Facciamo un esempio. Simonetta Spinelli

4 febbraio 2018
Pubblicato da

di Jamila Mascat

 

A fine 2017  DWF ha dedicato un numero speciale a Simonetta Spinelli, venuta a mancare a febbraio dello scorso anno.  Il numero raccoglie tutti i suoi scritti  – Scritti politici– pubblicati su DWF tra il 1986 e il 1998, anni in cui Simonetta ha fatto parte della redazione della rivista. Ciascun testo è stato riletto e introdotto  – spiega la presentazione del numero – da donne “che con lei hanno avuto una relazione significativa”. Mi sono sentita per molti versi un’intrusa in mezzo a questo gruppo di donne, intime compagne di Simonetta, che per lei  hanno certamente significato molto. Posso dire, a mia volta, che l’incontro con i suoi scritti ha significato tanto per me.

Mi è stato chiesto di rileggere un testo del 1993 intitolato Le faccio un esempio, che ripubblico qui sotto (e a seguire la mia rilettura per DWF).

Questo l’indice del numero

MATERIA

Poesia
Edda Billi

Sì, Simonetta è proprio ancora come dicevi tu
RILETTURA DI JE NE REGRETTE RIEN, 1986
Patrizia Cacioli e Paola Masi

Chi ha parlato per noi?
RILETTURA DI IL SILENZIO È PERDITA, 1986
Francesca Manieri

Fantascienza. Nuovi mondi e nuovi corpi
RILETTURA DI DEL SESSO E DI ALTRE ALIENE QUOTIDIANITÀ, 1991
Liana Borghi

Il lesbismo come politica
RILETTURA DI NELL’INSIEME E NEL DETTAGLIO, 1991
Bianca Pomeranzi

Facciamo un esempio
RILETTURA DI LE FACCIO UN ESEMPIO, 1993
Jamila Mascat

Decostruire – Ricostruire l’immaginario
RILETTURA DI HO FATTO A PEZZI LA REGINA CRISTINA, 1998
Monica Pietrangeli

SELECTA

ELENA GENTILI. LA MIA PRESENTAZIONE PER DWF, 1993
Simonetta Spinelli

Recensioni a cura di Simonetta Spinelli, 1994-1998

***

Le faccio un esempio 

di Simonetta Spinelli,  DWF, 1993,1 (17), pp. 18-21

Un corso di aggiornamento – tema: prove oggettive di valutazione – in cui vengo edotta su come misurare i livelli di apprendimento della popolazione studentesca che ho davanti, con la formula matematica x per  fratto c (margine di casualità delle risposte). Una classe – tema: un’insegnante poco seria in azione (si fa per dire) – e Vanessa che suda e cambia colore perché ha deciso (lei, io nemmeno ci provo) di farsi ‘verificare’ (ma lei non lo sa che le interrogazioni nei recenti progetti ministeriali si chiamano verifiche.

Anche Vanessa è una studente poco seria. Mangia a tutte le ore, soprattutto quando è a dieta.

I grafici sono labirinti in cui inciampa, rotola, si perde. I suoi ormoni entrano in agitazione solo quando vede la sua cavalla – e di ciò dà ampia testimonianza scrivendo Prune in ogni spazio libero del banco (nel senso di spazio non precedentemente occupato da disegni di cuori con scritto dentro Prune). Il margine di casualità delle risposte rappresenta la sua metodologia di studio. Se affronta, sudando e soffrendo, l’interrogazione è solo perché non vuole perdere la faccia con me (mi ama, per quanto trovi insensata la mia fissazione per l’economia). Per lei sono un’eccentricità culturale. Conosco un mucchio di parole e di cose. Sono il suo vocabolario e la sua enciclopedia. Le evito di fare le scale per raggiungere la biblioteca. Chiedermi spiegazioni ai più disparati quesiti è meno faticoso. Se non avessi il vizio di ossessionarla con la fatidica frase: “Fammi un esempio”, per lei sarei quasi perfetta. La ricerca degli esempi è il suo prezzo da pagare ad un insegnamento non convenzionale, ma le risolve, in fondo, il problema dei grafici. Per il resto, grazie al cielo, io sono io e il mondo è il mondo. E del mondo conosce le regole, e dove non conosce, e non trova esempi, rintraccia scorciatoie. E utilizza, per ovviare alla mancanza di logica e al disinteresse costante per tutto ciò che non somigli a un cavallo, la sua enorme carica empatica. Fa il cucciolo. Si fa adottare. Le riesce, a volte, anche con me. Comunque tenta. E allora mi guarda con l’aria di una che si vuole far perdonare, perché ha imparato un’altra lezione più antica, che non è la mia ma funziona: se non trovi l’esempio svicola, distrai, aggira, mimetizzati.

