GAMMM:::

foto-Spatola.JPGdi Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Massimo Sannelli, Michele Zaffarano

GAMMM è una stanza o galleria d’arte moderna che avvicina intenzionalmente l’arte e la scrittura contemporanee, non nella forma di una semplice giustapposizione, ossia affiancando opere d’arte e opere letterarie; ma credendo e dimostrando che le arti visive e la musica contemporanea, così come la scrittura di ricerca, nelle loro numerose e diversissime forme, sono fatte della stessa stoffa, delle stesse domande; e hanno elementi in comune tra cui spicca ormai chiaro un carattere percepibilmente ‘installativo’, freddo, non performativo.

GAMMM non ha orientamenti prescritti - né prescrittivi. Allo stesso tempo, una nuvola di variabili e costanti si può descrivere, dicendo che si incontrano alcune ricorrenze:

le modalità di scrittura elencative; il superamento netto del referenzialismo e dei realismi; il cut-up e l’uso della “citazione” (questo termine Debord lo derideva una quarantina di anni fa, a ragione; qui va messa in conto l’umiltà di usarlo: per intenderci); il confronto con l’intero arco delle sperimentazioni nelle arti del secondo Novecento; l’indifferenza verso la cosiddetta questione dell’«io lirico» (finita o irreversibilmente metamorfosata la lirica, revocato in dubbio l’io, la faccenda è per lo meno vecchia: http://limetree.ksilem.com/archives/2005_12.html#000721); l’indifferenza verso ogni dualismo e in particolare verso l’opposizione banale tra scrittura oscura e scrittura chiara; l’indifferenza pressoché totale verso la poesia frontalmente performativa, verso lo spettacolo e la poesia spettacolo; l’interesse semmai per il concetto di installazione – anche in assenza di autore (come accade per i classici, distanti e insieme presenti e vivi solo e precisamente per via di una intensità/tensione testuale).

La rete e l’archiviazione in rete dei materiali cambia i materiali. ne cambia - insieme - la fruizione. (Cfr. anche Derrida, Mal d’archive, une impression freudienne, Galilée, Paris 1995; tr. it. di G.Scibilia, Mal d’archivio. Un’impressione freudiana, Filema, Napoli 1996).

*

è/ha un’attività editoriale: ma offre ospitalità a testi. (La sigla HGH, scelta a questo proposito, traduce “hosted GAMMM hosting”: …e volendo: “hai gratis hosting”:-)

Come ospiti (della rete), ospitiamo pagine, poesie e prose: in semplici post, o in formato e-book e opeb (“one-page e-book”). Privilegiando nettamente le linee di scrittura affini ai materiali che il sito già offre, e a cui gli abbondanti link rimandano.

*

Tutto il lavoro di GAMMM non necessariamente deve ma sicuramente può (rivendica il diritto di) non essere interessato a uscire dall’area della lettura in/per web. I materiali che di volta in volta verranno pubblicati non sono legati da un vincolo di necessità a letture pubbliche o incontri. Semmai a contatti individuali tra le persone, e a un concetto di gruppo/rete estremamente sfrangiato e disperso.

Tornando all’idea di installazione: i materiali sono disponibili e leggibili, come oggetti elettronici fissati nel flusso della rete. Possono essere liberamente visitati, osservati, letti, anche scorsi distrattamente: materiali installati, non invasivi: e possono agire, come tali, poi, singolarmente, sull’immaginazione del lettore. (Il quale deve, lui, fare un passo verso i testi: non saranno i testi a muoversi verso di lui).

*

Il sito si compone così: una homepage che riporta dai tre ai cinque testi; una pagina sintetica di presentazione; una di e-book; una di opeb; una sezione dedicata ai chapbook curati da Michele Zaffarano e Gherardo Bortolotti per le edizioni Arcipelago; una di bio-bibliografia di redattori e autori; una sezione di link (tuttora in costruzione) disposti ‘analiticamente’ per categorie; e infine un riferimento agli aspetti legali dell’hosting. La prima uscita presenta cinque novità in homepage, due e-book e diversi opeb.

L’esperienza di GAMMM nasce come aggregazione naturale di scritture e persone della rete di àkusma, a cui si connette, in indipendenza e dialogo.

[Nella foto, uno che ci sarebbe stato, e che c'è. Immagine tratta da Edizioni Riccardi. a.r.]

144 commenti

  1. Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 09:39 | Permalink

    Raos, guarda che ti scriveva un commentatore quasi due anni fa:

    andrea barbieri Says:
    November 11th, 2004 at 16:58
    “Io penso che Moresco, per un dono naturale, non “scrive” ma “installa”, mi sembra veramente che lui vada a prendere delle cose e le appoggi davanti a me, delle cose che esistono (non esistono solo le combinazioni, ma non esistono nemmeno quelle di Kounellis). Quando lo leggo entro anch’io in quegli accrocchi di roba familiare, mentre Zizzi continua a usare solo parole, fa ronfare con roba surrealista tipo “in Nilo nero/
    mulinando su sarcofagi d’enigma/”
    quella che non è domanda […]”.
    L’immagine può essere riprodotta come ti pare, ma deve essere semplice altrimenti non funziona e a me rimangono davanti solo parole. Hai presente i lavori di quell’artista che fa, uhm, diciamo cartoni animati, William Kentridge, hai presente come sono semplici le sue immagini, non so un uomo in una stanza in doppiopetto immerso nell’acqua che sale. Vabe’ oppure Kounellis, travi di ferro che schiacciano delle scarpe. Poi se vuoi fare un film, queste immagini efficaci le metti in sequenza, allora io spengo la luce e entro dentro.”

    e tu rispondevi:

    “il paragone con moresco non mi convince proprio; a parte forse una certa matericità della parola (e già qui il termine è troppo impreciso), ma se è solo questo gli antenati possibili sono davvero decine (alcuni sono stati fatti nei commenti precedenti, tutti pertinenti, tutti lontani).

    ma più in generale, cosa “installa” la scrittura? quale spazio? piaccia o no (e a me non piace), quando si legge poesia (e si vuole magari parlarne), uscire dalla poesia medesima non è facile, altissimo il rischio di dire banalità. non me ne voglia barbieri, l’argomento che solleva mi interessa molto, anche se le sue risposte non mi persuadono del tutto.”

    A mio parere quel commentatore anche se velocemente aveva esposto già bene la cosa, insomma si capiva benissimo quello che voleva dire, e te ne aveva anche voluto per le tue parole.
    Poi, il commentatore, leggendo finalmente le schede di lettura di Tiziano Scarpa agli Esordi (nel libro “Antonio Moresco” di M. Parente ed. Coniglio) avrebbe ritrovato la stessa percezione della cosa (le schede erano del 1997 mi pare) e anche altro che si innestava in quella percezione.
    Comunque se vuoi sapere com’è andata a finire, essendo continuamente in contatto col commentatore, posso dirti che in questi due anni si è stufato anche dell’idea di installazione: bisogna andare più in là.

    ps quello che trovo scritto, il carattere non performativo e freddo dell’installazione viene da un punto di vista completamente sbagliato, troppo chiuso, astratto.
    E’ lo stesso punto di vista che ha portato negli ultimi giorni a parlare di “io” nei lit-blog, mi viene sempre da pensare: ma questi in che mondo vivono?, possibile che per loro l’io sia questa fesseria astratta?

    http://www.nazioneindiana.com/2004/11/11/da-la-caduta-occidentale/

    Possibili sviluppi sul blog di Georgiamada…

  2. Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 11:03 | Permalink

    cari, inserisco un piccolo saggio in fieri, che forse può essere utile alla discussione. mi scuso per la perdita dei corsivi. la questione è, sempre, e prima di tutto, ETICA, non di etichette. un caro saluto, grazie dell’attenzione
    massimo s.

    ***

    1
    Dopo il Novecento, la questione della poesia è questione di conservazione, semplicemente e orribilmente. Molto in generale: leggibilità, dicibilità, scrivibilità del mondo – o l’illusione che il mondo sia leggibile, dicibile e scrivibile – non si oppongono, forse, al tentativo concreto di restaurare la sopportabilità o la dignità della vecchia lingua, italiana o altra. E forse non si oppongono alla lingua di prima, ma è certo che non si tratta della stessa cosa. Arbeit macht frei, negozio ariano, colpirne uno per educarne cento, 1000 Nassiriya, e le contemporanee illazioni su una civiltà superiore all’altra, sono più che le prostituzioni momentanee di una nostra lingua: devono essere riconosciute come malattie comunitarie, nelle quali l’enfasi e la brevitas pretendono di giustificare l’irresistibilità del disumano. Gli aforismi sono lapidi su una complessità che si ama vedere polverizzata. La “poesia di ricerca” più avveduta – con tutta la semplificazione che il nome contiene, perché è imperfetto – cerca di porsi oltre e contro l’accecamento retorico: e non si tratta di porre fonemi dove ci sono sintagmi, o irregolarità fuori legge dove c’è la sintassi (e quindi sfociare goliardicamente in un superomismo alla buona contro il filisteismo o il fascismo); la questione riguarda – come li riguarda sempre – i corpi vivi dei vivi e la dignità delle parole usuali, usate, inusuali, inutilizzate.
    In prossimità di Auschwitz o Bhopal o Bagdad, la lingua è chiamata ad annunciare l’inannunciabile (“Gott ist tod” – e quale speranza rimane?) o l’inascoltato (Christus vincit – e dov’è la speranza per chi sta già agonizzando?): certamente nella forma delle profezie di un Tiresia offuscato e amplificato da suoni elettronici, come quello di Giuliano Mesa, che ne riceve voce e corpo di esecuzione in esecuzione. Ogni altra forma di poesia ‘civile’ è enfatica e fatua.

    2
    Lo spettatore meno forte (perché è il meno divino), trasformato in sfidante, diventa spettacolo. Del suo corpo si fa un orrore scuoiato, come dell’animale in macelleria. Marsia è reso impresentabile dopo aver osato un’autorappresentazione contro il dio: è apparso a colui che appare, e si è distanziato dal do ut des teologico dell’uomo antico. La sfida al flauto di Apollo è punita con lo scorticamento, per una specie di contrappasso: la superficialità del suo gesto è rappresentata dall’eliminazione della superficie. Il dio è senza pelle perché troppo divino. Il satiro è ricoperto da una “vagina” sottile che ne nasconde un orrore rosso, di muscoli e vasi sanguigni.

    3
    Apollo non rappresenta la poesia, ma il poeta. Il mito che lo lega a Marsia potrebbe insegnare tranquillamente che la divinizzazione del poeta vero è autoritaria e violentissima; e che l’esaltazione del poeta mediocre è tracotante e punibile con violenza. Tra una forma e l’altra c’è più di una complicità: lo sfidante si sa debole in partenza, lo sfidato si sa maggiore e divino. Il risultato aspro è più che ovvio, ma voluto con vera programmazione: il grande e il mediocre condividono lo stesso entusiasmo autoaffermativo e lo stesso egoismo allucinato.
    In pratica, un IO piccolo ha attaccato un IO grande; l’IO grande reagisce in proporzione a se stesso. Né l’uno né l’altro sono veramente umani. Né l’uno né l’altro sono modelli: sia l’uno sia l’altro sono qualcosa e qualcuno in una misura troppo determinata. Le rispettive personalità sono idoli troppo gravi per essere rimossi, e falliscono.

