Di-mostrare l’orrore

17 gennaio 2009
Pubblicato da

di Gianni Biondillo

Ci sto pensando da alcuni giorni – dopo aver seguito la discussione a questo post – non ho il modo di articolare come vorrei, ma ora che trovo il tempo scrivo quanto meno questi appunti di getto.
C’è come una evidenza basica: le fotografie di guerra, la guerra, la mostrano. Il ’900 esiste nella nostra coscienza come un macigno perché esiste un numero sterminato di fonti visive -filmati, fotografie- che travalicano le fonti orali o scritte. Dirlo, raccontarlo, descriverlo, non è come vederlo. Certo, esiste una retorica dell’immagine. Certo esiste un uso propagandistico delle fotografie. Ma le foto sono lì. Si vedono. Io le ho viste tutte e le vorrò vedere ancora.

Perché la Turchia non può negare i morti del genocidio armeno. Si vedono.


Perché se abbiamo visione dell’orrore di Aushwitz lo dobbiamo a queste foto. Quelle che mi hanno riempito di sgomento quando le ho viste da ragazzo. Quella evidenza basica che nessun negazionista può frantumare con le sue deliranti congetture.


Perché a Dresda, dichiarata “città aperta”, c’erano persone, innanzitutto, prima ancora che il barocco del nord.


Perché i bimbi piangono nello stesso modo, pure a Hiroshima. I bimbi piangono in tutte le guerre. E muoiono.

E fuggono, si disperano. Come nel Vietnam.

Sono persone che muoiono, non nemici. Queste foto toccano davvero la coscienza. Almeno: la mia la toccano. Di-mostrano la guerra, nella sua prevaricazione fattiva, non come elegante strategia di generali che muovono le pedine del risiko. È sangue e carne la guerra. È oscena, la guerra.
Le fotografie, in realtà, edulcorano l’oscenità. La impacchettano in uno scatto. Persino il voyerismo implicito (qualcuno dice pornografico) di questi scatti è nulla di fronte all’assurdo. Noi non siamo lì.

Non siamo a My Lai, il 16 marzo del 1968

Non siamo in Ruanda

Non siamo a Srebrenica

Eppure troviamo insostenibile questa accozzaglia di pixel colorati. Sono vaghi riflessi, piccoli abbagli, in confronto alla massa infuocate del sole, eppure ci accecano.
Perché chi prevarica, in una guerra, chi ne accetta la logica, chi ne fa una fede, deve oscurare la verità. Perché è oscena. Acceca.
Però è più difficile scrivere la storia, per i vincitori, con questi documenti. Ed infatti i vincitori, prima di tutto, vogliono che questi documenti non si vedano. Che i testimoni tacciano. E se non tacciono si uccidono come Anna Politkovskaja.
Infatti le foto della Cecenia non volevano farcele vedere.

E il regime di Saddam poteva gasare le popolazioni curde, tanto non le vedevamo.

Perché nessuno, oggi, per strada, rimugina sulla clamorosa bugia mediatica delle armi di distruzione di massa (che non c’erano) in Irak come giustificazione di una guerra. E chi stava con Bush può persino trovare un modo, a parole, per giustificare, strategicamente, come col risiko, la sua scelta. Ma tutti hanno visto questa foto. E come puoi giustificare la tortura, quando la vedi?

Come puoi “strategicamente” giustificare questa foto?

Qualcuno ha detto che i morti vanno rispettati. Io penso che i vivi debbano essere rispettati. Bisogna che nessuno cada vittima di una guerra, e la basica evidenza di una foto può muovere più di articolati discorsi (sono retorico? Forse. Forse avrei dovuto semplicemente mettere in sequenza tutte queste foto. Punto.)
Ché, per dirla con Roberto Saviano, la morte fa schifo. Ma non raccontarla, la guerra, non mostrarla, fa ancora più schifo. Come la guerra che abbiamo combattuto a casa nostra, che combattiamo.

La guerra mafiosa.

La guerra camorrista.

Io le ho viste tutte le foto. Siamo tutti testimoni, non possiamo più tirarci indietro.