Per Vanessa il femminile è questo. Poi esiste l’autorità: un incrocio dove il maschile e il femminile vivono una confusione di generi che – se avesse le parole per dirlo – chiamerebbe neutro, ed esprime una mozione d’ordine. Io non sono un’autorità perché non esplico funzione magistrale. Perché credo che l’unico magistero possibile sia “fare un esempio”. E che l’esempio sia altro dalla mozione d’ordine. Che codifica il linguaggio invece di inventarlo e blocca, così, proprio la sua funzione eccentrica di dire altro, di dire un po’ più in là. Quello che non è stato detto. E che Vanessa rintraccia, a volte, solo nella materialità della sua vita, quando mi sorprende, nel tentativo di spiegarmi l’ultima prodezza della sua passione, e rotola sulle parole note, e si intriga e poi, all’improvviso, le si accende di complicità lo sguardo, e mi racconta – su un patto di ascolto che dà per fondato tra me e lei, e in cui si dimentica che mi vive come un’eccentricità culturale – “Prune, sa… le faccio un esempio”. Ciò che fa ostacolo tra lei e me – e fa sì che Vanessa legga in termini di eccentricità culturale la consapevolezza di essere un soggetto sessuato e la visione del mondo che ne deriva – è la mancanza di un’autorità femminile, nel senso di autorità di un soggetto collettivo che rimanda immagine, tanto da rendere possibile il collegamento tra la sua materialità di vita e la mia in un orizzonte di senso comune. Al di fuori di questa mediazione, il passaggio di consapevolezza è parziale ed episodico, legato ad un ascolto che non si pone come regola di necessità, ma viene utilizzato a senso unico, e ritradotto in termini di attitudine caratteriale, disponibilità da dama di S. Vincenzo o altro (che nessuna, per favore, mi venga a spiegare che anche le dame di S. Vincenzo nel loro piccolo ecc., perché non è qui il punto).

La teorizzazione è fondata, ma mi sembra che grande sia la confusione sotto il cielo stellato. Vanessa, se non fosse Vanessa, mi chiederebbe: “Mi faccia un esempio”.

Questo mi sembra faccia ostacolo: abbiamo perso la capacità di esemplificare. Il che non è senza conseguenze. La forza del movimento è stata costruire pensiero e dimensione culturale aperte, in espansione, in cui ognuna poteva rintracciare il senso che partiva dalla sua vita e alla sua vita restituiva rimandi. L’autorevolezza collettiva era costituita da un costante lavoro di svelamento da cui, chi da quell’appassionamento si lasciava prendere, come da un’irrimandabile necessità, era partecipe e beneficiaria. La costruzione di linguaggio si articolava su una miriade di esperienze singole e collettive, di interpretazioni che sedimentavano una cultura altra: ogni esperienza esemplificativa di un punto che rafforzava trama di rapporti e colore. Costruire somiglianze e appartenenze era costruire parallelamente la reciproca necessità di ascolto. Segnale in un rumore di fondo continuo, la voce dell’altra/delle altre era la banda sonora verso la quale indirizzare la propria voce, evitando dispersioni nel vuoto. Abbiamo insieme assunto lo spazio come spazio nostro. Spazio di un corpo, di luoghi, di discorso. Del farsi corpo, luogo, discorso verificavamo – per esempi – gli esiti.