    4
    Il primo punto chiede che cosa debba e possa essere conservato, in una cultura che non eleva l’oblio a prassi quotidiana. Il secondo punto allegorizza la conservazione di Apollo e la mancata conservazione di Marsia: vedendoli entrambi come i portatori di un delirio di micro- e di onnipotenza. L’unica possibilità dignitosa è quella che donerebbe al mondo il proprio corpo, non cedibile e unico; cioè amare e godere anche a nome del mondo; e soffrire e morire allo stesso modo, per lo stesso mondo. In questo teatro – vero e proprio – Giuliano non si limita a scrivere la prosopopea di Tiresia, ma diventa Tiresia. Gli atti possono essere reindirizzati, senza perdere dignità e sapore.
    Bisogna ripetere il più possibile che la questione della poesia è, oggi, una questione di conservazione della lingua, se possibile, e degli atteggiamenti, semplicemente e orribilmente; ma ora si presenta come l’urgenza, non allegorica, di un servizio non angelicato e non svirilizzato, e sempre più puro. Non si fa né poesia né critica della poesia senza una osservazione costante della vita e della realtà; proprio perché il riconoscimento della realtà comporta l’identificazione dell’arena su cui si agisce: quale arena, quali movimenti del corpo, quali parole, quali forme, e quali rasoi incidano quali pelli.

  3. wovoka
    Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 13:32 | Permalink

    Una nuvola di variabili e costanti, speriamo che passi …

  4. davide racca
    Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 13:42 | Permalink

    trovo questo discorso estremamente interessante. mi muovo e cerco di muovermi nelle gallerie di arte contemporanea come voce poetica e non come pittore o videoartista o scultore…

    vi allego, sperando di fare cosa utile per questo dibattito, dei miei appunti sulla metrica del colore.

    saluti

    LA METRICA DEL COLORE

    Il colore è arte e anti-arte, ordine e scarabocchio.

    Il colore non crea, costruisce trasparenze.

    Il colore emana idee, è sensibilissimo ed è un pozzo di visioni.

    Nel colore cade ogni finalità e finalmente si apre la porta decisiva del puro mezzo, puro potenziale: libertà.

    Dentro e fuori del gesto, del segno, della trasgressione (portata al limite esausto della sua forza), esiste un’unica grande ribellione: quella del colore contro se stesso.

    Non più razionalismo e irrazionalismo, nessuna separazione tra coscienza ed esistenza, conscio e inconscio, pensiero e azione.

    Fuori e lontano dal segno dimora questo mondo, antisimbolico e anticonico, materico e misterico del colore.

    Nessuna linea-forza, nessuna linea-strutturale, nessuna linea-attiva esiste in sé.

    In pittura qualità e quantità si annullano come una doppia negazione che si fa affermazione totale.

    Mediazione è finalizzazione, è estrinsecazione dell’energia diretta, avvicinamento accecante agli impulsi primari.

    Il colore va aldilà di ogni preciso riferimento all’oggetto e si getta nella luce del profondo.

    La pittura è uno stato del colore, una condizione della sua materia.

    La campitura sceglie e subisce i suoi movimenti fuori del segno e del significato nell’accesso alla conoscenza del mondo (come aver freddo o caldo, provare odio o amore, malinconia o gioia, cioè patire tutti i condizionamenti esterni e interni).

    La pittura è colore, meno del colore, più del colore.

    Il colore sta e va oltre il suo oggetto, cioè dentro e fuori lo spazio geometrico del tempo.

    La pittura è l’improvvisazione costruita consapevolmente nei poli estremi e coincidenti del sempre e del mai.

    La pittura non si sottrae al suo tempo, ma deve aprire le porte all’irriducibile antispettacolare.

    La pittura non è solo visione, ma esperienza indefinita.

    La figurazione nel colore deve mantenersi in uno stato potenziale, cioè di libertà, per poter esprimere tutta la sua intensità e durata nel flusso vitale.

    Fuori ogni esigenza totale (totalitaria) dell’arte, fuori ogni approccio misurato (calcolato) dell’artista, la scelta non si pone più tra Io e Mondo, ma nella crepa che continuamente si apre tra Io-e-Io, e Mondo-e-Mondo, per lasciar essere la forma interna del colore voluta e involuta allo stesso tempo.

    La pittura non è un’arbitraria astrazione di teorie o di colori assoluti (solo il bianco e il nero sono colori astratti di vuoto assoluto e assoluto pieno).

    La pittura non finge la realtà, ma dilata la realtà stessa oltre la finzione.

    Il colore è ascientifico, rigoroso, ed emozionalmente materico.

    Il colore è suono e rumore allo stesso tempo: cioè contenitore di note e di lettere allo stato potenziale.

    Il colore è fisiologico e metafisico.

    Spazio e forma nella pittura sono silenzi referenziali della mente che abbraccia tutto come energia.

    La pittura è la tensione alfabetica dell’intera gamma psichica che circonda il quadro: è aldiquà e aldilà del telaio: è l’aria nei suoi movimenti onnicomprensivi.

    Il colore partecipa della realtà e ne è partecipato come istinto musicale e lirico del movimento.

    Il colore è lo spazio limite di ogni cosa.

    La pittura è l’ossessione ritmica del sentimento del mondo.

    All’origine era una parola troppo luminosa per non essere luce e quindi intensità e densità di tutti i colori.

    La pittura è movimento e contromovimento del reale. Il colore ne è l’agente principale: poi viene l’artista.

  5. Andrea Raos
    Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 14:26 | Permalink

    Contro la finta ed eterna opposizione io / non-io (o, come dice ancora meglio Massimo Sannelli, io piccolo e io grande), torno ancora una volta (per esempio) a Leopardi, e alla sua scrittura (poesia e prosa) non antropocentrica (il che non vuol dire che l’uomo ne sia assente). A me sembra che il nodo sia ancora e sempre quello, tanto più oggi, incastrati come si è fra auto-affermazioni identitarie e frammentazione estrema delle coscienze.

    La fissità dell’installazione, “non invasiva” ma al tempo stesso strutturante (nei casi migliori, su tempi e spazî altri rispetto alle narrazioni dominanti), mi sembra senz’altro una delle risposte possibili.

  6. g-emma
    Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 15:37 | Permalink

    Visto che di là non si può parlare.
    Moresco nel primo amore è volgare. Ma possibile che creda di essere lui l’unica letteratura possibile, davvero pensa di essere meglio di nanni balestrini? E per quale motivo si ritiene voce talmente totale da mettersi da solo sopramonte senza alcun imbarazzo? Solo perché lo dice Carla Benedetti? Moresco ha il coraggio di accusare Cortellessa, ma parla proprio lui, accusa cortellessa di partito preso, quando lui, la Benedetti e Scarpa hanno fatto di primo amore stanze del potere assoluto da cui sputare sentenze a titolo reale. Moresco non è la letteratura. Cortellessa non è la letteratura italiana. Moresco non ha nessun diritto di rendere la neo avanguardia poca cosa. E’ evidente che non gli piaccia chi lavora sul linguaggio, basta leggerlo e ci si renderà conto, ma Scarpa allora che lavora sul linguaggio e ha scorazzato in qua e in là con aldo nove per riflettere di luce presa in prestito, cosa centra Tiziano Scarpa con la professione di fede di Moresco? La Benedetti nella sua totale volgarità di pura e radicale passionaria pasoliniana (diventerà peggio di laura betti?) ha avuto il coraggio di presentare Scarpa al tavolo dei POETI ITALIANI!!
    In Italia si comincia a non respirare più se non a comando di qualche confraternita. Mi dispiace ma tutta questa radicalità di parte e purezza sbandierata è rivoltante.

  7. Andrea Raos
    Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 15:44 | Permalink

    g-emma, se hai un blog tuo usalo, mentre se vuoi usare questo ti prego di andare in bacheca; in questo thread si sta provando a parlare d’altro.

  8. Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 15:56 | Permalink

    cari Andrea Barbieri e Wovoka, c’è una straordinaria possibilità, sono lieto di comunicarla: potete ignorare gammm. potete farlo, potete non leggere quel sito, ignorare tutti gli autori che linka e di cui parla e che pubblica e pubblicherà. (è del resto la prassi tenuta da quasi tutta l’editoria italiana negli ultimi 30 anni). mi sembra una opportunità fenomenale, liberante, e che vi consolerà. sono felice per voi, che non soffrirete nel leggere cose che (fin da adesso e recisamente) non vi piacciono. siate sereni, noi lo siamo già. senza astio, nella differenza di posizioni. pax.

  9. Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 15:58 | Permalink

    Seguo i link e leggo: ” l’installazione è quell’oggetto che può darsi (ed emettere senso) indifferentemente dalla presenza del suo ideatore. Cioè il testo viene “progettato per” e “collocato in” uno spazio segnato dall’assenza di una motivazione umana, per così dire.” Un ampliamento degli aggettivi usati nel post, direi,”freddo e non performativo” e che Sannelli e Raos hanno commentato con chiarezza e generosità. Ed è proprio la generosità di tutta questa operazione che mi trova vicina e concorde. Nessuna astrattezza, anzi. A me viene immediatamente in mente il web, ad esempio, come popolato da scritture-installazioni. La “freddezza” della rinuncia al corpo, alla pretesa di identità-identificazione, la (paradossale?) persistenza dei testi “visitati, osservati, letti, anche scorsi distrattamente” non ha mai impedito nessun tipo di relazione come abbiamo sperimentato tutti quanti qui e come continuiamo a sperimentare, anzi ne allarga le possibilità. Ha fatto sperare di poter modificare equilibri di poteri (li ha, di fatto, in molti casi, modificati, seppur di poco). E mi viene in mente che proprio il tentativo da tempo in corso non di “stare in” rete ma, piuttosto, di “invadere” il web con operazioni performative di vario tipo fa, quello sì, correre il rischio alle voci in rete di assumere un punto di vista “troppo chiuso, astratto”, in quanto tutto riferito a e concentrato su una modalità mediatica, spettacolare.
    A me questa GAMMM emoziona: non un teatrino, una Wunderkammer, una passerella su cui sfilare o un talkshow ma un cantiere: ” La rete e l’archiviazione in rete dei materiali cambia i materiali. ne cambia - insieme - la fruizione”. Questo è l’effetto delle installazioni al contrario dell’illusorietà del movimento prodotta dalle performances che, nel loro apparente dinamismo, nel loro apparente essere presenti (da praesum: sto “davanti”), perpetuano la rigidità dei rapporti di potere.

