
Un incontro fotografico di Eduardo Castaldo con il racconto Super santos, pali e capistazione.

Un incontro fotografico di Eduardo Castaldo con il racconto Super santos, pali e capistazione.
di Mario Pandiani
Parto alle sei e un quarto, affrontare quell’autostrada lastricata di tangenti, neanche per una velina su un piatto di seta, fossi un calciatore. Ma per Madeleine Peyroux sì? E chi cazzo è? Mio fratello mi dice, “Non vieni per McCoy Tyner e vieni per una sciacquetta qualsiasi?”. Ho ascoltato le sue canzoni, alcune in loop per ore, è un sistema sanguinoso ma infallibile per sterminare i parassiti; le piattole dello show biz cadono inesorabilmente dopo una ventina di minuti, lei no. Devo sapere, devo capire se quella voce in cui vivono alcune imperatrici è costruita alla Berkeley school of music oppure se è sua.
di Franz Krauspenhaar
pensieri notturni di marlene, ormai ritirata a parigi
isolamento per quella stanchezza
da luci della ribalta
annotando, negli anni del ritiro, nelle lunghe notti
quando la vita appare – più netta e formata
proprio da quelle ombre che disegnano
quella chiarezza in paradosso che
il prosaico giorno no, non riesce a dare.
di Paolo Spaziani
Mercoledì 4 maggio 1947 è evidententemente uno degli esiti più violenti della cosiddetta fase ‘materialistica’ di Artaud, strenuo ed estremo regolamento dei conti con la metafisica occidentale, con ogni forma di concettualizzazione-Spaltung, contro forze fantasmatiche sovra-determinanti che minacciano ad ogni istante di interrompere il grande flusso, il piano d’immanenza che la sua scrittura, la sua vita non cessano di tracciare, fuoriuscendo da ogni margine.
di Alessandra Galetta
Poi mi chiudo in macchina e ammazzo la mia ex moglie, sempre con una tecnica diversa of course.
Of course è la parola che lessi sul primo manifesto con cui oscurai il parabrezza. Ed è la parola che fisso ogni sera quando uccido la mia ex.
La uso anche per darmi un tono, quando giro per le case a riparare le linee adsl e mi chiedono: hai individuato il problema? E io rispondo: of course anche se non ho capito un accidente e loro scappano a preparare il caffè.
Poi m’è capitato un cliente che dalla faccia avevo incasellato come un potenziale piantagrane, uno che ci lavorava con il computer aveva sottolineato con una vocetta acuta quando ancora non m’ero tolto il giubbotto.
Mi disse che era uno scrittore.
di Sergio Garufi
Stasera al Blue Note di Milano in via Pietro Borsieri 37 (zona Isola, tel.02-69816888) concerto della cantante jazz americana Madeleine Peyroux, che presenta il suo ultimo album Half the perfect world. Primo spettacolo ore 21, secondo spettacolo ore 23.30. Ingresso 45 euro.
di Vincenzo Della Mea
I
Sapevamo che stavano arrivando
ma non il come:
solo riassunti di puntate precedenti.
La paura era di sabbia
di vischio nel letto, la notte
attendendo il segnale dell’uomo di guardia.
E l’inaspettato sono stati i missili
da guerra chirurgica, i fischi
i traccianti lisergici per la ricerca;
la fuga in piazza sdraiati per terra
ridotta l’altezza alla dimensione
che l’ordigno intelligente disdegna.
Solo che uno è in piedi
e il radar lo vede e a nulla vale l’avviso e