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51 Responses to Di-mostrare l’orrore

  1. stalker il 17 gennaio 2009 alle 09:29

    Io non sono contraria alle foto, credo anzi che sia giusto mostrare gli orrori, credo che le foto siano una testimonianza diretta ed inequivocabile. Certo si inorridisce guardandole, e guardandole abbiamo capito fino in fondo gli orrori delle guerre, di tutte le guerre, anche delle guerre di mafia, guardando le foto di Letizia Battaglia. Con le foto nessuno ha più potuto dire: non è vero!

    La foto in questione, la foto delle polemiche, però, continua a disturbarmi.
    L’ho guardata a lungo e c’erara sempre qualcosa, nella sua “perfezione” che distoglieva la mia attenzione.
    La maggior parte delle foto che hanno raccontato la guerra, che sono passate alla storia, sono dirette, momenti colti, attimi fermati che hanno contribuito ad una memoria storica, come la bambina vietnamita, forse quella foto ha addirittura invertito la storia.
    Questa foto invece sembra una deposizione, sembra preparata, ricostruita. Come quando si riveste il morto con il vestito buono, questo bambino sembra ricomposto ad uso dell’obiettivo del fotografo.
    È una mia sensazione, che continua a disturbarmi, che disturba il racconto di questa foto, e me la fa apparire strumentale, la depotenzia. Se fosse così saremmo nella pornografia.
    Sensazioni…

  2. stalker il 17 gennaio 2009 alle 09:30

    *c’era

  3. agata il 17 gennaio 2009 alle 10:05

    grazie a biondillo per il suo intervento sull’importanza della testimonianza. altrimenti la storia può essere cancellata e riscritta a vantaggio di chi nega l’accesso ai testimoni. qualche volta anche in presenza di foto che testimoniano eventi tragici a essere negata è la possibilità di mostrarle. In Italia, da fotoreporter si fa fatica a vendere un servizio sul Ruanda. a chi interessa? dicono i direttori dei giornali.
    consiglio il sito di un bravissimo fotoreporter italiano: http://www.liviosenigalliesi.com

  4. andrea - micronarrativa il 17 gennaio 2009 alle 10:08

    Una delle foto del massacro di Srebrenica, con una donna impiccatasi a un albero pur di sfuggire allo stupro sistematico operato dalle milizie serbe, mi gelò il sangue.

    Oggi siamo invasi da una marea quotidiana di stimoli visivi, e forse, purtroppo, le foto di guerra hanno meno impatto che ai tempi del Vietnam.

  5. véronique vergé il 17 gennaio 2009 alle 10:59

    Désolé, Gianni, sono passata a tutta velocità: non posso guardare. Lo so che ho torto, ma sono nell’incapacità. Saluto il coraggio del fotografo che entra nell’orrore della guerra, e scatta l’impossibile da pensare. Cio che non voglio vedere eppure esiste là.

  6. georgia il 17 gennaio 2009 alle 11:33

    Questa foto invece sembra una deposizione, sembra preparata, ricostruita. Come quando si riveste il morto con il vestito buono, questo bambino sembra ricomposto ad uso dell’obiettivo del fotografo

    Il difetto della foto nel post è solo di averla postata senza indicazioni, è quello di non averci messo sotto che è una foto documentaria. Non è fatta da un fotografo, ma da chi sta documentando i crimini di guerra, chi la scatta può essere chiunque e raramente è un fotografo professionista (a differenza di altre foto di guerra). Foto come quella sono foto che in periodi normali vengono fatte all’obitorio da un fotografo legale, a Gaza vengono fatte ovunque e da chiunque.

    sembra preparata, ricostruita. Come quando si riveste il morto con il vestito buono, questo bambino sembra ricomposto ad uso dell’obiettivo del fotografo

    Questo bambino è esposto all’obbiettivo, le sue ferite sono esposte all’obbiettivo, è questo che ti da noia, perchè il tuo occhio è educato dalla fotografia preparata, presa dall’occhio esperto del fotografo, ecc. non a quella scientifica e per fini non estetici. Il bambino non è ricomposto ad uso della fotografia, al contrario, è la ferita che viene esposta alla documentazione, ed è proprio questa esposizione fine a se stessa, che a te da noia. Riflettici. Infatti queste non sono foto fatte per vedere ma per documentare.
    geo

  7. franz krauspenhaar il 17 gennaio 2009 alle 13:38

    Sì, è vero. Ciò non toglie che è disturbante.

    Bel pezzo di Gianni, per nulla retorico.