  10. Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 16:08 | Permalink

    ho capito la prospettiva in cui metti la questione e devo dire che sono perfettamente d’accordo. anzi, mi rendo conto che il punto del non-antropocentrismo - che (nei miei conciliaboli notturni ;-) non ho mai formulato esplicitamente - è davvero un nodo fondamentale.
    in effetti, il concetto di installazione (o meglio: la metafora dell’installazione) rientra perfettamente in uno schema eccentrico (non antitetico) rispetto ai problemi del soggetto, del darsi conto in termini umani del mondo.
    per quel che mi riguarda, ho sempre trovato utile ed affascinante nelle installazioni l’irresolutezza della soluzione raggiunta, l’arbitrarietà eppure la perentorietà dell’ordine. un ordine in cui avevo chiaramente una posizione marginale, in cui non riuscivo a rispecchiarmi completamente e che, tuttavia, mi metteva altrettanto chiaramente in una posizione di libertà.
    come dice massimo, al fondo è sempre una questione di etica.

  11. Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 16:13 | Permalink

    scusate. dimeticata l’intestazione e creato strano gioco (installativo?).
    il mio commento rispondeva ad andrea ed appare dopo caracaterina.
    forse una conferma della tesi della stessa c.?
    ;-)

  12. Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 16:26 | Permalink

    grazie a caracaterina, sinceramente, per questa attenzione e lettura. e per la generosità/esattezza nell’interpretare nel merito e nello spirito i testi, e l’”installare”. (prassi a cui facciamo ricorso senza intenzioni nomenclative, descrittive, escludenti; ma solo per [iniziare a] intenderci; giustamente lo rileva Gherardo. il fatto è che per molte scritture e pratiche poetiche - semplicemente - ancora non sono state messe a punto definizioni, almeno in Italia, e allora tentiamo di usare la metafora “installazione”).

    ed è del tutto corretto vedere la stessa rete “come popolata da scritture-installazioni”. non si potrebbe dire meglio

  13. a.p.
    Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 19:19 | Permalink

    Ci vuole coraggio a non considerare utile, anzi necessaria, un’operazione come gammm. Sopratutto per lo sguardo competente ed aggiornato che rivolge verso la fin troppo ignorata poesia sperimentale straniera. Iniziativa lodevole, spero che questo spazio possa servire anche a fare chiarezza “teorica” sul concetto di installazion.

    Auguri

    Adr.

  14. a.p.
    Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 19:20 | Permalink

    (installazion)e

  15. wovoka
    Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 20:54 | Permalink

    Caro Marco, naturalmente quella possibilità già la conoscevo, ma si dà il caso che io sia attratto dalle “differenze”, dalle dissonanze cognitive - che in questo caso appaiono particolarmente profonde. Ammetto anche la possibilità di rimangiarmi tutto quanto, fra qualche anno, quando probabilmente saprò (avrò incorporato) alcune “cose” che adesso non so di non sapere - in tal caso lo ammetterò senza vergogna (io so di essere “puro”, nei miei intendimenti, quanto voi). Per adesso non posso che esporre al sole la mia miseria: ho esplorato il vostro GAMMM e non ci ho capito un cazzo. Mi è sembrato anzi di ritrovarvi i peggiori luoghi comuni, le retoriche, gli opportunismi, le frasi fatte tipiche delle GAM vere -quelle controllate da certi scaltri curatori, specializzati in fondi pubblici. Ma almeno quei contesti appaiono mitigati da una sorta di consapevolezza autoironica - tipica dell’artista postmoderno, ovvero post-artistico - che qui sembra invece sostituita dall’autoritarismo implacabile dei “poeti” (vedi la violenza - simbolica - spellatrice di Sannelli). Quel mio brevissimo commento sublimava una nausea piuttosto precisa, però, trattandosi di una sensazione, posso soltanto concludere che il mio corpo reagisce in maniera diversa dal vostro. Pax tibi Marce, guarderò tutto quanto invece, esporrò la mia pelle nuda a questo terribile tirocinio del nulla, finché la sua verità mi verrà inscritta nelle carni, come nella colonia penale di Kafka - anche lì in fondo si trattava di una bella installazione.

  16. Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 21:42 | Permalink

    Caro Giovenale, vedo che hai colto il mio messaggio (e il mezzo, l’onda in cerca di forma, se mi permetti). Il tuo Pax finale è invito alla metafisica, quella del colore evocata dall’ottimo Racca nel suo prontuario portatile di una micro-genesi che va dal colore al segno, dal segno allo spazio, sempre ritenendo il problema del significato non atropocentrico (come rilevava acutamente Raos) una certezza. Io - con ego provvisorio, a credito dell’epoca - aggiungerei basta con la parola che si fa testo!, lo aggiungo sovrapponendo Bene al Bene, la fisica nucleare alla metafisica. Tutto come vedi ritorna al tuo PAX iniziale, ma anche esplode nell’installazione mediale, mediana, mediata dalla plutogenesi teatrale che attinge il succo sodo del colpo di pistola. Colpo esploso con meno calma del previsto da Leopardi.

  17. Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 23:32 | Permalink

    una stretta di mano a Barbieri. idem a Wovoka. non ve lo aspettavate? neanche GAMMM, forse. non so. comunque: try it, enjoy it

  18. Pubblicato 30 Giugno 2006 alle 23:59 | Permalink

    Francamente non ho capito bene.
    Temo si giochi ancora sull’ambiguita del senso delle parole.
    Non ho capito la differenza tra installare delle parole o insiemi di parole tanto da formare un testo e porre delle parole, scrivere parole o testi.
    Temo che si usi la parola installazione perchè questa parola nell’arte contemporanea definisce oggetto/i svariati posti in una mostra d’arte.
    Io credo che al momento sia chiarezza la cosa più necessaria e parole semplici se non povere per non cadere in ormai secolari trucchi.
    Preferisco un luogo con linea di tendenza chiara, addirittura di corrente anche ristretta ma precisa che il confuso.
    Per quanto riguarda l’antropocentrismo andrebbe trattato con più profondità essendo un atteggiamento interiore difficile da conoscersi e sentirsi con consapevolezza.
    MarioB.

  19. mp
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 00:27 | Permalink

    “Freddo” è l’aggettivo giusto per la vostra operazione; direi meglio: gelido, con ciò intendendo: glaciazione. E nella glaciazione il pensiero va a riposo. Prevale la forma del ghiaccio. Che – è vero – contiene in sé (sussume) tutte le altre forme, ma per stritolarle: ciò che prima era un fiore, tra i ghiacci diviene solo un ricordo (fine del profumo, fine dei petali vellutati, fine del dono alle amanti, e fine di ogni opera che ha celebrato il fiore come abbraccio o come addio ). Le vostre “ricorrenze” sono condivisibili, meno i risultati; ma, si sa, tra il dire e il fare … Il saggio “in fieri” di Sannelli è la classica zappa sui piedi (e non dico quella di Frank, calda, troppo calda e performativa per il vostro sentire). Anche qui, pensiero a riposo velato da sapienza filosofica … Eppoi,santiddio, diciamocela tutta: Dio non è morto, semplicemente non è(siste); e il grido di Cristo sulla croce è performance, non gelida installazione. Gelido è scrivere questa frase: “ma ora (la questione della poesia) si presenta come l’urgenza, non allegorica, di un servizio non angelicato e non svirilizzato, e sempre più puro”. Qui non è chiedervi di parlare come mangiate; è di parlare dicendo, semplicemente. I concetti non sono ghiaccio. Se provaste soltanto a sciogliervi restando integri, magari ciò che viene fuori – che resiste allo scorrere delle acque risvegliate – è interessante; così resta solo il freddo. Io mi sto muovendo per riscaldarmi, uscendo dalla vostra installazione, ecco: sono quasi in costume a grondo sudore. Forse è per questo che a scartabbellare nella vostra galleria mi sono divertito a cogliervi in fallo, anche se l’arbitro non lo ha fischiato: quando scrivete tra virgolette “citazione” citando Debord vi dimenticate del fatto che lo stesso Debord disse che bisognava lasciare agli imbecilli l’uso delle virgolette … Attenzione: qui non sto insultando; dico solo che il détournement di cui parlava era un’altra cosa dalla citazione saputella: era rivolta in atto, era crudeltà in azione: era insomma qualcosa di caldo, di radicalmente altro dalla glaciazione che proponete … Debord è corpo debordante, ossia proprio il contrario di quel‘installativo, freddo, non performativo che proponete …
    Perdonatemi, è che davvero fa troppo caldo …
    PS: what is “àkusma”?
    mp

  20. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 00:53 | Permalink

    - la citazione da Debord fatta in quel modo tenta(va) coscienza, ironia, loop intenzionale. no? devo spiegare tutti i passaggi dell’operazione? (domanda retorica. non spiegherò tutti i passaggi dell’operazione).

    - scartabellare.

    - sul freddo: lo temi? è un’immagine. siamo nel linguaggio.

    - esistono alcuni testi. un sito inizia a parlarne. altri autori e siti fanno altre cose, sempre in letteratura.

    - la reazione ‘calda’ è legittima. quella differente, altrettanto.

    - “petali vellutati”. nessuno ti invidia queste parole (non intendo i petali: intendo l’espressione “petali vellutati”). tutto ok. feel free.

  21. mundialino
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 01:30 | Permalink

    volendo si potrebbero andare a prendere un sacco di scritti dove raos dice il contrario di quello che afferma quì, comunque… un saluto a giorgia e viva la coerenza…….

  22. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 01:54 | Permalink

    Sannelli viene chiamato in causa varie volte nei commenti. è la persona più serena e meno gelida (che significa poi? arcigna?) della terra.

    la sua scrittura in versi e in prosa (e nei saggi) non è oscura, è complessa, come qualsiasi elettrodomestico. solo che davanti a un elettrodomestico dopo 5 minuti chiunque sa tradurre in operazioni sensate quelle che inizialmente gli sembravano solo manopole cavi bottoni e contatori; mentre davanti a un oggetto testuale che presenta alcune complessità occorre giocoforza disporre di un tot di competenze e letture e frequentazioni pregresse, o che comuque possono non essere ‘immediate’.

    il linguaggio non è immediato, è appreso. alcune cose (competenze e gusti) si sviluppano nel tempo. possono non svilupparsi. o possono crescere certe predilezioni linguistiche, e non altre.

    ora, credo ci siano due atteggiamenti, di fronte a questo fatto.

    uno può porre l’equivalenza “non compreso = non valido IN ASSOLUTO” e farne discendere una serie di negazioni. oppure può porre o prospettare l’azione “non compreso DA ME = da chiarire = da indagare”. (nel tempo, poi).

    quando a dodici anni ho letto Storie di cronopios e di famas non ho capito precisamente tutto: in quei microracconti non avvertivo come straordinariamente marcato il confine tra reale, onirico, plausibile, folle, inventato, verificabile, contraddittorio.

    delle due reazioni, giudicare Cortàzar un mestatore o dubitare della mia percezione della strategia testuale, ho preferito - e sentito giusta - la seconda. ossia ho preferito pensare che dovevo cambiare sguardo io, piuttosto che dichiarare mal dipinto il quadro. e ho fatto bene, dico ora.

    ma se avessi abbracciato la scelta opposta, e avessi fatto guidare i passaggi e percorsi del mio gusto letterario, nel tempo, negli anni, da una linea radicalmente diversa da quella cortazariana, non avrei sbagliato. avrei semplicemente preso un’altra strada.

    fa un cattivo uso della strada scelta, di solito, chi giudica sbagliata quella altrui per il semplice fatto che è altrui.

