quali reati? Come si vive nelle prigioni? Cosa si impara e a cosa si è confrontati in carcere? La privazione della libertà riabilita e impedisce le recidive o abbrutisce e le favorisce? E su questo ci sono fiumi di letteratura abolizionista che hanno sfatato molte leggende metropolitane sull’utilità e sensatezza delle istituzioni carcerarie.
Insomma, il punto degli abolizionisti non è solo umanitario — le prigioni mietono vite umane — ma solleva un’obiezione sull’inutilità dell’istituzione. Se il pericolo pubblico fosse proprio il carcere? Per chi ha più chance di finirci, in primo luogo, come spiega Michelle Alexander, giurista e avvocata in The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness, libro del 2010 ma non datato – e alla fine per tutti.
Insomma, se non fosse poi così vero che le prigioni funzionano? Servono davvero? Assolvono davvero alla funzione per cui, a detta di chi le ritiene necessarie, esistono, ovvero ridurre il crimine e rendere il mondo migliore?
Davis in Are Prisons Obsolete? dice tante cose, ma alcune vale la pena di richiamarle. Che il prison industrial complex è la risposta (inefficace) a problemi sociali — dalla povertà alla malattia mentale, dalle disuguaglianze alla dipendenza da sostanze stupefacenti — che vengono naturalmente criminalizzati e non per questo risolti. Che la punizione dei reati non produce necessariamente più giustizia né più sicurezza, né ripara concretamente le vittime di tali reati – si limita a offrire loro il piatto freddo della vendetta. E, ultimo, che le prigioni sono trattate come una fatalità ineluttabile, ma non lo sono. Per pensare alle piste e alle possibilità di una giustizia trasformativa e riparatrice si tratta perciò di sormontare l’idea che un mondo senza prigioni sia a priori impossibile. L’esperimento mentale consiste nel considerare il mantra secondo cui in una società senza carcere si vivrebbe peggio alla stregua di una supposizione come un’altra, e perciò dubitabile e discutibile.
Col senno di poi
Quando mio padre finì in prigione nel novembre 2005 fu più una sparizione che un arresto à la Derrick. All’epoca viveva in Arabia Saudita, dove da diversi anni lavorava come medico chirurgo. Dopo i primi anni a Mecca e Jeddah, si era trasferito al Baljurashi General Hospital di Al Baha, dove dirigeva l’unità di chirurgia generale. Quando fu arrestato, però, si trovava a Riyadh, ospite presso un amico, chiamiamolo Abu Yusuf.
Raccontata col senno di poi, la vicenda carceraria e giudiziaria di mio padre potrebbe quasi avere una parvenza di senso: sospetto, cattura, detenzione preventiva, isolamento, prigionia condivisa, libertà vigilata, sequestro di passaporto, e alla fine rilascio e autorizzazione a lasciare il Paese, dopo due anni di vita rubata così, per il sospetto di cui sopra.
Se invece fosse un film, comincerebbe con me a Parigi, Rue Myrha 25, 18esimo arrondissement, una settimana umida di novembre come tante. Io che apro il portone e saluto con un cenno della mano la portinaia, Mme Pereira, sempre di guardia e di cattivo umore, e mentre salgo arrancando cinque rampe di scale fino all’ultimo piano, ricevo nel frattempo una chiamata di Farhiya, la moglie di mio padre, che mi chiede inaspettatamente sue notizie. Con tutto l’affanno delle cinque rampe, le dico che no, non ho notizie dall’Eid, ma che non c’è da preoccuparsi. Dico una roba senza senso: che probabilmente avrà dimenticato il telefono chissà dove. Entrata in casa, mentre sfilo il cappotto ripenso alla fine del Ramadan, il mio primo vero e sofferto Ramadan, un Ramadan con i fiocchi. In realtà, sono preoccupata eccome. Allora cerco di richiamare il numero del call center bengalese memorizzato come “Papà CC” da cui, a volte, raramente, mio padre mi telefonava. Scandisco poche parole con un tono di voce sostenuto e composto, chiedo notizie del Dr. Muhiddin e spiego che sono la figlia e che non lo sento da qualche giorno perché non risponde sul cellulare. Dall’altro capo del ricevitore, una voce squillante e scomposta dice «Police!» e riattacca. E quando richiamo, riattacca e basta.
Da lì, lunghi e noiosi mesi e mesi di ricerche e attese: di mail, fax e telefonate, di solleciti a consolati, organizzazioni umanitarie, Croci e Mezzelune Rosse di qua e di là, giornalisti, diplomatici e sconosciuti suggeriti da sconosciuti, in un’immaginabile catena di sant’Antonio, per capire in prima battuta se mio padre fosse vivo o morto in prigione, e per scoprire, a distanza di mesi, che era finito in una cella di isolamento nel carcere di massima sicurezza di Al Hair, vicino Riyadh per un sospetto di terrorismo. O meglio per il sospetto di un legame con altro sospettato, sospettato chissà come e perché. C’è chi mi ha detto, dopo, che il fatto che ne sia uscito, considerando il passaporto somalo di quinta categoria, è un proprio un miracolo.
Allora Bruton e sua figlia mi hanno fatto piangere a singhiozzi per una buona parte del film. E poi, uscendo e passeggiando imbambolata tra le palme di Locarno, che a 38 gradi sembrava di stare davvero in Florida, mi sono fatta – letteralmente, come si dice – un altro film – il mio, un film che peccato che nessuno l’abbia mai girato. Ripercorrendo e rimuginando quella storia conclusa da tempo, che solitamente fatico perfino a ricordare, pensavo a quanto le galere non soltanto ingoino la vita di chi è dentro, ma saccheggino chi è fuori.

Bellissimo pezzo, Jamila, grazie