  8. simona baldanzi il 17 gennaio 2009 alle 14:32

    la guerra fa schifo e quindi le foto fanno male, ripugnano, addolorano, colpiscono e per questo è umano che le rifiutiamo. testimoniano, giusto, come dice Biondillo. e dopo si deve, secondo me, fare un passaggio successivo altrimenti rimangono foto di orrore e di impotenza. e quindi fanno ancora più male.
    so che è un altra cosa, so che si parla di un’altra storia, però i fatti di Genova ce lo hanno dimostrato. abbiamo filmato ogni istante, ogni traccia di sangue, quel corpo accasciato a terra, nella pozza di sangue lo abbiamo visto in diverse foto e particolari e propsettive. pure le pistole, pure tutte le violenze per le strade, nella scuola, ancora le foto, i video. ci hanno fatto male. mai avvenimento fu così “mediaticamente” testimone, in Italia. eppure, poi, come è andata a finire? testimoni terrorizzati, in tanti ci siamo ritirati, sconvolti da quanto avvenuto, lasciando soli quei pochi che hanno portato avanti i processi (supporto legale e pochi altri).
    a tutto questo deve seguire l’indignazione, non la negazione, nascondendosi dietro all’orrore. chiudo gli occhi perchè non sopporto. nessuno sopporta queste visioni. io comincio a non sopportare chi pur essendo testimone non si indigna e non vuole sbloccare l’indifferenza o l’informazione.

  9. macondo il 17 gennaio 2009 alle 14:52

    L’esposizione del nostro sguardo a quelle (e ad altre) foto di cadaveri uccisi dalle guerre o da altre forme di violenza barbara da parte dei potenti, e la sua durata, è questione di sensibilità personale. Cmq io credo sia utile fare violenza a noi stessi, e guardare con sofferenza quelle foto, per vedere anche nei dettagli ciò che facciamo, o che altri fanno, magari nostri vicini a un fast food o a un concerto, nel corso della nostra permanenza su questa terra. Rivendico l’utilità di quelle (e di altre) foto, se esse ci fanno dire basta alle guerre.

  10. l. tedoldi il 17 gennaio 2009 alle 15:58

    L’iconofilia della nostra società vince perfino la grande industria della rimozione del dolore e della morte, sconfigge la propaganda che separa la morte dalla guerra. Quando Saddam fu ucciso Bush dichiarò Missione compiuta e basta. Dovette aggiungere giustificazioni quando trapelarono le immagini dell’impiccagione. Il j’accuse esplicito delle foto dell’orrore costringe a rendere ragione dell’evento. Dunque, per fortuna che ci sono. Però:

    La fotografia di un bambino ferito può provocare appelli alla pace o esagitati inviti alla vendetta. Non è eloquente, non dice a tutti la stessa cosa. Non è vero che certe immagini parlano da sole. L’occhio dell’obiettivo fotografico non è incorruttibile, come invece credeva l’Ernst Friedrich dell’agghiacciante Guerra alla guerra! L’osceno del dolore, una volta svelato, ha bisogno di cura.

    Le fotografie di guerra scuotono. Tirano pugni nello stomaco. Schiaffi sulle guance arrossate dalle lampade del privilegio. E non arrossite per il pudore di non meritarlo. Ma lo shock stesso è diventato un luogo comune! Il sangue è in prima pagina da più di un secolo. La vista è il senso della distanza; l’abitudine alle immagini di atrocità non ci rende capaci di affrontare le esperienze atroci. Anzi, la tele-esperienza può permettere la riduzione alla compassione o allo sdegno. Non esiste solo una retorica dell’immagine, esiste anche un galateo delle reazioni di chi assiste, un fast food della commozione che costruisce un falso noi. Che cosa manca ad una cultura spettatoriale, della sensibilizzazione e della mera risposta emotiva? Cosa deve fare per maturare e diventare una cultura dell’empatia e della partecipazione?

    Le fotografie congelano il tempo e annullano il prima. La profondità storica è esclusa. L’indagine delle origini e delle cause, dell’intenzionalità del fotografo e di ciò che l’inquadratura esclude è un necessario elemento della critica delle fonti. Solo lo storico può salvare le fotografie dalla manipolazione e soprattutto dall’afasia inerme. Ma anche lo storico è solo.
    Le foto “sono lì”. Il problema è quello che c’è intorno.