  23. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 08:06 | Permalink

    “Tornando all’idea di installazione: i materiali sono disponibili e leggibili, come oggetti elettronici fissati nel flusso della rete. Possono essere liberamente visitati, osservati, letti, anche scorsi distrattamente: materiali installati, non invasivi: e possono agire, come tali, poi, singolarmente, sull’immaginazione del lettore. (Il quale deve, lui, fare un passo verso i testi: non saranno i testi a muoversi verso di lui).”

    Che i “materiali installati” non siano invasivi è oltremodo consolante, e che “possono agire, come tali, poi, singolarmente, sull’immaginazione del lettore” mi sembra estremamente liberale oltre che innovativo. Anche il passo richiesto al lettore verso i testi, anziché il viceversa, è segno di una nuova dinamicità etica, stimolante (oltre che rispettosa: non se ne poteva più di questi testi e materiali vari che avanzavano a passo incontrollato verso di noi nei momenti meno opportuni), ricca di imprevedibili sviluppi, forse persino rivoluzionari.

  24. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 08:59 | Permalink

    cf05103025:
    “Temo si giochi ancora sull’ambiguita del senso delle parole.
    Non ho capito la differenza tra installare delle parole o insiemi di parole tanto da formare un testo e porre delle parole, scrivere parole o testi.”

    essendo nemico delle ambiguità maliziose, ovvero della fumosità a fini di potere retorico, ti dico cosa (in due parole) mi interessa della metafora installativa e dove vedo la differenza di cui parli.

    secondo me, la differenza principale tra un testo diciamo performativo (come ha detto marco: stiamo usando questi termini per mettere insieme i pezzi, prendiamoli tutti con beneficio d’inventario, anche se, negli effetti e ovviamente, a noi sembrano calzanti) ed uno installativo è che il primo fonda la sua tenuta, il suo fascino e, in determinati casi, il suo potere nella figura “storica” dell’autore, mediata dalla funzione del narratore e garantita dal corpo (mistico e reale ;-) dello stesso autore.

    nel testo di installativo, invece, mi sembra che ci si affidi all’esposizione dell’ordine sintattico (ovvero: l’ordine degli elementi lessicale-semantici nella loro succesione logico-temporale - chiedo scusa ma ho una formazione da linguista dei poveri e mi trovo sempre con queste categorie!) in quanto tale, in quanto prova o esperimento di un ordine del e nel mondo.

    detto in termini rozzi: il testo è un’operazione d’ordine sul mondo (una produzione di senso - e di piacere del senso) ma non fonda l’ordine sull’autore/narratore (sul suo carisma) ma sull’effettiva realtà dell’ordine stesso, ovvero del fatto che è stato istituito.

    ovviamente a monte c’è sempre un’operazione autoriale. tuttavia nell’installazione questa operazione, di nuovo, non proietta sull’autore la fondazione dell’ordine, investendo la figura umana (anche in questo senso ci possiamo ricollegare al discorso sull’antropocenrismo - che _ovviamente_ stiamo solo sfiorando) del valore superiore che siamo soliti attribuirle. l’autore è in qualche modo una figura di secondo livello, impegnata più ad ascoltare che a parlare.

    questo in termini generali. per le differenze tecniche, estetiche ed etiche (;-) non so come e quando ma vedremo di rispondere.

    invito comunque tutti a leggere i testi che presentiamo e che presenteremo: sono in gran inediti in italia (o ormai dimenticati) e sono il frutto di elaborazioni che ormai contano dai dieci ai trent’anni e che rappresentano tradizioni importanti.
    sarebbe proprio sciocco metterli da parte per incongruenze sui termini del dibattito.

    ultima cosa (approfittando di NI): abbiamo pubblicato un testo di heissenbuttel perché un lettore di NI me l’ha segnalato sul mio blog personale. lo ringrazio pubblicamente (e sentitamente!).

  25. mp
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 09:34 | Permalink

    Allora, Marco, facciamo così: mi scuso dell’acidume del precedente post (pur confermandone il senso). Però, almeno, non metterti sulla difensiva, ché davvero peggiori la situazione. La scrittura di Sannelli è quella che è, e lungi da me giudicarla; ognun si faccia le sue scelte espressive, io lo zdanovismo artistico e lo stalinismo comportamentale li ho gettati a mare da tempo. Il problema della sua traducibilità esiste e non serve richiamare le due opzioni (non compreso da me – non compreso in assoluto), per lo meno se non ci avvicini la terza opzione: incapacità dell’autore di farsi comprendere; solo così si chiude la relazione dialettica … Sei così certo che nel saggio qui postato Sannelli volesse farsi comprendere? Quanto c’è di auto-referenziale in quanto ha scritto? Non è che sta usando un codice di cui lui solo possiede le chiavi? È un “saggio” – così lo ha definito lui stesso – non un’opera creativa. Mentre nella seconda l’opacità può anche essere totale, scusami, ma credo che la funzione del saggio debba per lo meno essere quella di mostrare la propria estetica con esatezza di riferimenti e con chiarezza; altrimenti siamo davvero nel nulla. E siamo nell’incomunicabilità. Questa ultima ha il suo senso – Beckett dixit – ma nella creazione artistica; se è il saggio incomunicabile, allora c’è qualcosa che non quadra. E se non quadra “per me”, che leggo con attenzione Sannelli, allora se ne può anche dedurre che sia la sua scrittura ad avere bisogno di limatura … Formalismo vuoto, azzardando una definizione … E guarda che il suo “saggio” è stato postato per agevolare la discussione sulla vostra “galleria” … Solo che non agevola alcunché, anzi complica e irrita … Vedi, Marco, queste sono reazioni “a pelle” di uno che probabilmente – per quanto intuisco tra le pieghe del vostro discorso – approverebbe il punto di vista, condividendone prospettive e modalità (mi pare che si rientri nella sacrosanta ANTI-RAPPRESENTAZIONE che ha attraversato il Novecento come impulso della migliore arte). Ma una frase del genere:
    “In prossimità di Auschwitz o Bhopal o Bagdad, la lingua è chiamata ad annunciare l’inannunciabile (“Gott ist tod” – e quale speranza rimane?) o l’inascoltato (Christus vincit – e dov’è la speranza per chi sta già agonizzando?): certamente nella forma delle profezie di un Tiresia offuscato e amplificato da suoni elettronici, come quello di Giuliano Mesa, che ne riceve voce e corpo di esecuzione in esecuzione. Ogni altra forma di poesia ‘civile’ è enfatica e fatua”,
    scusami Marco ma necessita davvero di troppe precisazioni. E quand’anche conoscessi l’opera di Mesa citata (e la conosco, pubblicata sulla rivista HM; e già qui ravviso contraddizione con il manifesto di GAMMM, visto che parla di “esecuzione” e dunque di performatività), la frase rimane troppo ambigua, troppo criptica, troppo auto-parlante. Bisogna riprendere ad annunciare Dio? O riprendere ad ascoltare il messaggio di Cristo? La lingua del dopo-Auschwitz, pur negando l’impossibilità decretata da Adorno (e dunque affermandone una nuova) deve metterci in relazione col divino? Sarà una mia carenza, ma davvero la frase non l’ho compresa. Siccome mi pare che Sannelli un certo afflatto mistico lo abbia, ne ho dedotto provvisoriamente quello; però i miei dubbi sono tanti. E poi: per superare la “conservazione” attuale è più utile il “freddo” Cage o l’irridente Zappa? Questo è il vero problema: se i mezzi da voi proposti per uscire da quello che Sannelli chiama “accecamento retorico” – e qui condivido molto – siano efficaci per lo scopo che si prefiggono. A naso – dico “a naso” perché mi pare che il vostro progetto sia agli inizi – direi di no, o meglio: direi semplicemente che la strada non si confà alla meta (non tutte le strade portano a Roma, caro Marco). Sono sinceramente interessato al discorso che fate. Ma poco convinto per il modo in cui affrontate le questioni. Mi ripeto: le vostre “ricorrenze” mi intrigano, il vostro “stile” (e alcuni vostri “risultati”), mi irritano. E solo mia deficienza?
    mp

  26. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 09:39 | Permalink

    “Anche il passo richiesto al lettore verso i testi, anziché il viceversa, è segno di una nuova dinamicità etica”

    Ma perché finora voi lettori non vi siete mai mossi verso i testi? Sarà che sono un po’ stupido ma a me tocca farlo in continuazione: per comprarli, per toglierli dalla libreria, per leggerli. C’è qualcosa di nuovo in questo?
    Certo, se il testo è come quello sul colore qui sopra, mi muovo per allontanarmi il più in fretta possibile. Era un pezzo che non leggevo cose così, pensavo fosse una mania da intellettuale francese di trent’anni fa, quelli dell’arte come Restany (che comunque di cose ne ha fatte). A me pare che qui si sia ingranata la retro. Almeno ricordatevi di girare la testa verso il lunotto mentre andate.

    ps, se la trovo vado a rileggermi una cosa di Carmelo Strano scritta per una cosa che si chiamava DORA (docile razionalità) e poi la confronto con i testi qui. Se la trovo. Mi sa che non la trovo più, mi sa che l’ho espulsa dalla libreria in un raptus di dinamicità etica.

  27. Miku
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 10:22 | Permalink

    @Bortolotti

    dire il dicibile
    esperire l’esperibile
    decidere il decisibile
    raggiungere il raggiungibile
    ripetere il ripetibile
    terminare il terminabile

    il non dicibile
    il non esperibile
    il non decisibile
    il non raggiungibile
    il non ripetibile
    il non terminabile

    il non terminabile non terminarlo

    P.s.
    Sull’asse mediano Wittgenstein-Heissenbuettel-Bense-de Campos si può ancora fare l’autostop ;-)

  28. Andrea Raos
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 10:45 | Permalink

    A mp che chiede cos’è akusma: se cerchi nell’archivio di NI, dovresti trovare uno scritto “teorico” (ma dovrei piuttosto dire “etico”) di Giuliano Mesa che ne spiega i principî. Su google, poi, troverai senz’altro dati più concreti. Spero che troverai la cosa interessante.

    Sempre a mp: il Tiresia di Mesa è, senza dubbio, al tempo stesso “performativo” (in senso proprio) e “installativo” (in senso figurato) - e mille altre cose ancora. Difatti Sannelli non lo citava rispetto a gammm, ma più in generale rispetto a cosa possa essere una scrittura etica e politica oggi.

    Tu trovi Cage “freddo”? Perché? Tanto più che quanto a “irridenza” mi sembra che anche lui non abbia scherzato, a volte…
    E che noia gli aggettivi (penso ancora a “freddo” e “caldo”), sembrano sempre spiegare tutto e invece non dicono mai niente… ;-)

  29. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 10:47 | Permalink

    sono al lavoro ahi, e non posso rispondere ai commenti, mi scuso se sarò telegrafico (succede a noi freddi:)
    mi concentro su questa frase-chiave (o che giudico nodale): “E poi: per superare la “conservazione” attuale è più utile il ‘freddo’ Cage o l’irridente Zappa?”.

    rispondo con un’altra domanda: dobbiamo necessariamente e sempre ragionare per “più utile”? e se fossero non ‘utili’ ma ’sensati’ entrambi?

