Da domenica 28 giugno in Honduras è in corso un colpo di stato nella sua forma classica, che sembra tratta pari pari da un manuale della CIA degli anni Sessanta, con tanto di gorilla dell’esercito, stato d’assedio, sospensione delle garanzie costituzionali, dura repressione delle manifestazioni di protesta, arresto dei dirigenti sindacali e dei movimenti indigeni, sociali e popolari del paese, e che ha destituito il legittimo presidente Manuel Zelaya, un impresario cinquantaseienne del Partito Liberale eletto nel 2006, il cui mandato avrebbe dovuto scadere nel gennaio 2010. Zelaya aveva iniziato a governare il paese attuando una politica di centro-destra, ma negli ultimi anni aveva virato verso posizioni di centro-sinistra mal tollerate dall’élite oligarchica honduregna oltreché dagli ultimi governi zelantemente neoliberisti del subcontinente.
Vale la pena ricordare che Mel, come lo chiamano i suoi sostenitori, è stato uno dei promotori più attivi per la riammissione, avvenuta all’inizio di giugno, di Cuba nella OSA (Organizzazione degli stati americani, o OEA in spagnolo), da cui era stata esclusa nel 1962 per una risoluzione imposta degli Stati Uniti, e che, alla presenza della silenziosa Hillary Clinton durante il vertice tenuto nella città honduregna di San Pedro Sula, aveva concluso il suo discorso con le seguenti parole: “io dico al comandante Fidel Castro: oggi lei è stato assolto dalla storia”.