Proprio sugli esiti c’è stato un arroccamento. Ognuna ha scelto il suo esito. E questo ha spostato l’attenzione dal collettivo al singolare, dalle pratiche alla pratica, dall’autorevolezza all’autorità.

Se individuo un esito come l’unico possibile, non ho bisogno, né desiderio, di ascolto. L’ascolto mi fa perdere energia, mi distrae dal mio esito. Il percorso che ignoro, all’ascolto del quale mi chiudo, è come se non esistesse e, quindi, non crea dissonanze con il mio. Né mette in discussione l’equilibrio che quell’esito e quel percorso stabilizzano. Ma un percorso che ho, scientemente, deciso di non conoscere, mi evita la fatica di esemplificare. Perché l’esempio serve a chi considera necessità politica l’ascolto. Funziona a doppio senso. O non funziona. Se non episodicamente per la solita banale casualità. Se l’ascolto non è una necessità, e può essere interdetto, fondare autorevolezza collettiva è fatto di scarso rilievo. Prioritario è il rafforzamento di un’autorità, che è tale perché capace di trasmettere quell’esito, indiscusso perché dato come indiscutibile. In quest’ottica, autorevole non è ciò che svela senso, ma ciò che – collegato all’autorità – svela e ripete quel senso. E ripropone negli stessi termini – perché deve riprodurre quell’esito – la medesima forma di autorità: genealogicamente definita da tratti somatici simili a quelli trasmessi da madre in figlia (anzi più somiglianti, visto che i padri nel DNA delle figlie riescono sempre ad infilarsi).

Correlata a questa iperfetazione dell’autorità è la proliferazione massiccia non di figure femminili (che era quanto qualcuna di noi si augurava) ma di ‘eccentricità culturali’. Cioè di individualità femminili scollegate le une dalle altre, definibili attraverso caratterizzazioni più macchiettistiche che politiche. Semplificazioni per stereotipi: la lesbica, la filosofa, la stravagante. Ordini di scuderia al posto di donne concrete che costruiscono spazio di libertà: sei “della differenza sessuale” o “del pluralismo democratico”. Il Palio di Siena – direbbe Vanessa – si corre per contrade. La banalizzazione è oppositiva: o/o. Non ammette sfumature né passaggi. Fissa un codice di stretta osservanza, traducibile solo attraverso parametri dati. Prevede una regola rigida e un meccanismo sociale di controllo. Al contrario dell’esemplificazione, che tende a riassumere la singolarità dell’esperienza ma, nello stesso tempo ne evidenzia percorso ed esiti, e ne restituisce un senso passibile di essere applicato a situazioni altre. Non fonda categorie ma metodologia di indagine. E proprio per questo è trasmissibile, in quanto allarga la dimensione del possibile senza immediatamente costruire una gabbia.

Se non esiste questo rimando dall’esperienza singola a quella collettiva e viceversa, se non assumo la stravaganza, rispetto a me e rispetto ad un’altra donna, come categoria conoscitiva, e non rintraccio nel mio e nel suo essere eccentrica ad un codice, e negli esiti di svelamento che tale eccentricità produce, il punto di incontro e di comunicazione che costruisce tra noi discorso, probabilmente avrò fondato un equilibrio, ma non libertà, né autorità femminile. Sarò al più quella dispensatrice di mozioni d’ordine, che Vanessa a volte teme e a cui a volte aspira, perché – come dice lei – “Quel povero cavallo mio non ne può più dell’economia”.

 

*** 

Facciamo un esempio

di Jamila Mascat, DWF,2017, 1 (113)

Comincio facendo un paragone, non un esempio, che forse a Simonetta non sarebbe stato gradito. Lo faccio per deformazione professionale (il mestiere è affibbiare concetti a fenomeni, e viceversa), ma anche per distinguere meglio, non per assimilare. In un saggio sul metodo, intitolato “Che cos’è un paradigma?”, G. Agamben illustra le virtù di questa forma esemplare per la ricerca in filosofia, da Kant a Kuhn passando per Foucault. Per Agamben, il paradigma, che in greco è “esempio”, permette a chi conduce l’indagine filosofica di  isolare e comprendere figure, connettere eventi ed espedienti, produrre scomposizioni e ricomposizioni, espandere e inventare.  L’intento che anima il discorso di Agamben  non è pedagogico né politico, ma metodologico, sebbene  l’autore, citando Heidegger, esprima un certo disagio nei confronti della speculazione su questioni di metodo: quasi si trattasse di affannarsi ad affilare coltelli quando in realtà  non c’è nulla da tagliare.