  30. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 10:56 | Permalink

    si parla di conservazione della lingua che vedo come grande contraddizione rispetto alle onde corte, cortissime a cui siamo sottoposti quotidianamente.
    qui si parla per l’ennesima volta di poesia
    ma chi ne parla, la scrive? o si limita a stare come sempre appeso dall’alto a dire: questa a destra, questa a sinistra? (ho questa impressione)
    non mi pare un buon atteggiamento critico quando di mezzo c’è la forma di espressione più flessibile, più fruibile e interpretabile del mondo battezzata “poesia” e soprattutto quando, come me, si ritiene che la poesia sia in grado di percepire il contemporaneo e le sue denunciamti nevrosi e tramandarlo installandolo in tutti i modi che il poeta ritiene di poter usare. come il pittore etc etc.
    si parla di prostituzione della lingua per assecondare la disumanizzazione… trovo la cosa assolutamente ridicola e subdola-
    allora si dovrebbe parlare di prostituzione del colore. del marmo. del legno.
    insomma un esercito di artistiche puttane?

    se io riporto su un foglio questo epitaffio:

    “n.465
    sconosciuto maschio”

    e lo lascio così, senza aggiungere parole, mi sembra di avere dato il senso dell’inconnu più profondo e tragico e doloroso, supponendo di scuotere nello spettatore/lettore il sangue e i nervi e le domande sopite semplicemente perchè la visione ha scosso me che sono il primo spettatore di me stessa e lo so che è questo che non piace, questo autoreferenzialismo in cui l’io vive nel lusso sfrenato dell’autoerotismo metaforico (e non sempre metaforico)… eppure eppure credo che tutta la poesia migliore abbia un buon grado di autoreferenzialità.

    ancora credo che la poesia che “dice una storia” o quella in cui il fruitore si “riconosce e ne ha paura” sia una conservazione più che decente della lingua anche solo per il fatto di avere fermato il respiro per quell’ attimo in cui viene recepita e che innesca una serie di collegamenti dai quali la struttura linguistica primigenia non è aliena.
    per lingua primigenia intendo il tam tam vita/morte e non il rispetto normativo di archetipi linguistici classici.
    rimando ai più competenti gli altri tam tam e segnali di fumo per arrabattarsi a disquisire sulla lana caprina endopoetica

    lascio un link veramente interessante dov’è riportato un articolo del competente Luciano Nanni

    http://www3.unibo.it/parol/articles/malevich.htm
    un saluto
    paola

    p.s: mi scuso per gli eventuali errori

  31. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 10:59 | Permalink

    però pensandoci bene…

    la poesia è un postribolo noioso
    se non ci ricorda che siamo niente

  32. Andrea Raos
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 11:45 | Permalink

    Dice Marco:

    “dobbiamo necessariamente e sempre ragionare per “più utile”? e se fossero non ‘utili’ ma ’sensati’ entrambi?”

    Concordo in pieno, non per indifferenza finto-pacificante fra poetiche “inconciliabili”, ma per l’accumulazione di stimoli e conoscenze che deriva dalla loro compresenza.

    Devo dire (più o meno nella stessa direzione) che alcune liquidazioni di questo progetto mi hanno un po’ stupito, innanzitutto per la loro rapidità. Quando penso che - sarà che ho una connessione lenta -, anche solo per esplorare i link che propongono, mi ci vorranno mesi…

    D’altra parte, anche solo leggendo i commenti qui lasciati - per esempio - da Sannelli e Bortolotti (che rispecchiano in pieno le rispettive scritture), mi sembra che da questo gammm esca una varietà di approcci, una diversità ricca, nei cui confronti riesce ingenerosa qualunque condanna di principio.

  33. fabio
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 12:07 | Permalink

    sarebbe interessante forse conoscere dalle ‘voci’ qui raccolte quali sono le ‘tradizioni’ cui si richiama la loro scrittura attuale, in linea di massima e con le differenziazioni individuali del caso.

    conosco almeno di marco giovenale (della sua ricerca) la generosa e lucida ‘apertura’ non solo ‘transmediale’ (fotografie, ‘installazioni’, ecc.), ma proprio intertestuale e dinamica, sul piano tanto della ‘poesia-pensiero’ (pensiero filosofico) quanto della ricerca nellE scritturE (nelle tradizioni) italiane ed europee (e d’oltreoceano). sono direzioni che andrebbero indagate.

    quasi come discorso ormai invalso (raboni ecc.) si parla a proposito della ‘generazione del ‘56′ (quella delle neoavanguardie, di pronunce ’sperimentali’ individualizzate come rosselli, villa, porta, giuseppe guglielmi…), di uno stacco sostanziale dei modelli di riferimento (della poesia occidentale, ora decisamente post-simbolista…): dalla culla simbolista francese o spagnola (e dalle letture così’ orientate della nostra tradizione lirica o degli anglosassoni, eliot, per montale), si passa alla marcata filiazione da tipologie di area anglosassone o angloamericana (non più o non solo eliot ma pound), alla ricerca di ‘interlocutori’ nelle vie in ombra del ‘900 (i futuristi, lucini per sanguineti, i pre-ermetici), ecc.

    credo che questa linea anglosassone sia rimasta e anzi sia ‘rimpolpata’ nelle vicende poetiche contemporanee (tralasciando gli sviluppi ‘autonomi’, ma significativi, della ‘terza generazione’, caproni sereni più in là zanzotto, e dei suoi epigoni e continuatori; e tralasciando pure le esperienze ‘confuse’ dei ‘70, tra parola innamorata e le prime ‘mosse’ di un de angelis o magrelli).

    sino ad arrivare ad oggi, alle voci qui raccolte, mi pare, e oltre (la biagini, ad esempio, è fertile traduttrice di ‘nuova’ poesia nordamericana).

    vedo allora nel rapporto con questo filone della scrittura poetica di ricerca oltre confini, filone terribilmente ignorato dall’editoria e forse dalla stessa critica italiana, un punto su cui ragionare. è certamente un rapporto aggiornato, con uno sguardo alle esperienze in corso, nell’intreccio di ricerche e dialoghi (per es. un numero recente de ‘l’immaginazione’ sulla poesia in quebec, curato proprio da marco); nell’innovazione inevitabile, e da indagare, degli orientamenti espressivi e proprio ‘materici’ coi quali si concepisce idea E pratica di poesia (le installazioni: ‘performance’ visive, visuali?).

    a partire da questo rapporto che relazione si pensa di esperire con quella genealogia di autori italiani (le neoavanguardie, la ‘generazione del ‘56…’) che per primi hanno tentato di squadernare canoni e riferimenti italiani in quella direzione? ma in generale, che relazione si ‘vive’ con le tradizioni, prossime e remote, della poesia italiana (secondo)novecentesca?

    com’è, in concreto, da che solco proviene realmente e che istanze raccoglie, eredita, avanza, lo ’sperimentalismo’ possibile di cui qui si sta parlando? di cosa si sostanzia, come procede questa ‘rilettura’ delle ‘tradizioni’?

    siamo (ancora), schematizzando, ‘fuori’ dal “realismo” (con mille cautele), ‘dentro’ il “postmoderno” (idem)?. in questo, nella autonomia di tanti lavori in corso, è sentito il rischio di un “epigonismo” di fondo (tradizioni che non si rivitalizzano criticamente, ma si ‘ricalcano’)?

    ciao, f.

  34. fabio
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 12:37 | Permalink

    tutto il pezzo centrale del post, insomma, il piano non ‘prescrittivo’ ma ‘orientativo’:

    - modalità di scrittura elencative;
    - il superamento netto del referenzialismo e dei realismi;
    - il cut-up e l’uso della “citazione”;
    -il confronto con l’intero arco delle sperimentazioni nelle arti del secondo Novecento;
    -l’indifferenza verso la cosiddetta questione dell’«io lirico».
    ecc.

    quali ‘modelli’ essenziali dietro queste traiettorie? per ’sbarcare’ oltre oceano si saranno fatti bene i conti ‘in casa’, io credo. quale la consapevolezza critica di non essere (mai) pionieri ma DENTRO le ‘tradizioni’? (con un senso, e qui sottolineo, non solo letterario ma culturale, politico-culturale?)

    e soprattutto: l’indifferenza verso la cosiddetta questione dell’«io lirico» (datata, si dice). questo, mi pare, è un modo marcato di ’scegliere’ una ‘tradizione’, ’scartare’ da altre. secondo me, e ci vorrebbero senz’altro 10 100 post, è uno snodo da riprendere (davvero così datato?).

    e dico tutto ciò nella libera volontà di lettura e di conoscenza (lavoro in corso), anche nella stima per il lavoro autonomo delle voci qui presenti, almeno di quelle che conosco meglio. è solo per capire con chiarezza qualche passaggio, ’stanare’ dal lavoro critico che accompagna la scrittura e la ricerca qualche parola, qualche ‘definizione’, per non averne paura (le ‘tradizioni’ non mentono, nè sono ‘innocenti’).

  35. a.
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 12:50 | Permalink

    Credo che l’unico della neoavanguardia che possa in parte rientrare in questo discorso sia nanni balestrini. Se vogliamo trovare dei riferimenti orienterei lo sguardo verso esperienze più appartate come quelle di giuliano mesa o nanni cagnone. Tenendo sempre presenti villa, spatola, vicinelli. Ma un’occhiata a certa produzione straniera che in italia non ha praticamente corrispettivi (a parte rarissime e parziali eccezioni), anche in quanto “tradizione”, mi pare indispensabile.

    ciao

    a.

  36. mp
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 14:08 | Permalink

    @ andrea raos
    Ovvio che la prima cosa che faccio quando non conosco è cercare in rete. Su àkusma ciò che si trova è ben poco, e tutto molto distante nel tempo, quasi come se questa “rete” non esistesse più o sia ancora tutta da praticare (e il sito non ha alcun contenuto, è pennamente “in costruzione”, e il libro di Metauro, che tra l’altro è introvabile, è di 6 anni fa). Anche tu dici che il Tiresia di Mesa è perfomativo; ma voglio ricordarti che il manifesto di GAMMM afferma il proprio disinteresse per queste operazioni (scrivono: “indifferenza pressoché totale”). Davvero non ci trovi contraddizione? Sulla tua “noia per gli aggettivi” ti dico solo di rileggerti il post: loro hanno usato l’aggettivo “freddo”, non io (scrivono: “installativo, freddo, non performativo”). Io ho reagito col suo contrario. Entrambi assumono, molto evidentemente, un rilievo metaforico. In ogni caso, nel momento in cui escludi il corpo (scrivono: “assenza di autore”, “indifferenza verso lo spettacolo e la poesia spettacolo” …) è ovvio che escludi il pulsante, ciò che vibra, l’oralità sudata e puzzante, il sangue ribollente: il “caldo”, se vuoi. Insomma, forse siamo al di là della semplice aggettivazione … Sì, trovo Cage “freddo”, nel senso che mi pare una ricerca eccessivamente “formale”; in questo senso l’ho contrapposto a Frank Zappa, dove la ricerca formale, che pure c’è ed è immensa, non è disgiunta da un atteggiamento “etico” e, soprattutto, critico-irridente i sensi comuni …

    @ marco (e andrea raos)
    Sulla “utilità” permettetemi: nel momento in cui si dichiara una meta (e nel post viene fatto: “superare il conservatorismo attuale”, come ha scritto Sannelli), non tutte le scelte sono adatte. Quindi: alcune sono utili, altre meno. Ovvio che tutte le scelte sono leggittime, ma non tutte sono “sensate”. Che cos’è il senso se non direzione? Io, dai materiali del sito, ho avuto l’impressione non di una formalizzazione capace di “opporsi” all’omologazione imperante, ma di un mettersi in disparte. Diciamo così: ne ho ricavato la netta impressione di un lavoro prevalentemente sul significante, eludendo del tutto o quasi lo scavo dei significati (e quando lo ravviso, come in alcune parti dell’e-book si sannelli, resto interdetto). Ma questa non è una ricerca monca? E non è proprio un contraddire le premesse? Se io dico di voler andare a Parigi e poi prendo la strada per Palermo, tu che hai ascoltato la mia iniziale volontà sei leggittimato a dirmi che sto facendo una strada “inutile” e poco sensata … Se poi, per caso, non avete intenzione di andare da nessuna parte, allora siamo fuori da ogni senso (e dunque da ogni verità) …
    mp

  37. fabio
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 14:21 | Permalink

    @a

    risposte (genealogie) chiare. grazie, f.

