Un bagno idrocarburico pasoliniano

di Gianluca Veltri

Cos’è l’ultimo libro di Emanuele Trevi? Un romanzo, un anti-romanzo, forse un memoir, o magari un reportage? È critica letteraria, racconto d’iniziazione, diario? Per quanto banale, “Qualcosa di scritto” (Ponte alle grazie, pp. 247) somma tutte queste forme, senza peraltro porsi il problema. E già questo potrebbe essere un buon inizio.
Lo scrittore romano torna indietro a una ventina di anni fa, all’inizio dei ’90, sull’esperienza a dir poco istruttiva maturata al Fondo Pasolini (a cui lavorarono tra gli altri Walter Siti e Massimo Fusillo), per calarsi totalmente dentro un bagno idrocarburico pasoliniano. Alle dipendenze di Laura Betti, Trevi si occupa di mettere da parte interviste, raccogliere rassegne, ecc., mentre «la Pazza», così lui definisce la Betti, s’ingegna come una Erinni a reperire nuovi insulti per il giovane collaboratore. L’epiteto preferito che l’attrice dedica a Trevi è zoccoletta, variamente aggettivato (bugiarda, gesuita, melliflua, e via dicendo). Lo scrittore in erba non ha ancora pubblicato il suo primo libro − lo farà nel mentre − e in una scena esilarante di “Qualcosa di scritto” Laura Betti farà a pezzi e calpesterà sotto i piedi come una cicca la copia omaggio che Trevi le aveva donato «con una dedica affettuosa». Sotto il giogo di questo apprendistato o «scuola di vita» quanto mai urticante, l’autore annota, osserva, legge, decifra. Compie il suo incontro mediato e impossibile con Pasolini. E rievoca. Rivede l’invasamento da sacerdotessa dell’attrice e cantante bolognese (che morirà nel 2004) segnata a vita dall’autore degli “Scritti corsari”. Riflette su quell’inesausta esigenza di verità lasciata da Pasolini come un vuoto che non smette di urlare. Indaga sui misteri legati al film finale e al libro postumo, “Salò” e “Petrolio”. Due escrescenze nere e infernali. «Che non potevano essere considerati semplicemente come le sue ultime opere. Più che opere, erano stati organi», quasi fossero spuntati addosso all’autore. «P.P.P. è un uomo che sta esplorando nel buio, che ha perduto la sua fonte di piacere e di energia vitale e cerca allora disperatamente di alzare la posta».
La circolarità a spirale di gorgo è la figura di “Qualcosa di scritto”, ch’è la cronaca di un’immersione, malmostosa e problematica, largamente incentrata sull’opera di Pasolini che vedeva la luce negli anni del Fondo, “Petrolio”. Quel dattiloscritto crivellato di correzioni e ripensamenti, apparso 17 anni dopo la morte del suo autore, basato sull’idea dello sdoppiamento, della duplicità. Non solo un’opera postuma, ma in tutti i sensi un testamento, che va letto «come un rito anziché come un romanzo». Disseminato di allusioni a un antichissimo rituale greco celebrato a Eleusi, il più segreto, fondato sull’iniziazione, sulla metamorfosi dell’individuo che è in grado di procurare la suprema conoscenza. Trevi tornerà in Grecia appositamente, a Eleusi e altrove, a rinvenire tracce di quei rituali, dopo esservi stato al seguito di Laura Betti, che portava in scena con sorprendente e persuasiva aderenza i versi del suo vate nello spettacolo “Una disperata vitalità”. Anche il protagonista di “Petrolio” − l’ingegnere della ENI Carlo Valletti − subisce una metamorfosi, perché a un certo punto della storia, o del poema, come lo chiama il suo autore, diventa una donna. Come l’ultimo degli antichi, Pasolini, sporto sull’abisso dei tempi, almanacca riti misterici e li trasfonde nel genocidio antropologico cui il consumismo ha sottoposto la società.
Petrolio non è un ennesimo libro sulla morte, scrive Trevi (che propone come spunto futuro un parallelo tra Pasolini e Philip Dick), ma «una morte in atto». PPP, gettando nella mischia della propria scrittura ogni grammo della sua carne, è andato oltre, alla maniera di chi non potrà mai più tornare a casa. Anche per questo senso di ineluttabilità disvelata, in nuce nell’opera del poeta friulano e raccontata con acume da Trevi, questa discesa negli inferi delle più sulfuree ossessioni pasoliniane sa risultare oltremodo affascinante.

[pubblicato su Mucchio Selvaggio n. 693, aprile 2012]

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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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