di Carmen Pellegrino
Come si racconta una morte? E una morte tragica? E una morte “per sbaglio”? Come si portano in superficie trafitture, lacerazioni, smottamenti di coscienza che lasciano un irrimediabile senso di umiliazione e vergogna? C’è come un senso di straniamento sottile nel descrivere una morte, c’è come una resistenza emotiva da vincere, cercando segmenti narrativi che riducano lo iato profondissimo tra reticenza e condivisione. C’è questo nella breve storia della morte di Petru Birladeanu, un ragazzo di nazionalità romena che suonava l’organetto nella stazione Cumana di Napoli, quartiere Montesanto, una morte avvenuta “per sbaglio” e poi confinata nel campo della marginalità, della irrilevanza più ostinata.
Siamo a Napoli, il 26 maggio 2009, è un martedì, quasi verso sera, e fa già caldo. L’ultimo taglio di luce rimbalza sulle strade, attraversa il tufo dei vicoli porosi, immobili in un perpetuo andirivieni. Nei pressi della stazione cumana c’è sempre gente di passaggio, Montesanto è nel cuore antico della città, salgono lungo i muri, sulle facce le ombre della sera che viene.











di