Foto:Luigi Bertazzini, Valentino Mazzola con il figlio Sandro poco prima dell’incidente avvenuto il 4 maggio 1949
(Gazzetta del Popolo – archivio fotografico, cart. 254, busta 17925).
Mé Grand Turin…
di
Giovanni Arpino
Ross come ‘l sangh, fòrt come ‘l barbera
veuj ricordete adess, mè grand Turin.
An coj ani ‘d sagrin
unica e sola, la Toa blëssa a j’era
I vnisìo dal gnente, da guèra e fam
– carri bestiame, tessere, galera –
fratej mòrt an Russia e Partigian
famije spantià, spërduva ògni bandiera.
di Paolo Pecere
La “consulenza filosofica”, piuttosto che come una teoria, si presenta come una prestazione: un consultante si recherebbe da un filosofo, per ottenere una chiarificazione e uno svolgimento dei propri più diversi nodi esistenziali, mediante un dialogo e anche (ma non primariamente) con l’ausilio di riferimenti a testi filosofici. Questa «pratica filosofica» (con questo titolo essa nasce in Germania negli anni ’80), è oggi ben poco praticata in Italia, ma esistono diversi istituti di formazione (il maggiore è la società Phronesis, presente a livello nazionale) e master che rilasciano il titolo di consulente filosofico. Per ora, dunque, si tratta soprattutto di una disciplina impegnata in una riflessione sul proprio statuto metodologico e addirittura sulle proprie finalità, mentre formatori e consulenti provano a innestarla nell’intervallo che separa le tante terapie più o meno psicologiche e la variopinta offerta di saggezza spirituale.
di Barbara Meazzi
[Barbara Meazzi, italianista, è maître de conférences all’Université de Savoie, Chambéry. Con lei ho da tempo un bello scambio epistolare. Ho chiesto ed ottenuto da Barbara di rendere pubblica una sua lunga considerazione giuntami in email. Eccola. G.B.]
Sono andata a rileggermi un po’ di interventi di Pasolini, a partire appunto dall’articolo del Corriere della Sera di quel lontano 14 novembre 1974; saltando di palo in frasca, sono capitata volontariamente su due articoli, uno intitolato “Dove va la poesia?”, del 1959 e uno coevo intitolato “9 domande sul romanzo”. L’unica domanda a cui Pasolini non risponde è l’ultima, quella sugli scrittori preferiti; alle altre, Pasolini reagisce nei confronti della contemporaneità con il solito acume. Cercando di raccapezzarmi nell’universo della letteratura italiana contemporanea – ovvio, non sto cercando di mettermi sullo stesso piano di Pasolini -, osservo invece con sconcerto l’inadeguatezza dei mezzi a mia disposizione, intellettuali – ecco, appunto – e critici.
Paul Vangelisti
Traduzione di Gianluca Rizzo
Anche tenendo conto dell’impulso
al naufragio per definizione
un miglio resta un miglio, un pesce un pesce.
Ad eccezione di quei pomeriggi in cui la luce
del canyon si riflette nell’occhio della trota.
Occhi. Il vento brilla durante i colpi di sonno
l’oceano batte più nero vicino alla foce del fiume
e ai sospiri dei bambini che non vanno mai a dormire
senza una storia di cappa e spada o a quelle bambine
e bambini che ci hanno rinunciato per sempre.
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di Stefania Bufano
– Stanca? – chiese un uomo d’aspetto nordico con i capelli bianchi, avvicinandosi alla giovane ferma davanti al muricciolo del ponte che guardava in basso, verso l’acqua. Lei si voltò a guardare chi fosse, tirò una boccata alla sigaretta e quando buttò fuori il fumo stava già riguardando l’acqua.
di Piero Sorrentino
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C’è come una resistenza all’ingresso che Claudio Piersanti oppone al lettore del suo ultimo romanzo. Per raggiungere la realtà di un’opera come Il ritorno a casa di Enrico Metz (Feltrinelli), per penetrarne le sottili fibre costitutive della scrittura, bisogna infatti attrezzarsi preliminarmente aggrappandosi a un pensiero di Proust, quando sosteneva che la lettura è un paradossale esercizio di “comunicazione in seno alla solitudine: quando si legge, siamo in presenza del pensiero di un altro, e tuttavia siamo soli”. Enrico Metz – che per quasi tutto il corso della narrazione viene chiamato semplicemente Metz, quasi come un vecchio amico della scuola media di cui si chiedono notizie ai conoscenti comuni – fa esattamente questo: comunica, ma immerso in una immedicabile solitudine, apre lo spazio del pensiero a un uditorio che si rivela sordo e cieco, traduce incubi, presentimenti, turbamenti lasciando affiorare una coscienza atterrita di sé e del mondo senza che nessuno possa, e soprattutto voglia, ascoltarlo.
Pasolini e il Mostro
di
Francesco Forlani