    @mp

    se posso, io sono anche d’accordo con te su certi (molti) rilievi che fai. anch’io, insomma, ho dei ‘dubbi’ su questa ‘costellazione’… ma forse il tuo ‘taglio’ è già parecchio ‘militante’, battagliero (forse perchè conosci il più delle esperienze di cui si sta parlando). provoca, a mio parere, il quiproquo di critiche avvertite invece come frettolose liquidazioni, o stroncature ‘preventive’, cui seguono difese, arretramenti, arroccamenti o rilanci sterili (è un discorso generale). e nulla si rischia di cavare da un discorso, mi sembra, nel quale potenzialmente si possono delineare con chiarezza ‘le forze in campo’, le ‘posizioni’ sul piano della scrittura poetica (discutibili o meno…). per ’stanarle’, in termini chiari… ciao, f.

  38. a.
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 14:32 | Permalink

    fabio, preciso di non essere un gestore del sito, semmai sono un appassionato lettore degli autori in questione e, of course, di tanti altri.

    Aspetto, se dovesse essere il caso, di essere smentito da uno di loro. Il tuo approccio alla questione, seppur critico, mi pare molto onesto, privo dei pregiudizi che altri qui ci elargiscono a piene mani.

    a.

  39. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 15:29 | Permalink

    a. capirai, in un sito nato per ospitare parole che hanno un significato e un peso, in cui una settimana fa si pubblicava un appello per riprendersi Gomorra (libro pesantissimo che rende visibile un’immagine completa e dettagliata della camorra), ci si aspettano parole con un po’ di senso, non il ritorno a trent’anni fa quando i santoni scrivevano pagine in cui non si capiva un cazzo.
    Ma forse è la mia premessa ad essere sbagliata, e questi testi qui vanno benissimo.

  40. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 15:46 | Permalink

    Ecco va’, Carmelo Strano non lo trovo, vi regalo questo frammento che sicuramente non avete letto, viene da “Giuseppe contre les hommes sans visage” un piccolo testo introduttivo di un vecchio catalogo d’arte:

    9. Le massacre.
    (Au fur et à mesure, les têtes volent en èeclates: des confetti et des billets de banque de toutes les tailles et de toutes les couleurs. L’un après l’autre, les membres de l’Organisation se disloquent en bouquets de lumières.

    Le caque rouge: Mon yacht!
    Le masque vert: Mon palais de Venise!
    Le masque noir: Ma collection de tableaux!
    Le masque mauve: Ma gouvernante!
    D’autres: Mon usine de petits pois! Mon commerce de lingerie fine! Ma nièce! etc.
    (Les voix se taisent une à une. Bientôt, il n’y a plus d’Organisation).

    José Pierre, Paris, 14.6.1964

  41. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 16:05 | Permalink

    in rete si attivano sempre queste polemiche. cosa nota.

    si attivano anche commenti come quelli di Fabio, che mi sembrano interessanti e ricchi/produttivi (di domande, più che di affermazioni): e sarà bello dare risposta in questa sede e/o direttamente (postando gli autori) su gammm.

    ora. una nota per le critiche (che comunque sono benvenute; ed è un peccato non disporre di abbastanza tempo per replicare nel dettaglio):

    con gammm abbiamo aperto appena uno spiraglio su un panorama molto vasto da noi stessi in parte (logicamente e umanamente) non tutto esplorato, ancora. se non piace, libertà di dirlo (è stato detto) e di non visitarlo (è stato fatto). tutto ok.

    non è che gli scrittori e le opere i libri le installazioni smetteranno di esistere per via della passione compulsiva per l’insulto o la diffidenza o la bronzea volontà di iperdefinizione e tassonomia che qualcuno nutre. (non tutti i critici, a dire il vero).

    un’immagine. siete sbarcati su un territorio che non conoscete. un tizio si mette lì e comincia a disegnare una mappa. neanche la abbozza, ed ecco arriva un altro e gliela strappa perché non gli piacciono i colori, un secondo personaggio si alza su e dice che tanto si trattava della mappa di un territorio che lui già conosceva (non si sa come). un altro ancora piglia e comincia a urlare, puzzare e sudare, e dice che siccome il paesaggio non urla puzza e suda, è sbagliato e non vale la pena di perderci tempo. una quarta persona osserva i frammenti in terra e li riduce in pezzi ancora più piccoli, imbufalito perché sono (a suo dire) imprecisi e arbitrari.

    sono tutti comportamenti legittimi.

    il territorio - per i fatti suoi - continua a stare là, non mappato, e indifferente. (né questa sua indifferenza è un “atteggiamento”: è un fatto. il territorio è un oggetto, esiste).

    è questa la cosa bella. che i testi e la ricerca continuano/continueranno a esserci. a queste cose ci rivolgiamo, traducendo e scrivendo. chi si pone in ascolto (”àkusma” significa “ciò che si ode”) ascolterà cose talvolta interessanti. lo speriamo. chi non si pone in ascolto o lo fa con intenzioni insultanti, lo fa forse (temo, temiamo) a suo danno, e rendendo difficile o impossibile il dialogo. ma è libero di fare anche questo.

  42. a.
    Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 16:27 | Permalink

    Barbieri, sei preoccupante, ci vorrebbe un esorcismo per liberarti da moresco. chiama milingo o don mazzi, forse possono darti una mano.

    a.

  43. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 17:47 | Permalink

    Caro a. che c’entra José Pierre con Moresco? lo sai solo tu, nella tua testa incomprensibile. Vola in brasile e chiedi l’esorcismo per te, ti agiteranno in faccia un po’ di frasche in faccia e forse tutto passerà. Anche i testi di “Gammm:::”.

  44. Pubblicato 1 Luglio 2006 alle 17:47 | Permalink

    fabio:
    la questioni delle origini e la questione del realismo…

    per le origini, direi che in cinque mettiamo su un canone bello disorganico, anche se, per esempio, nel citato balestrini troviamo credo tutti una specie di terreno comune (ma anche in villa, per dire, rosselli, etc.).
    in verità, però, ti so dire poco: frequento molto michele, un po’ meno marco ed alessandro e, purtroppo, quasi niente massimo. il nostro incontro è stato più uno scambio di gesti/feticci che un confronto come dio comanda.

    quello che ci unisce è sicuramente la curiosità per tutta una serie di cose che ci siamo trovati di fronte, quasi casualmente potrei dire. gli americani sicuramente ed i francesi allo stesso modo. dei ritrovamenti che, in effetti, duplicano quell’incontro gestuale che ci ha messo insieme.

    passando al personale, e facendo dei nomi, ti dico che parto dalla prosa, dalla narrazione e da calvino, soprattutto l’ultimo (dalle città invisibili, per capirci) e che di poesia italiana e non in verità ne ho sempre letta poca. mi sono trovato a ragionare con e su i poeti (almeno alcuni) perché con loro riuscivo a porre/pormi problemi tipo la decostruzione dell’io narrante, la non narratività, l’antireferenzialismo, mentre con i narratori la cosa è sempre molto più difficile (con bellissime eccezioni, per esempio il mitico gigliozzi!).

    scendo così nel personale per arrivare ad un punto che, credo, vale per tutti e cinque: c’è sicuramente (anzi: necessariamente) una questione del rapporto con il canone, la tradizione,il dibattito. però c’è, soprattutto, la questione di alcuni problemi di scrittura (in quanto tali sia etici che estetici) che ti spingono a cercare ovunque degli strumenti per affrontarli. ti fermi, al di là delle genealogie e dei fascini, quando trovi qualcosa che sembra funzionare.
    c’è essenzialmente questo alla base sia del nostro incontro, sia delle scelte nei nostri rapporti con la letteratura italiana e tradizioni come quella americana e francese.

    la questione del realismo la risolvo in poche parole: fuori dal realismo non so, sicuramente lontani ed eccentrici rispetto alla referenzialità.

    per entrambe le questioni, scusa la facilità delle risposte. cerchiamo comunque di portarlo avanti questo discorso.

    miku:
    grande, grande, grande! in italiano ho trovato solo testi 1,2,3 per einaudi. sai se c’è altro? tu saresti in grado di tradurre qualcosa di h. dal tedesco? se sì o se solo hai voglia di farti sentire contattaci al nostro indirizzo yahoo (lo trovi sul blog, qua non lo metto per evitare l’harvesting degli spammer ;-).

    mp:
    come battuta, ti consiglio (sui tragitti per parigi passando da palermo) il testo di jean-michel espitallier tradotto da michele (v. http://gammm.blogsome.com/chap/) ;-)

  45. Andrea Raos
    Pubblicato 2 Luglio 2006 alle 16:16 | Permalink

    mp, potresti per favore scrivermi a ndriacambria @ hotmail.com? Grazie, ciao,

  46. wovoka
    Pubblicato 3 Luglio 2006 alle 11:23 | Permalink

    @marco

    > un’immagine. siete sbarcati su un territorio che non conoscete. un tizio si mette lì e comincia a disegnare una mappa. neanche la abbozza, ed ecco arriva un altro e gliela strappa perché non gli piacciono i colori ..

    veramente io la vedrei così:

    un tizio si mette lì e comincia a disegnare una mappa. neanche la abbozza, ed ecco che si gira verso di te e ti chiede: “ti piace?”, tu gli rispondi “beh, finora mica tanto, ma continua pure …”, lui: “non mi serve il tuo permesso, non sei obbligato a guardare quel che faccio, ed inoltre non ho tempo da perdere con te”.

    Scherzi a parte, se trovo il tempo proverò a essere più preciso. Ciao

  47. Pubblicato 3 Luglio 2006 alle 15:57 | Permalink

    certe equivalenze sono fenomenali! da avanguardia scatenata, direi :-)))

    “beh, finora mica tanto, ma continua pure …” sarebbe l’equivalente dei primi commenti al post?!? maddài.

