Segni di vita

12 gennaio 2005
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“Dopo il 2001, la letteratura italiana non ha dato segni di vita”, scrive oggi su “Repubblica” Pietro Citati, che con questa frase ha dato un ennesimo segno del suo coma. T.S.

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3 Responses to Segni di vita

  1. Satrapo on 13 gennaio 2005 at 00:12

    Ma non era Citati ad essere morto?* giuro, non è una battuta: ero convinto fosse morto! Evidentemente mi confondevo con qualche suo omologo. Comunque auguri a Citati! Ché tanto la letteratura italiana post 2001 non ne ha bisogno di auguri, lei: avercela la sua salute!

    * se questo fosse un film con bruce willis: Citati è _veramente_ morto nel 2001 ecco perchè non ha più ricevuto notizie dalla letteratura italiana dopo quella data. Solo che lui non lo sa di essere morto e vagare in un intermondo fantasmatico fra l’aldilà e l’aldiqua!! L’unico mezzo di comunicazione con noi vivi sono queste immense articolesse di repubblica (giornale elevato a psicopompo)**

    ** se questo, invece, fosse un romanzo di Philip Dick: siamo noi a essere morti! Tutta l’umanità è perita in un immenso e globale attentato terrotisti l’11 settembre 2001. Gli unici sopravvisuti sono gli occupanti delle twin towers (che al contrario nel nostro mondo di morti sembrano gli unici a essere periti), tra cui Pietro Citati, che casualmente quel giorno si trovava a passare di lì. Poco dopo scopre che scrivendo oscuri e sibillini articoli per repubblica riesce a comunicare con noi morti per suggerirci la tragica realtà: LUI E’ VIVO! NOI SIAMO MORTI! cazzarola.. cosìè questa monetina da un centensimo con la faccia di Pietro Citati???

  2. DDL on 13 gennaio 2005 at 11:12

    Tanto per maramaldeggiare ancora un po’, ecco un’altra manifestazione del rigor mortis culturale del Citatone:
    APOLOGO SUL MONDO COSI’ POCO GLOBALE(Repubblica, 17/6/2003) “Nella primavera del
    2002, mia moglie e io abbiamo dovuto
    abbandonare il nostro appartamento, a
    Roma. Tutto era sporco, lacero,
    decrepito – irreparabilmente vecchio.
    Muratori, elettricisti, idraulici,
    tappezzieri dovevano grattare muri,
    rifare la cucina, riadattare
    l’impianto elettrico, ricostruire
    bagni, dipingere soffitti, rinnovare
    carte da parati. I mobili vennero
    accumulati in una stanza, e noi
    andammo in un albergo vicino”.
    Bla bla, via così per altre due o trecento righe. Fino ad arivare al culmine: “… Dai clienti non tolleravano
    chiasso, ubriachezza, presunzione,
    volgarità, parole sporche – quelle
    parole che i bambini di tre anni, e i
    moltissimi scrittori dell’età mentale
    di tre anni – amano tanto”. Mi è rimasto un dubbio: la battuta era riferita ad Aldo Nove? A Beckett, a Céline?… All’Alighieri?
    Ecco il link dell’articolo completo (solo per masochisti): http://www.fradinoi.it/Rif%2025.htm

  3. a on 17 gennaio 2005 at 13:02

    satrapo sei uno spasso