opera di Piero Manzoni
La prima volta che ho visto Salò è stato a Parigi. Una sala di cinema d’essai in via Dante, se mi ricordo bene, e mi sarebbe bastato quest’indizio – ma allora ero troppo distrattamente giovane- per capire che quella visione sarebbe stata un viaggio all’Inferno. Non sono rimasto fino alla fine. In genere esco da una sala prima della fine, quando ho la sensazione di perdere tempo. Mi è accaduto per esempio con l’Ultimo bacio – in Italia ricordo che tutti gridavano al miracolo parlando di nuovo cinema italiano- e l’ho visto fare ad un amico, Frank con Le conseguenze dell’amore, di Sorrentino, con mio sommo dispiacere perché è un gran bel film.
di Cristiano de Majo e Christian Raimo
Comunismo
Via Cavour a un certo punto è un chilometro di bandiere nere, e può capitare in un momento di foga che qualcuno stenda il braccio destro, e la ragazza accanto lo rimbrotti con un buffetto: “Ma dai…”. Come dire lascia stare, non serve. Un gruppo della Fiamma inventa l’estremismo della litote, inneggia in coro: “Per me l’antifascismo non è un valore”. Fascismo, nazionalismo, liberalismo non hanno molto collante come riferimenti ideali. E l’unica vera tradizione di riferimento sembra essere una tradizione “inventata con successo”: l’anticomunismo.
La piazza si ritrova immediatamente in due elementi base: quando canta l’inno d’Italia, o meglio, l’inno che si canta ai Mondiali di calcio, con tanto di po-po-po; e quando si salta al grido di “Chi non salta comunista è”. Verrebbe da chiedere: dove sono queste masse di comunisti al potere? Siamo in Ungheria nel ’56?
La costruzione di questo pseudo-concetto di grande impatto andrebbe indagato anche psicanaliticamente, come fecero Adorno e Horkheimer nella “Dialettica dell’illuminismo” con l’antisemitismo. L’ideologia nazista lo costruì per contrasto. E così anche ora: i comunisti immaginari nei manifesti sembrano un po’ gli ebrei nel ‘38. Sono viscidi, sono brutti quanto la fame, sono ridicoli, laidi e immorali, hanno il moccio al naso, possiedono tutto lo schifo che in noi, evidentemente, non riusciamo a vedere.

Moltitudine/classe operaia
par Paolo Virno
Mise en ligne mai 2002
Version originale italienne de Multitudes et classe ouvrière,Multitudes 9 : mai-juin 2002,Majeure : Philosophie politique des multitudes
http://multitudes.samizdat.net/Moltitudine-classe-operaia.html
Vi sono alcune analogie e molte differenze tra la moltitudine contemporanea e la moltitudine studiata dai filosofi della politica seicentesca. Agli albori della modernità, i “molti” coincidono con i cittadini delle repubbliche comunali anteriori alla nascita dei grandi Stati nazionali. Quei “molti” si avvalsero del “diritto di resistenza”, dello ius resistentiae. Tale diritto non significa, banalmente, legittima difesa : è qualcosa di più fine e complicato.
di Fabrizio Centofanti
Celebrare. L’idea sarebbe quella del silenzio. Ossia: tu parli – l’omelia – e gli altri ascoltano, seduti. Ma la messa è un mondo capovolto. Famiglie intere, bambini. Lasciate che i bambini. Una volta uno di loro salì su quello che si chiama presbiterio. Va bene, succede tante volte. No: questo cominciò a danzare, una danza lenta, tendeva le mani verso l’alto, con movimenti calcolati. Un ballerino d’altri tempi. L’omelia prosegue, in questi casi. Ma tu stai guardando quel bambino. Ormai siamo in un’altra dimensione. Un flash back. O, forse, un flash forward.
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MACISTE contro TUTTI
(Ferretti, Zamboni, Magnelli, Maroccolo)
vecchi, bambini e donne………….piangono amare lacrime
d’un pianto caldo antico…………d’arcana melodia
i giovani guerrieri i forti i saggi i folli
si rasano si ungono…….i cani abbaiano s’agitano i cavalli
“non temerai i terrori della notte, non temerai il terrore”
“non temerai i terrori della notte, non temerai il terrore”
di Marco Saya
SCORE
accado nel magma del passaggio.
siccome disturbo nel desueto divorio
punta i gomiti quello che non ha il limite,
così per caso, un bar vale l’altro,
il dispetto sta nella resistenza,
il cablaggio ci fortifica
sino a esaurimento scorie.

foto di Mimmo Jodice
VELE
di
Eleonora Puntillo
Piazza Dante, pietra deserta, temibile, riarsa, abbruciante lo stinco, oppure gelida percorsa da travolgenti irreparabili impeti di pioggia. Domandano spesso come scamparla, e lungo quale vico antico ombroso imbrecciato fuggire.
Furono inizialmente chiamate ‘tende’ divennero poi ‘vele’ quelle di Scampìa, e la casuale lettura della primigenia definizione progettuale propone una (forse impropria assurda illogica) associazione mentale fra architetture, luoghi, fruizione e funzioni del territorio. Eppure…