  11. girolamo il 17 gennaio 2009 alle 18:13

    @ Gianni
    Purtroppo la Turchia quelle foto le nega. Facendo un giro in rete troverai molti più siti negazionisti, sul genocidio degli armeni. Troverai addirittura dei siti nei quali le vittime sono descritte come Turchi vittime dei pogrom armeni.
    Purtroppo (uno di nuovo questa parola) la documentazione dell’orrore è una necessità: i bambini sono gli unici esseri umani non suscettibili di essere etichettati come “miliziani”.

  12. Annichilito Morgillo Annichilito il 17 gennaio 2009 alle 18:29

    Poverini, sono tutti nati ieri, nevvero?

  13. jan il 17 gennaio 2009 alle 18:31

    @ georgia che scrive:

    è una foto documentaria. Non è fatta da un fotografo, ma da chi sta documentando i crimini di guerra, chi la scatta può essere chiunque e raramente è un fotografo professionista (a differenza di altre foto di guerra). Foto come quella sono foto che in periodi normali vengono fatte all’obitorio da un fotografo legale, a Gaza vengono fatte ovunque e da chiunque.

    Sottoscrivo in pieno.

    Ho parlato con un amico medico che ha esperienza di medicina legale ed ha visto la foto del bambino palestinese ucciso dall’esercito israeliano, insieme a molte altre che arrivano dalla striscia di Gaza. Mi ha detto che sono in genere di qualità sufficiente per stilare un primo referto, almeno per le ferite visibili di arma da fuoco, schegge di granata, schiacciamenti e ustioni. Le lesioni da armi non convenzionali (fosforo, agenti chimici, ogive mutilanti DIME) sono invece molto difficili da riconoscere (partendo solo da una foto) per via della mancanza di esperienza medica di guerra da parte dei nostri medici legali.

    Sarebbe interessante farla, questa analisi medicolegale, con il materiale che c’è.

  14. Annichilito Morgillo Annichilito il 17 gennaio 2009 alle 18:36

    Sarà che sono cresciuto a pane ed Egon Schiele, per dirne uno, ma alcune foto riproposte da Biondillo le trovo intense e drammatiche. Bellissime. Perturbanti. Questo forse mi fa orrore.

    Georgia, scriva, per sbaglio, qualcosa di vero. Io vero. Tu falZa.

  15. Annichilito Morgillo Annichilito il 17 gennaio 2009 alle 18:43

    Jan, circa la foto di cui stai ancora questionando… Tutti sono messi grottescamente in posa. A me non devi di certo insegnare come guardare qualcosa.

    Le foto più significative e rivelatorie sono sempre state fatte, per sbaglio, da fotografi non professionisti. Questa morbosità di Georgia sullo scatto autoriale è ridicola.

  16. jan il 17 gennaio 2009 alle 18:51

    @Gianni: ci ho pensato a lungo e credo che a questo articolo manchi il passaggio con il bambino di Gaza.

  17. jan reister il 17 gennaio 2009 alle 18:56

    @ Morgillo: ti invito ad adottare modi più sobri.

  18. Tino S. Fila il 17 gennaio 2009 alle 19:02

    questo post, da solo, spazza via la tonnellata di oscenità, in forma di commenti fideistico-masturbatori, che qualcuno ha sparso a piene mani in vari colonnini rovesciando le pattumiere delle sagrestie e delle portinerie

  19. Annichilito Morgillo Annichilito il 17 gennaio 2009 alle 19:11

    Jan, io non sono un tipo sobrio. Mi spiace.

  20. stalker il 17 gennaio 2009 alle 19:33

    @georgia

    “Il bambino non è ricomposto ad uso della fotografia, al contrario, è la ferita che viene esposta alla documentazione, ed è proprio questa esposizione fine a se stessa, che a te da noia. Riflettici.”

    georgia, ti assicuro che ho riflettuto a lungo prima di scrivere, poi magari ho scritto di getto.

    ti vorrei solo far notare che non ho assolutamente parlato di “noia”, la guerra, qualsiasi guerra, non può provocare noie.
    non è questo quello che sento e che provo.

    per il resto pezzo molto forte che condivido

    “la morte fa schifo”