  48. wovoka
    Pubblicato 3 Luglio 2006 alle 17:22 | Permalink

    Non te la prendere, non è affatto semplice entrare nelle vostre cose.

  49. Pubblicato 3 Luglio 2006 alle 17:25 | Permalink

    Giusto Marco, infatti - per una volta a differenza di Wovo - io la vedrei così:

    Alcuni ragazzi chiedono a Raos (a cui non piace parlare insieme di poesia e installazione e cose simili) di pubblicare il loro manifesto o depliant con uno strano titolo come andava di moda anni fa: “GAMMM:::” (iniziali di Gerardo, Alessandro, Massimo, Marco e Michele, i due punti non so cosa siano…). Raos legge il manifesto e in un primo momento pensa di rispondere ai simpatici ragazzi che il manifesto non manifesta: non ci ha capito una beata mazza di quello che c’è scritto!
    Nonostante questo, essendo un momento noioso, con Barbieri alle porte sempre carico di ortaggi marci da scagliare su NI, si dice: non è manifesto in quanto trattasi di “ricerca”, la ricerca è sempre un po’ oracolare, se non lo fosse avrebbe trovato, dunque non sarebbe più ricerca.
    Quindi pubblica su NI.
    Però rimane il fatto che non si capisce un’acca. Addirittura arriva Sannelli con un saggio portatile in cui si possono leggere cose come: “Lo spettatore meno forte (perché è il meno divino), trasformato in sfidante, diventa spettacolo.” Allora un ingeneroso commentatore (barbieri) sfotte citando Carmelo Strano e un altro più elegante, ma non meno trivellante, scrive “Una nuvola di variabili e costanti, speriamo che passi … “: frase pressoché perfetta che a mio parere dovrebbe indurre autori e postante a un’autocritica.
    Macché. Torna alla carica Racca con un testo sul colore che giuro, nemmeno nel manifesto della Transavanguardia scrivevano così criptico. Probabilmente i cinque (quelli della transavanguardia, si intende) avevano nonostante tutto qualcosa in più da dire e dunque occupavano un livello gerarchicamente superiore del significato.

    Ora la domanda chiave: si è tentato di disegnare una mappa e qualcuno non l’ha capito?
    Mappa la tua sorella! a me pare che Gammm::: sia un dripping inconcludente di parole. E ovviamente mi ribello.
    D’altra parte se NI non vuole critiche, non ha che da chiudere i commenti. Infatti io non voglio, come auspica Giovenale, “ignorare gammm” perché a me GAMMM::: fa incazzare e se mi danno la possibilità lo dico. E se non me la danno, lo dico altrove.

  50. Ubertino Landi
    Pubblicato 3 Luglio 2006 alle 17:30 | Permalink

    @ wovoka

    E’ semplicissimo, invece: basta spogliarsi di ogni idea pregressa (scolastica, canonizzata, museificata) di poesia e osservare l’ “oggetto” nella sua nudità, cercando di identificare e decodificare l’alfabeto in cui comunica la sua singolare alterità. E allora ti accorgi che parla: parla esattamente la libertà dello sguardo che si fa uno con la sua visione.

    p.s.

    Non mi sono fumato niente di particolare prima di scrivere.

  51. wovoka
    Pubblicato 3 Luglio 2006 alle 20:37 | Permalink

    Certo Ubertino, credo si possa fare, credo persino di conoscere il procedimento, ne faccio continuamente uso a livello visivo, funziona, crea nuovi pensieri, all’infinito. E non c’è bisogno neppure, per decontestualizzare, per “straniare” qualcosa, di spostarlo fisicamente, trasformarne l’immagine, assemblarlo: tutto può avvenire “concettualmente”, nella propria mente, magari con qualche piccolo aiuto tecnico, ma rimanendo operazione privata, pulita, per la quale non servono né mediatori né artisti, come Duchamp ci ha ben insegnato. Benché non ci abbia provato con la stessa convinzione, credo possa funzionare bene anche con le parole. Forse anche con i suoni, con l’aiuto di un buon software. Dato un buon livello di scolarizzazione, e sufficiente tempo libero, penso che tutti possano più o meno arrivare ad incarnare questo fantasma dell’ “uomo rinascimentale”: pseudo-artista, pseudo-poeta, pseudo-intellettuale etc. Suppongo che se questo poi riesce a combinarsi con certe abilità ed opportunità sociali, tutti quegli “pseudo” possano persino (ma illusoriamente, per semplice magia sociale [1]) essere fatti cadere, dando luogo ai veri artisti, ai veri poeti, ai veri intellettuali (per questi ultimi lo suppongo, per gli artisti ne sono certo). La faccenda diventa quindi assai spinosa perché tutta questa gente “pseudo” è al tempo stesso il tuo unico vero pubblico ed il tuo potenziale concorrente. Un atteggiamento ambivalente diventa quindi inevitabile, e questa ambivalenza io la intuisco fortemente nelle truci immagini di Sannelli, come nell’impressionante spettacolo che sempre forniscono le bande di poeti (complessi di legittimazione reciproca, veri e propri “gruppi tattici”) nel contendersi i loro asfittici spazi vitali. Io sono convinto che tutti i GAMMM siano gente di valore, credo veramente all’autocertificazione costituita dall’elettività - di Sannelli in particolare mi ha sempre affascinato la prosa densa, poco comprensibile ma proprio per questo quasi sacrale. Ma credo che neanche loro siano in grado di elevarsi al di sopra delle contraddizioni costitutive che sono di tutti: i problemi sociali non sono, (come sarebbe bello ma puramente superstizioso credere) dei problemi di linguaggio, di strutturazione del significante. A me non è piaciuto il “contenitore” GAMMM soprattutto perché non mi è sembrato porsi in maniera limpida, emancipante, di fronte al proprio pubblico, che sembra ricercare disprezzandolo, con una posa tipica dell’avanguardia già ben sviscerata sotto molteplici punti di vista (a me è piaciuta particolarmente la “tenaglia” costituita dalla teoria mimetica di Girard e quella sociologica di Bourdieu). La tentata saldatura dei poeti alla retorica commerciale dell’arte contemporanea (quella delle aste miliardarie, eredità dei Re Mida alla Leo Castelli, c’è stata dietro persino la CIA!) mi disgusta: si abbia il coraggio di esplicitare davvero le condizioni di “appropriazione” delle proprie opere, senza cercare di far credere, del tutto ipocritamente, che basterebbe soltanto un po’ di cuore puro e di orecchio ingenuo!

    [1] Si veda per esempio la giubilazione della pseudo-artista (da un punto di vista strettamente pittorico) Patrizia Bianchi, attraverso una soffertissima certificazione ISO-9000 della sua anima da parte della premiata agenzia Sannelli. Tutti possono vedere come in quegli elaborati non ci sia “differenziazione” alcuna, ma ovviamente basta invocare Duchamp: quella sofisticata proiezione di significati che può avvenire sopra scolabottiglie, rami secchi, sacchi di rifiuti, pecore sfracellate eccetera può ovviamente funzionare anche su immagini senz’arte, purché abbiano “parte”.

  52. fabio
    Pubblicato 3 Luglio 2006 alle 20:54 | Permalink

    cavolo, wovoka, figlio di tavibo: argomentzioni serrate, allusioni mirate. ce ne sarebbe di cui rispondere (non difendersi, ma ragionare replicando)…

    solo:

    ‘con una posa tipica dell’avanguardia già ben sviscerata sotto molteplici punti di vista (a me è piaciuta particolarmente la “tenaglia” costituita dalla teoria mimetica di Girard e quella sociologica di Bourdieu)’.

    puoi chiarire e ‘distendere’? graszie, f.

  53. Pubblicato 3 Luglio 2006 alle 21:55 | Permalink

    ottimo. la lettura sequenziale dei commenti credo dia - a questo punto della storia - un quadro chiaro delle differenze di posizione e stile tra coloro che propongono siti come gammm e coloro che li insultano. grazie a tutti.

  54. Ubertino Landi
    Pubblicato 3 Luglio 2006 alle 21:56 | Permalink

    Il tuo intervento, caro wovoka, è di quelli che si preferirebbe leggere con maggior frequenza: critico, anche pungente in certe allusioni (ma su queste non riesco a seguirti, perché credo di non aver ben chiaro del tutto l’oggetto del contendere), ma giocato sul filo di un pensiero e di una riflessione stringenti, ancorché criticabili, come tutto del resto.

    Mi piace il tuo richiamo alla “criptopoieticità latente” in ogni uomo, di stampo rinascimentale, anche se, in questo caso, credo finisca per sfiorare soltanto il bersaglio: nel senso che lo “spazio evocato”, e sotteso all’operazione, non è una pura e semplice dimensione verbale, estemporanea, ma è la risultante di un elaborato percorso di definizione concettuale, tutto teso (a quanto capisco, e da quello che i testi letti mi lasciano intuire) a circoscrivere non un territorio a forte identità elitaria, ma una “possibilità”, un itinerario di ricerca non canonizzato, né tantomeno canonizzabile - stanti gli strumenti critici attualmente utilizzati, e acriticamente applicati anche a “realtà” per loro natura assolutamente refrattarie a quelle griglie interpretative. Ciò mi porta a credere, e ne sono convinto, che parlare di avanguardia, trans o post che dir si voglia, sia un falso problema: basterebbe, per sgombrare il campo da equivoci del genere, il lavoro di scrittura, e sulla scrittura, portato avanti da Giovenale, tanto per fare un esempio: un’operazione di “attraversamento” consapevole, fuori quadro, ai margini e sui margini, che, a mio modo di vedere, avrebbe dovuto costringere chi di dovere (la critica? ma in Italia esiste ancora, è ancora capace di definire nuovi statuti, nuovi codici interpretativi, quando si imbatte in oggetti “altri” che non riesce in nessun modo a far rientrare nei suoi schemi canonizzati dalla tradizione?) - a ridefinirsi in funzione di un’alterità dichiarata, fin dalle premesse e dai primi tentativi.

    Ecco allora che la “chiusura”, che tu e qualche altro commentatore denunciate, non è verso il “pubblico”, verso il lettore o il frequentatore di quegli spazi (al quale si negherebbe l’accesso facendo ricorso a una “oscurità” programmatica, o alla riduzione degli spazi poetici a pura esibizione delle infinite possibilità/virtualità di una parola ridotta a puro significante: qui, e solo qui, potrebbe cadere un’eventuale “accusa” (?) di sperimentalismo veteroavanguardistico) - ma è diretta all’istituto stesso del fare poesia, dal punto di vista “pratico” ed ermeneutico. Se ciò non fosse (e il loro mi sembra, anche, un implicito atto di denuncia delle politiche culturali dominanti) tu avresti già, nella pratica reale e non a livello di proiezione e di sogno ad occhi aperti, strumenti capaci di avvicinare, di leggere, smembrare, sezionare e analizzare un oggetto “alieno”, quale è l’opera tutta di Sannelli, ad esempio: cioè, piaccia o meno, uno dei pochissimi “manufatti” veramente notevoli, da tutti i punti di vista, che questo paese di anime belle e di masturbatores grillorum delle lettere abbia prodotto negli ultimi dieci/quindici anni. Ma la grandezza, si sa, fa paura: ed è molto facile lavarsi scientemente le mani rifugiandosi dietro termini quali “freddezza”, “oscurità”, “tensione sacrificale”: che non sono, e non saranno mai categorie interpretative, perché, nel campo dell’arte, e della poesia in particolare, non significano niente.

