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Paolo Di Paolo, «Una storia quasi solo d’amore»

di Giovanni Dozzini

dipaolo

Eravamo a Torino, e Paolo Di Paolo parlava di Tabucchi. Gli è capitato spesso, e spesso continuerà a capitargli, perché a Tabucchi lui è stato molto legato, e quel giorno, al Salone del Libro, leggeva dei suoi vecchi testi, e a un tratto quei testi di Tabucchi dicevano, parola per parola, “giallo come una malattia”. Allora Paolo Di Paolo si era fermato, con fare teatrale aveva alzato gli occhi dalla pagina e aveva guardato noi, aveva guardato il pubblico: “Signori, questo è uno scrittore”. Quell’episodio mi è rimasto ben impresso nella memoria e anche da qualche altra parte del sentire, una sorta di mantra. “Giallo come una malattia”. “Questo è uno scrittore”. Questi, mi dico io da allora molto frequentemente, recitando a voce bassa quel ricordo, sono scrittori.

E adesso ho letto il nuovo romanzo di Paolo Di Paolo, che si intitola Una storia quasi d’amore (Feltrinelli), e, mi pare, con quel mio ricordo ricorrente ha molto a che fare. Perché nel romanzo Di Paolo racconta una malattia, vera, ma solo un po’, dedicandole in fondo poco tempo e poche parole, e soprattutto racconta una storia d’amore come fosse, pure lei, una malattia, un ammalarsi lento, graduale ma inarrestabile. Quest’amore che prende forma è inatteso, improprio, quasi ingiusto, per molti motivi, come sono le malattie: per le età e per la geografia, per le idee e per le attitudini, per un Dio ingombrante anche nell’assenza. A un tratto, poi, sul finire del libro, Di Paolo mette insieme una frase così: “I pensieri cattivi lavoravano nella mente, tirannici come la malattia”. Tirannici come la malattia. Non gialli, tirannici. Questo, ho pensato io, ora e qui, è prima di tutto un uomo. Un uomo e uno scrittore, ma prima di tutto un uomo.

Le tre pagine che seguono, peraltro, sono probabilmente le più belle e le più letterarie dell’intero romanzo. È qui che la donna malata che osserva e immagina il dipanarsi della storia d’amore tra i due ragazzi si abbandona alla dichiarazione del proprio rabbioso amore, quello per la vita che scivola via. Un pezzo di bravura, che porta la vicenda lontano dal passato prossimo in cui è ambientata, tre anni fa che significa ieri, terreno molto complicato per un narratore, con la velocità pazza che ha ormai preso il mondo, innervato di tecnologia, impossibile da mettere a fuoco anche solo per un secondo. Con Mandami tanta vita, il suo, notevole, romanzo precedente, Paolo Di Paolo aveva per certi versi avuto gioco facile: cosa c’è di più romantico e drammatico e disperato di una vita come quella di Piero Gobetti, dei suoi ultimi giorni a Parigi, di quel pezzo di storia d’Italia, in fondo? Quello era stato un romanzo fatto di studio e passione, un romanzo di penna sciolta, lirica, di ricami, così come questo, al netto del talento che rimane lo stesso, sembra invece più un romanzo di esperienza, non di autobiografia – attenzione! – ma di esperienza. Con Una storia quasi solo d’amore Di Paolo s’azzarda, come già in passato, a calarsi nei giorni nostri, scegliendo di intrecciare una trama semplice, affrontando i temi principali del pensiero umano – l’amore, la malattia, la morte, la religione, la politica, l’arte – e mettendo a punto un congegno narrativo preciso ed efficace.

Nino, il giovane protagonista, è un attore poco più che ventenne perfettamente figlio del proprio tempo, post-ideologico, individualista e razionalista, poco incline a considerare valori e dignità altrui – che si tratti di idee religiose o trite tradizioni di provincia. Teresa, la ragazza di cui si innamora, è ancora giovane, ma ha comunque quasi dieci anni più di lui, e infatti è allo stesso tempo adulta, perché in qualche modo si è agganciata all’ultima generazione che, in Italia, è cresciuta senza la liquidità estrema della Rete e del pensiero in cui oramai è così difficile, basta guardarsi intorno, restare a galla. Sono due mondi apparentemente incompatibili, eppure, ci spiega Di Paolo, di fronte a certe malattie, come l’amore, non è dato porre argini. Perciò Nino e Teresa si prendono per mano, e cominciano a camminare, anche se è impossibile sapere dove finiranno per arrivare e come ci saranno arrivati. Non lo sa chi dopo tanto osservare e raccontare è costretto a smettere, non lo sa chi dopo tanto leggere, come noi, non può far altro che chiudere il libro e rinchiudere questa storia nel grande forziere delle storie sospese che è la letteratura.

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davide orecchio
davide orecchio
Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Libri: Lettere a una fanciulla che non risponde (romanzo, Bompiani, 2024), Qualcosa sulla terra (racconto, Industria&Letteratura, 2022), Storia aperta (romanzo, Bompiani, 2021), L'isola di Kalief (con Mara Cerri, Orecchio Acerbo 2021), Il regno dei fossili (romanzo, il Saggiatore 2019), Mio padre la rivoluzione (racconti, minimum fax 2017. Premio Campiello-Selezione giuria dei Letterati 2018), Stati di grazia (romanzo, il Saggiatore 2014), Città distrutte. Sei biografie infedeli (racconti, Gaffi 2012. Nuova edizione: il Saggiatore 2018. Premio SuperMondello e Mondello Opera Italiana 2012).   Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace. Mi raccomando, non offendetevi. Il mio giudizio, positivo o negativo che sia, è strettamente personale e non professionale.
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