  21. vito il 17 gennaio 2009 alle 19:34

    @ I. Tedoldi… condivido in pieno quello che dici. Le foto sono una sorta di memoria collettiva difficile e, in alcuni casi, addirittura ermetica… hanno bisogno della storia per essere comprese. A volte, tuttavia, siamo noi a non avere bisogno della storia perchè la storia è il racconto che non si giudica, ma si cerca di indagare e ricostruire e comprendere, sul quale non si non può fare il processo, ad esempio… pensavo, allora, al ragazzo nero pestato dal vigile urbano razzista che conserva sul pc il ricordo del pestaggio, come un trofeo di guerra. La contestualizziamo quella foto? o chiediamo alla giustizia di intervenire?

  22. giuseppe rizzo il 17 gennaio 2009 alle 23:46

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  23. lorenzo carlucci il 18 gennaio 2009 alle 10:30

    reagisco alla sola frase che ho letto di questo post, me ne scuso in anticipo:

    “Perché la Turchia non può negare i morti del genocidio armeno. Si vedono.” [seguono due foto]

    mi chiedo: come si fa a scrivere una cosa così, quando è noto che è vero il contrario? ossia che di fatto la Turchia può negare, perché nega, che in Armenia sia avvenuto un genocidio? perché una foto in cui si conti distintamente un milione e mezzo di morti non esiste. e perché anche se esistesse niente in essa indicherebbe che i morti sono morti per mano turca, né quando. se la Turchia riconoscerà un genocidio armeno, lo farà per motivi politici. in questi meccanismi politici l’uso delle fotografie rientrano soltanto al livello più basso, quello della demagogia. insomma come fa chi scrive a non accorgersi che con questa frase e l’ostensione delle foto sta “di-mostrando” proprio il contrario della tesi che vorrebbe sostenere?
    spero che qualcuno me lo spieghi senza invocare sagrestie e portinerie.

    lorenzo carlucci

  24. gianni biondillo il 18 gennaio 2009 alle 10:49

    Jan dice: “ci ho pensato a lungo e credo che a questo articolo manchi il passaggio con il bambino di Gaza.”
    Ma è proprio da lì che sono partito, come da link a inizio post. Quella è la “foto implicita”.
    Morgillo anch’io, come molti altri qui, sono cresciuto a pane e Schiele, ma i gridolini entusiastici su queste foto, scusami, proprio non riesco a farli.

  25. gianni biondillo il 18 gennaio 2009 alle 11:24

    Lorenzo Carlucci,
    la Turchia (in quanto nazione “vincitrice”) nega per ragioni politiche: riscrive, a suo uso e consumo, la sua storia. Ma la Storia non nega quel genicidio. E le foto fanno parte delle prove documentarie che lo dimostrano. La politica turca potrà pure dirmi che il genocidio non c’è mai stato. Ma io so che è l’esatto contrario.
    In merito alla questione, e rifacendomi al commento di Girolamo, aggiungo (spero non se ne dispiaccia) qui una sua email che mi ha spedito stamane:

    caro gianni, magari la conosci già, ma te lo mando comunque: è una ricerca sul negazionismo anti-armeno. È pubblicato su una rivista ebraica francese che ha spesso mostrato una meritoria attenzione al genocidio armeno, cercando di istituire una reazione di solidarietà tra vittime. In questi giorni ce n’è bisogno.

    http://www.phdn.org/armenocide/internet/

  26. maria v il 18 gennaio 2009 alle 14:50

    Scusate, a proposito del genocidio armeno, ho letto questo articolo sull’ultimo numero dell’Internazionale che mi sembra lasciare qualche spiraglio e offrire conferme all’articolo di Gianni Biondillo:

    LA MEMORIA DEI TURCHI
    Quattro intellettuali turchi hanno lanciato un appello per chiedere perdono agli armeni per il genocidio del 1915. Uno dei promotori spiega l’iniziativa. (Risponde un editorialista contrario)

    Per la prima volta siamo di fronte ad un’iniziativa che denuncia NON quello che abbiamo subìto, ma quello che abbiamo fatto ad altri.
    Questa petizione, che invita i turchi a scusarsi con gli armeni per il genocidio del 1915, coinvolge l’intera società.
    Questo tema continua a portare a galla una memoria che si è cercato invano di cancellare, contribuendo ad ostacolare i meccanismi di definizione dell’identità.
    [...] Questa petizione ha già ottenuto molte adesioni. Ciò significa che non tutti i turchi la pensano allo stesso modo e che esiste un legame tra la storia e la coscienza[...]
    Se si vuole davvero essere moderni e fare un esame di coscienza, ognuno deve ricordare le sofferenze che ha imposto oltre a quelle che ha dovuto subire. E’ questo il significato della petizione: esprimere un senso di reposnsabilità verso la storia e coloro che soffrono. La petizione s’inserisce in un processo di maturazione e democratizzazione dell’identità turca…..”