    Io credo che il progetto GAMMM sia un’ipotesi che, nella sua solo apparente autoreferenzialità, si spende in un’operazione finalizzata a minare l’intero “edificio” dalle fondamenta, partendo dal basso: visto che ogni tentativo di “ristrutturazione” (ciò che l’avanguardia è stato: non più di questo) è miseramente fallito. Forse sbaglio, ma, in ogni caso, prima della critica (preconcetta, in molti interventi), preferisco il silenzio dell’attesa e dell’osservazione delle produzioni che metteranno in campo.

  55. fabio
    Pubblicato 3 Luglio 2006 alle 22:33 | Permalink

    @ugolino

    ‘la critica? ma in Italia esiste ancora, è ancora capace di definire nuovi statuti, nuovi codici interpretativi, quando si imbatte in oggetti “altri” che non riesce in nessun modo a far rientrare nei suoi schemi canonizzati dalla tradizione?’

    è compito (anche) dei poeti, specie se ‘innovatori’ o ’sperimentali’ (figli, a quanto pare, di nessuno sperimentalismo: quindi ‘orfani’ di tradizioni, ai margini dei canoni: che non è lo stessa cosa, a vedere bene), è loro anche il compito di costruire una discorso critico-teorico chiaro, serrato, permeabile alle critiche (chè di queste parlo, non di insulti, quelli sì, para-avanguardistici), ma impermeabile alle ‘ambiguità’ o ai dubbi; una critica poetologica (ma non solo), che accompagni il lavoro di scrittura (sto parlando in generale).

    come dei ’saggi-sassata’, credo: laddove se la ‘critica’ ritardataria arranca o sguscia via, se non lo fa per malafede, almeno non conserva l’alibi del ‘disorientamento’ (perchè dall’altra parte poca chiarezza s’è fatta, e dunque nisba).

    oltre a questo, come dici tu, lavoro in corso. e sia (anche della critica…). (buon lavoro), f.

  56. Pubblicato 3 Luglio 2006 alle 23:29 | Permalink

    grazie degli interventi espressi in correttezza (critici o meno). il thanx to all era sincero, verso i contributi anche affilati ma rispettosi. intendeva in parallelo dire che la scrittura dichiara se stessa. produce talvolta alcune evidenze.

    chi emette insulti si insulta, innanzitutto (e pubblicamente, poi). (gli altri due errori che commette sono 1, pensare che ciò non sia evidente; 2, illudersi che ai lettori non appaia lampante la sensatezza del “non raccogliere le provocazioni”).
    *
    mi auguro che proseguendo nel suo percorso gammm sappia far tesoro delle note, degli appunti, dei suggerimenti; articolando proposte analitiche e saggistiche, per affiancare di volta in volta (nel tempo) il versante di poesie prose e immagini, che comunque rimarrà predominante.

  57. Ubertino Landi
    Pubblicato 3 Luglio 2006 alle 23:38 | Permalink

    @ Fabio

    Ma chi è questo ugolino? se è a me che ti rivolgi, come mi sembra, il mio nome è Ubertino (la mamma ci tiene tanto, sai).

    Comunque, caro, mi sembra di aver detto proprio quello che tu sintetizzi con meno dispendio di righe. Quando parlavo di progetto globale, o lo lasciavo intuire, facevo riferimento anche al loro discorso critico-teorico (Giovenale, che non ho citato a caso, lo fa da sempre).

    Good (and holy) night.

  58. temperanza
    Pubblicato 4 Luglio 2006 alle 00:54 | Permalink

    “Difficilismo”: malattia infantile molto contagiosa ma non mortale, di carattere pandemico nei territori italici.

  59. Ubertino Landi
    Pubblicato 4 Luglio 2006 alle 01:37 | Permalink

    Temp, una domanda prima di andare a nanna, se no la mamma mi sgrida: ma per te Sannelli è “difficile”? è affetto da “difficilismo”? Per me è il poeta più “limpido”, lineare e chiaro che abbia letto negli ultimi anni. Dimmi, sono grave? Ti leggerò domani, così saprò anche se devo ricoverarmi subito o si tratta di un malanno passeggero. ;-)

  60. a.b.
    Pubblicato 4 Luglio 2006 alle 09:22 | Permalink

    Caro Marco, l’unico insulto che c’è in questo colonnino è rivolto a me
    “Barbieri, sei preoccupante, ci vorrebbe un esorcismo per liberarti da moresco. chiama milingo o don mazzi, forse possono darti una mano.
    a.”
    e magari questo “a.” lo conosci pure.

  61. Marco
    Pubblicato 4 Luglio 2006 alle 10:45 | Permalink

    i lettori di questa serie di commenti non hanno bisogno di altre didascalie.

  62. Marco
    Pubblicato 4 Luglio 2006 alle 10:47 | Permalink

    completo la frase (è partito un clic prima di completarla): i lettori di questa serie di commenti non hanno bisogno di altre didascalie per capire chi insulta chi. basta semplicemente leggere tutto in sequenza.

  63. a.b.
    Pubblicato 4 Luglio 2006 alle 11:46 | Permalink

    Vedi Marco, un insulto è un’offesa grave espressa con parole o comportamenti ingiuriosi, sprezzanti e sim.
    Se io la butto sul comico e sull’ironia, magari più piccante di temperanza che parla di difficilismo o Wovo che parla di nuvola di variabili e costanti, non significa che le mie parole siano ingiuriose, sprezzanti ecc: sono ironiche verso i testi per motivi definiti (che avete capito benissimo), ma proprio perché i motivi sono definiti non si tratta di disprezzo, si tratta di critica, anche cattivella, che non rivolgo alla persona.
    Mentre scrivere
    “Barbieri, sei preoccupante, ci vorrebbe un esorcismo per liberarti da moresco. chiama milingo o don mazzi, forse possono darti una mano.
    a.”
    sì che è disprezzare e forse addirittura ingiuriare la persona.

    Ora io potrei anche esprimere critiche al testo che non abbiano nemmeno un velo di ironia, che siano “oggettive” e “impersonali” come quelle che apprezzi nell’ultimo Wovo. Ma penso che buttarla un po’ sul comico, anche sulla caricatura, sia utile quando dall’altra parte c’è un atteggiamento ieratico-difficilista. Questa è la mia idea, e se vuoi la puoi smontare. Smontarla non vuol dire battezzarla come insulto a te o altri.

  64. temperanza
    Pubblicato 4 Luglio 2006 alle 11:48 | Permalink

    Caro @Ubertino Landi

    letti i commenti la frase s’è formata da sola, è uscita con prepotenza, urgente e insopprimibile.

    E’ uscita qui, ma poteva uscire anche in altre strisce, su questo ti do ragione.

    Noto solo, molto in generale, che quanto più l’intellettuale è giovane e le sue labbruzze sanno ancora del latte dei sacri testi, tanto più opaca e confusa appare la sua argomentazione, poi, con l’andar del tempo, la memoria si appanna e la mente, godendo di maggior spazio, comincia a svilupparsi e a ragionare in modo più limpido.
    Si è nella fase calante della malattia, poco ancora e il giovane sarà guarito, e non ci saranno neppure conseguenze.

    Certo, alcuni non guariscono mai, il permanere della malattia era diffuso (ma come ho detto, mai mortale) soprattutto nei decenni passati, in parte perché si trattava di malattia sociale, in parte perché alcuni, dotati di minor talento dei davvero grandi, si erano accorti che era un modo per restare a galla, le frasi vuote infatti, ma ben sigillate e strette intorno alla vita dell’intellettuale, fungevano da minuscoli galleggianti nello spazio letterario.

    Ma tutto questo, sia ben chiaro, in generale, sannelli ad esempio non lo conosco.

  65. Andrea Raos
    Pubblicato 4 Luglio 2006 alle 11:59 | Permalink

    “sannelli ad esempio non lo conosco.”

    e ci perdi molto, credimi.

  66. Ubertino Landi
    Pubblicato 4 Luglio 2006 alle 12:08 | Permalink

    @ Temperanza

    Grazie per la risposta: breve, succinta, ma sicuramente corposa: mi piace in particolare la descrizione dell’affiorare e del decorso della malattia: vedrò, nel caso, se anch’io, con le mie note, rientro almeno nel referto sintomatologico. A miglior rendere (cioè: quello che segue:)

    : “Sannelli ad esempio non lo conosco”:

    e ci perdi moltissimo, credimi.

    (cfr. Raos, con rafforzativo)

  67. temperanza
    Pubblicato 4 Luglio 2006 alle 14:01 | Permalink

    E vuol dire che lo conoscerò, sia chiaro che dire “non conosco Sannelli” non ha niente di provocatorio nei confronti di Sannelli, oltre a Sannelli ce ne sono molti altri che non conosco, i poeti sono tanti, sono un povero essere umano, ho i miei tempi.

    Posso fare un OT?

    Nessuno ha parlato dunque immagino di sì.

    Mi è capitato qui di commentare i post, come tutti, a volte con un tono acidino (insultante mai) ma soprattutto ho commentato i commenti, perché chi scrive un testo che viene postato ha molte migliori ragioni di chi commenta, ha lavorato (immagino) ci ha messo del suo, si è esposto, e spesso si ritrova stretto tra due tenaglie deprimenti, gli insulti di una schiera di minus habentes che non articolano (me li sono presi anch’io) e il plauso ridicolo degli amici. Ma un commento argomentato, anche severo ma argomentato, non chilometrico, comprensibile e dunque rispettoso dell’altro, aperto e non, come vedo spesso, ammiccante a un microgruppetto di riferimento anche nascente, anche momentaneo, lo si vede di rado.

    Questo mi deprime e mi viene da pensare che la rete faccia più male che bene, anche a me. Che non tiri fuori il lato migliore. Cosa mi ha portato questa ormai quasi biennale frequentazione? Ho detto cose utili e intelligenti? Ho i miei dubbi. E se non lo ho fatto perché diavolo ho perso il mio tempo? Ho conosciuto persone che valesse la pena frequentare, che avrei volentieri frequentato anche fuori? Be’ sì, tre o quattro. Ma la grandissima maggioranza ha un ego che in confronto quello della rana che voleva essere bue è invisibile, un’ ignoranza e un’ approssimazione e una cecità di fronte alla propria ignoranza e approssimazione così imbarazzanti che non val nemmeno la pena commentarle.

    Sono stata severamente criticata l’altra sera, da gente che mi ha detto “in rete non si va”. L’ho difesa, ovviamente, perché sono curiosa e mi piace sperimentare, ma mi sto chiedendo se hanno torto, e questa critica radicale degli amici unita al mio stesso disagio, mi spinge a interrogarmi sull’utilità dei commenti.

    Lo spiritoso che adesso risponderà “allora non commentare” vorrei disinnescarlo già ora.