I poeti appartati: Alberto Casadei

Nota
di
Alida Airaghi
Alberto Casadei, professore ordinario di letteratura italiana all’Università di Pisa, è autore di numerosi volumi di critica e, più recentemente, di prove poetiche e narrative audacemente supportate con contributi desunti dalle scienze cognitive. La macchina infinita è la sua prima pubblicazione a definirsi come opera totalmente in versi, priva di inserti in prosa, che tuttavia per il suo carattere di meditazione filosofica e scientifica sulla realtà transeunte dell’esistenza (non solo umana, ma addirittura cosmica) si allontana dalle modalità della lirica tradizionale, avvicinandosi piuttosto alla dissertazione speculativa.
Indifferente ai classici stilemi retorici, Casadei accentua l’originalità dei temi trattati basandosi dinamicamente su connessioni imprevedibili, intuizioni disorientanti e sperimentalismi linguistici dal sapore del divertissement più che della destrutturazione testuale, con il fine di assecondare un flusso ininterrotto di domande sull’origine e lo scopo del vivere, rivelanti una dolorosa inquietudine intellettuale ed etica, arginata comunque da un severo razionalismo.
I quattro capitoli in cui si suddivide la raccolta (Incipit vita, Genetica, Epigenetica, Ripercorrere il mondo), nella loro varietà di argomenti manifestano una singolare rappresentazione del connubio tra apporti culturali di diverso genere: astronomia, genetica, storia, geografia, informatica, estetica sono le materie che formano il substrato della riflessione sottesa ai testi, a svelare la sostanza della “macchina infinita” che ingloba e governa il tutto.
Già dalla prima sezione, dedicata alla nascita di una nuova vita – in fattispecie della sua bambina –, Casadei si barrica in un’esplorazione della genetica come scienza che stabilisce le regole di riproduzione, rifiutando ogni retorica sentimentale sul tema della paternità/filialità, ridotto a sperimentazione organica. Nella poesia dal titolo esplicativo Non sono rinato, l’emozione lascia spazio a distaccate considerazioni scientifiche: “E dunque sperare soprattutto / nella prosecuzione dei geni / che diventa la certezza di / un altro sembiante, / e un grumo di cellule / e fuoriesce alla luce / guardando estranea- / mente, intensa / ma estranea”, ribadite dai versi successivi: “come tu quiora / fuoriesci, sorgi, / sei non più nascosta, / data, / nata”. Successivamente il rapporto con la figlia bambina si intenerisce nella descrizione de La stanza dei giochi, perché “il mondo del gioco basta a giustificarsi”, e lo sguardo rivolto alla piccola Matilde circondata da bambole e peluche gliela rende innocentemente sua: “bimba, facile e dolce, / regolata dai colori dei sogni / cartonati, dei pupazzi amici feticci / testimoni della bontà del mondo”.
L’assillo rimane però quello dell’individuazione dell’io, dell’inclusione della propria soggettività all’interno della perenne catena di cause ed effetti che governa la vita degli esseri umani e non-umani, inclusi in una stessa corrente riproduttiva di nascita e morte, comune a tutti eppure incredibilmente unica nello scarto peculiare di novità esclusiva. Chi sono io? Cosa sono? Perché vivo e perché morirò? Sono le domande che si pone il poeta chiedendosi se valga “Pensare come infinito / l’illogico prodursi / di miei nuclei, epiteli e atti”.
Forse solamente la storia riesce a ricomporre un quadro in cui il singolo possa cercare uno spazio, dimostrazione e ragione del suo esserci. Quindi va ripercorsa per intero la vicenda umana nell’ esplorazione turistica delle grotte di Lascaux o delle statue dell’isola di Pasqua (“io è lì, mi muovo vicino, in un tempo / indifferente, uniti io lo scultore, io ho scolpito”), della città di Ur fino alla vicina Nassiriya. Artefice e spettatore, idea e materia, vincitori e vinti si sovrappongono, indivisi nonostante le migliaia di anni di separazione. Il soggetto diventa oggetto, il sé si frantuma, si sdoppia e triplica, perde sostanza e memoria, muore e si reincarna: “Noi possediamo nei nostri geni, / nelle nostre cellule, un’eredità che risale / alle origini della vita”. Per questo ogni vicenda personale perde importanza, lasciando aperta la possibilità di aver già vissuto in altre epoche, con altre sembianze, in regni di cui si sono perse le tracce e il ricordo. “Io ci sono ma / io è qualcos’altro”.
Rimane comunque indubitabile la realtà del proprio corpo che ama, si accoppia, si riproduce “per il bisogno / di godimento …. // i doveri del pro- /creare, unghie morsicate, deboli scosse / dal vacuo intimo agglomerato di / nervi, e questo è stato amore”. Corpo che soffre e si ammala (“adesso mero cascame, macchie / cheratinose, pezzi di gengive vuote”) e va sottoposto ad analisi, operazioni, tac cerebrali, pacemaker, cicatrici deturpanti.
L’inevitabile disfacimento fisico rispecchia quello delle civiltà: “A quanto si può ridurre l’agglomerato / di DNA e zuccheri e acqua e parti / ignote che ha costruito città e stati, / sintomi e dèi, potenze in atto e / decadimenti, in analogia col muoversi / globale, unico effetto certo / dell’infinito”. Un infinito che a partire “da prima del big bang” ha portato alla formazione di atomi e materia cosmica, acqua terra ferro oro, del tutto indifferente alla “piccola finità” del poeta, ai suoi ricordi infantili, agli studi e alle ricerche accademiche, (“il tuo lavoretto, l’elaborato appena sufficiente che hai messo / in fila, nei tuoi giorni”), alla scrittura poetica. Nemmeno la poesia, infatti, garantisce qualche validazione culturale, riscatto etico o sopravvivenza futura (“Nell’adesso, / nei vacui spazi lasciati / all’io che continua / a esistere scrivendo”), anzi acuisce i sensi di colpa rispetto alle ingiustizie sociali: “Ma davvero pensi ai massimi sistemi e non invece / alle risorse che finiscono per tutti, alle guerre che s’innescano / e sono gli straccioni del mondo a pagare, / come fai a muoverti senza chiedere scusa / a ogni passo, a ogni parola, /entrando e uscendo dalla tua poesia-tana-tagliola?”
Non esiste consolazione fideistica che possa contrastare la consapevolezza dei propri limiti, e allora ci si deve accontentare di essere poco, e per poco: “Sai che finirai come un’ondina azzurra, forse lei trasmetterà / l’informazione che hai raccolto, le probabilità che hai incarnato, / non si disperdono i momenti che ti costituiscono”.
Il tono assunto dai versi si muove da un’ironia corrosiva a una rassegnata malinconia, utilizzando una versificazione lunga, complessa e in parte consapevolmente provocatoria.
Una più clemente considerazione della propria storia e di quella collettiva viene attuata nell’ultima sezione del volume, Ripercorrere il mondo, in cui Alberto Casadei si concede affettuosi recuperi di memorie giovanili, di felici eventi sportivi condivisi con altri, riscoprendo la bellezza nell’arte, nella letteratura, nella musica e nelle città di tutto il mondo, nonostante l’implacabile distruzione pianificata dai vari poteri politici ed economici e l’espropriazione della creatività umana da parte dell’intelligenza artificiale. Ritrova così un significato nel “creato / creato dagli uomini, il segno del loro / transitare e concretarsi nelle cose”, e nello scoprirsi “un segnetto nella nostra mundi machina / che si genera, si evolve, si espande, // decade, // si fa storia, si azzera, si approssima / infinita alla nostra necessaria e storta e ibrida / singolarità”.