    (Ali Bayramoglu, Yeni Safak, Turchia)

    In Turchia il genocidio armeno definito in passato il “presunto genocidio” o gli “eventi del 1915″ non è più un tabù. Sono sempre più numerosi i saggi, romanzi, gli articoli, i dibattiti e i documentari che affrontano questo tema. Quattro intellettuali turchi (il giornalista Ali Bayramoglu, l’economista Ahmet Insel, i politologi Cengiz Aktar e Baskin Oran) hanno lanciato una petizione per chiedere perdono agli armeni per la “Grande catastrofe” del 1915. [...[
    La petizione è stata firmata da centinaia di persone
    (ozurdiliyoruz.com)

    I promotori vogliono inserire la loro iniziativa nel quadro più ampio della lotta per una maggiore democrazia, perché l'autoritarismo del potere in Turchia è legato proprio a questi tabù.
    Nella petizione si legge:

    "La mia coscienza non può accettare che si rimanga indifferenti di fronte ala Grande catastrofe che gli armeni ottomani hanno subìto nel 1915 ed accettare che essa venga negata.
    Rifiuto quest'ingiustizia, condividendo i sentimenti e le pene delle mie sorelle e dei miei fratelli armeni, e chiedo il loro perdono".

    [...]

    (dall’Internazionale n777, 9-15 gennaio 2009)

  27. raffaella piccinni il 18 gennaio 2009 alle 15:11

    Trovo arrogante che qualcuno possa ritenere che queste immagini non vadano mostrate, un atto fi arroganza verso le vittime. una rinuncia alla coscienza. Non mostrare le immagini di guerra perchè potrebbero urtare la delicatezza di chi ha la fortuna di vivere in pace è una mancanza di rispetto per le vittime.

  28. macondo il 18 gennaio 2009 alle 16:54

    A proposito di Turchia, non sono all’altezza di dire se si tratti di schizofrenia, ricalcolati interessi politici o geostrategici o che altro, ma è interessante la sua condanna del massacro di Gaza:

    “Il Primo ministro turco Erdogan, ha dichiarato che se Israele ignora la risoluzione dell’ONU dell’8 gennaio, dovra’ essere espulsa dalle Nazioni Unite. ” Ha poi aggiunto “..come si permette a questo Paese che non rispetta le risoluzioni del Consiglio di sicurezza di varcare la soglia dell’ONU?”
    Erdogan ha pronunciato queste parole rivolgendosi al segretario generale Ban Ki-mun che era in visita ad Ankara, e danno un’idea del livello del deterioramento dei rapporti dei rapporti tra Israele con la Turchia´.
    Finora Ankara e’ stato l’alleato piu’ vicino che Tel Aviv ha in Medio oriente, oltre che un elemento di punta della NATO e tradizionalmente filo-”occidentale”. Oggi, Erdogan accusa Israele di massacrare i civili con la scusa di Hamas.”
    (www.selvasorg.bogspot.com)

  29. La Portinaia dell'Accademia della Crusca il 18 gennaio 2009 alle 17:11

    Raffaella Piccinni,
    io non “rinuncio alla mia coscienza”, come sono certa che non lo faccia tu: nel modo che tu ritieni più giusto.

    Io non do di arrogante a te, nonostante tu hai dato (indirettamente) di arrogante a me (sarei arrogante verso le “vittime”…).

    Io non ho detto di “non mostrare le immagini di guerra perchè potrebbero urtare la delicatezza di chi ha la fortuna di vivere in pace”, che per te è “una mancanza di rispetto per le vittime”.

    Penso di rispettare “le vittime” se dico quello che penso: che non mi piace per niente che se ne faccia spettacolo (anche involontario).

