
di Marco Rovelli
Dalle mie parti le morti sono davvero bianche: sono le morti in cava (canta il mio amico Davide Giromini: “Urla la morte bianca che quattro soldi vale. Mastica il paradiso, in miniera si scende, in cava si sale”). Di tanto in tanto, periodicamente – quasi che il tempo fosse scandito, e ineluttabilmente – ne sentivo parlare, ne leggevo sui giornali. Ma distrattamente. Sempre distrattamente. Come si fa per una cosa naturale, a cui non c’è modo di opporsi. La morte accade, e fa delle resistenze un grottesco capriccio. Si muore, morire è naturale, ed è naturale dunque pure morire lavorando. Morire nell’adempimento del proprio compito, una scivolata da mettere in conto, una cancellazione sempre possibile, uno sprofondo sempre incombente. La morte per lavoro è un lapsus, una dimenticanza che torna a galla, un’evenienza indesiderata e rimossa che mostra d’un tratto, all’improvviso, la sua prossimità.






di Davide Vargas





di Gianni Biondillo