Simonetta sceglie l’esempio per “la sua funzione eccentrica di dire altro, di dire un po’ più in là”. A voler fare etimologia da bar, si direbbe che mentre il paradigma indica, mostra e dimostra (παραδείκνυμι), l’esempio opera una trazione, un’estrazione, un movimento centrifugo, qualcosa che somiglia più a una scoperta che a una prova (eximere).

L’esempio è eminentemente politico e pedagogico perché è il primum dell’impegno, perché nuoce gravemente al solipsismo, perché consente l’esercizio di un’euristica dal basso. Nulla a che vedere con gli exempla medievali, nessuna esemplarità da erigere sul piedistallo per combattere le forze del male e le tentazioni eretiche; nulla a che vedere con le mozioni d’ordine, come dice Simonetta.

Piuttosto nell’esempio si condensa la fatica genuina di scoprire e condividere quel che è proprio, e che non merita di rimanere relegato nei confini angusti delle singolarità-a-tutti-i-costi o nella gabbia delle “eccentricità culturali”.

“Abbiamo perso la capacità di esemplificare”, scrive. Abbiamo smesso di considerare fondamentale e doveroso il compito di parlare per essere comprese? Abbiamo  dimenticato che partire da sé non significava rimanere al punto di partenza? Abbiamo frainteso?

Le mie studentesse di Gender Studies, studente direbbe Simonetta, student* direbbero loro, hanno un’idea troppo pudica, o semplicemente distorta, della parola femminista. Ne fanno una parola timida e modesta che può pronunciarsi solo alla prima persona singolare, che può parlare per sé e di sé, ma difficilmente può parlare d’altro (di ciò che non ha sperimentato, vissuto, toccato con mano) e ancor meno può parlar d’altre. Tutto quel che trascende la membrana del sé finisce male e rischia d’imbattersi in due peccati capitali : l’impostura o l’astrazione. Le invito a peccare in continuazione, ma con scarso esito e con un certo rammarico.

Giovedì, di nuovo, si parlava in classe di astrazioni. “Donne” sarebbe una di quelle glaciali astrazioni, fuori moda e impronunciabile. E se dicessimo “patriarcato”, “sfruttamento”, “libertà”, “imperialismo”? Ancora astrazioni impietose, colpevoli di radere al suolo la miriade di cose, modi e maniere plurali che fioriscono su questa terra, con il solo scopo di renderle nominabili e, per approssimazione, in un certo senso, comuni. Possiamo davvero farne a meno?

Ho suggerito che possiamo, e che anzi dobbiamo, permetterci di astrarre quanto basta per salvaguardare un mondo condiviso dalla minaccia dei linguaggi privati e dei private jokes che non divertono nessuno.

Poi ho tirato in ballo Simonetta, ho scritto il suo nome alla lavagna con un pennarello verde scuro, e ho usato il suo esempio degli esempi. Che non fa appello all’astrazione, ma è servito a perorare la causa dei rimandi ad altro contro quella dei vissuti a circuito chiuso. L’esempio è un fenomeno singolare, concreto e ben radicato da qualche parte, che si lascia volentieri trasportare altrove. Dovremmo prendere esempio dagli esempi, esigere di essere trasportabili, forse non ovunque, ma da qualche parte.

Alla fine ho fatto un esempio, distopico: come sarebbe un mondo in cui nessuna è più capace di esemplificare? Rinunceremmo a conoscerci. Non avremmo più nulla in comune. Perderemmo comunanza, ridotte a fare comunella. Smetteremo di tradurci l’una per l’altra. Non avremmo niente da imparare. Ci resterebbe poco da fare, in effetti. Forse solo chiamarci per nome, e poi retrocedere in silenzio, a riposo.

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