    Penso, infine, di rispettare anche i vivi: te. Il rispetto molte volte è inutile dirlo a parole e raccontarcelo, bisogna dimostrarlo coi fatti. Lo so, è faticoso. Ciao.

  30. macondo il 18 gennaio 2009 alle 17:17

    @ gianni,
    quella “foto implicita” mi pare abbia esplicitato molti 3d successivi (nella lista metterei anche l’assassino e il pescatore di efeffe)

  31. macondo il 18 gennaio 2009 alle 17:25

    Mi pare un po’ arbitrario che i vivi parlino anche a nome delle vittime, chiedendo la non visibilità dei corpi uccisi quale forma di rispetto. Se fossi (perdonate l’arroganza) una delle vittime uccise per la sola colpa di abitare a Gaza, personalmente vorrei che si mostrasse ai vivi il mio corpo ucciso, in qualsiasi forma e modo, per ricordare (e il fatto di non essere cristiano mi esimerebbe dal progere l’altra guancia)

  32. lorenzo carlucci il 18 gennaio 2009 alle 17:48

    caro biondillo, grazie per la risposta. hai scritto:

    “la Turchia (in quanto nazione “vincitrice”) nega per ragioni politiche: riscrive, a suo uso e consumo, la sua storia. Ma la Storia non nega quel genicidio. E le foto fanno parte delle prove documentarie che lo dimostrano. La politica turca potrà pure dirmi che il genocidio non c’è mai stato. Ma io so che è l’esatto contrario.”

    ora capisco. il punto fondamentale è che io non credo ne “la Storia” come te. in secondo luogo: tu sai che la Turchia mente, tu sai che “è l’esatto contrario”, grazie alle foto? io dico: queste hanno una minima parte nel tuo nel mio sapere che è l’esatto contrario. e funzionano e servono solo accanto ad altro, come ancelle. mentre da sole sono pericolose quando non sono inutili. perché per natura manipolabili (materialmente ma sopratutto simbolicamente). larga parte hanno i prodotti della ragione, “i saggi, romanzi, gli articoli, i dibattiti e i documentari” che cita maria v (non capisco in che modo i fatti da lei riportati diano ragione a biondillo). il punto del dibattimento – almeno per me – è l’abuso delle immagini (specialmente quelle a fortissima presa emotiva), l’affidarsi ad esse, quasi che, da sole, dimostrassero una tesi. questo io continuo a ritenere pericoloso.

    saluti,
    lorenzo

  33. tashtego il 18 gennaio 2009 alle 19:25

    Va bene, Gianni, le immagini servono per toccare i fatti di cui si riferisce a parole, anche con gli occhi.
    In questo modo si genera più facilmente emozione di opinione pubblica, quindi indirettamente pressione politica.
    Ma viene da riflettere su questa disparità di efficacia, di forza, che c’è tra parola e immagine.
    Occorre ammettere a questo punto che riconosciamo all’immagine un rapporto più stretto con quelle cose che chiamiamo realtà & verità.
    Insomma la vista conta più della ragione nel farci superare incredulità e indifferenza, abituati come siamo da sempre alle capacità contraffattive della narrazione.
    San Tommaso ebbe bisogno di coinvolgere il senso del tatto e di farlo in modo quasi violento, con quelle dita inserite tra i lembi della ferita nel costato di Cristo.
    E forse sta proprio qui l’«immoralità» dell’immagine, nella sua capacità di saltare la ragione, di arrivare diritta alla presa d’atto pre-razionale, quella che smuove direttamente i precordi: ma allora è vero!
    Insomma, come si vede bene nel procedimento del processo penale, le parole non bastano, non fanno prova, serve altro, servono le «prove» e un altro tipo di percezione, quella pre-verbale del vedere, toccare, sentire, annusare: la parola è troppo evoluta per garantirci realtà & verità.

  34. gianluca g. il 18 gennaio 2009 alle 22:57

    magari se non avessero commentato negativamente la foto del bimbo palestinese, questo post non sarebbe mai nato. come dire: me ne frego, a voi dà fastidio quella foto, e allora io ve ne metto altre. così imparate!
    io piango anche soltanto sentendo un bimbo piangere.
    lavoro coi bimbi ‘difficili’ e coi disabili.
    d’altronde ognuno ha la sua sensibilità: c’è chi ha bisogno di vedere rivedere e proporre l’orrore per sentirne lo schifo. a me basta molto meno. questione d’empatia e intelligenza. alcuni esseri umani sono duri, per sentire l’orrore devono vederlo. mah! poi ci sono altre che magari si preoccupano tantissimo dei morti e poi per strada indifferenti fanno finta di non vedere un padre che picchia ferocemente il figlio, o un bimbo che chiede l’elemosina. i bimbi vivi, sai no? tipo quelli costretti a spompinare un etero (spesso padre di famiglia ed europeo) che va a trascorrere le vacanze con gli amici o da solo, magari con la scusa del lavoro, nel sudest d’asia. capita. che la politica paraocchiuta prevalga. chi ci rimane male per foto del genere, per aver avuto magari un’infanzia del cazzo, in tutti i sensi, è negazionista e pure arrogante. d’altronde un corpo morto è solo materia inerte. la realtà televisiva ci ha rincoglioniti e la tracotanza del ‘si fa come dico io’ imperversa. tutto è materia. :)

  35. raffaella piccinni il 19 gennaio 2009 alle 00:57

    mi spiace se qualcuno possa aver preso sul personale la mia opinione, non mi rifeirivo non alle opinioni, rispettabilissime e sacrosante, di ogniuno ma proprio alla tv!! quella che entra in ogni casa, in ogni mente! in tv vedo solo bonismo in doppio petto, quietismo piccolo borghese, in tv non vedo il mondo vero e le guerre dimenticate, quella in Congo. Schiller diceva “la verità è come il fuoco, brucia”, è ovvio che fa male.. e francamente, seppure possa sembrare un’affermazione provocatoria: chissene frega di dire “io, io, io, io, io sensibile + degli altri, io + intelligente degli altri”. Per una volta, veramente, pensiamo agli altri!!!!!!

  36. raffaella piccinni il 19 gennaio 2009 alle 01:01

    mi spiace se qualcuno possa aver preso sul personale la mia opinione, non mi rifeirivo alle opinioni, rispettabilissime e sacrosante, di ogniuno ma proprio alla tv!! quella che entra in ogni casa, in ogni mente! in tv vedo solo bonismo in doppio petto, quietismo piccolo borghese, in tv non vedo il mondo vero e le guerre dimenticate, quella in Congo per esempio. Schiller diceva “la verità è come il fuoco, brucia”, è ovvio che fa male.. e francamente, seppure possa sembrare un’affermazione provocatoria: chissenefrega di dire “io, io, io, io, io sensibile + degli altri, io + intelligente degli altri”. Per una volta, veramente, pensiamo agli altri!!!!!!

  37. Ghega il 19 gennaio 2009 alle 01:31

    Tash, questo tuo commento è quasi la copia del mio (scritto il 17) su “Caro bimbo”, soprattutto nel ricorso ad altri sensi per la ricerca della verità. Io, però, ho aggiunto anche il gusto.

    Ghega

  38. gianluca g. il 19 gennaio 2009 alle 02:07

    @raffaella: beh, io lavoro coi bimbi, per questo ho scritto quelle cose.
    hai ragione: bisogna pensare agli altri, prima ai vicini di casa che magari nemmeno salutiamo preoccupati di chi non possiamo aiutare ‘realmente’. e io lo faccio, anima e corpo. fosse per me, figurati, mi sarei già ammazzato. a me non me ne frega un cazzo della mia vita, sono pure nato nel paese più ipocrita del mondo! :)

  39. La Portinaia dell'Accademia della Crusca il 19 gennaio 2009 alle 02:37

    E m’è venuta l’ansia. Siccome e un m’è mai capitato di restare indifferente per strada vedendo “un padre che picchia ferocemente il figlio” per la semplice ragione che un m’è mai capitato di vedere per strada “un padre che picchia ferocemente il figlio”, son corsa subito a bussare alla mi’ vicina di casa per chiederle di come la stesse, perché e mi son sentita parecchio indifferente a’ i’ tutto che mi circonda. Quella di sopra un c’era bisogno: la mi rintrona tutto i’ giorno (e la notte) a battere e a vociare a i’ su’ marito, che un martello pneumatico gli è quasi meglio, perché un n’ha parole.

  40. tashtego il 19 gennaio 2009 alle 08:31

    @ghega
    vero.
    eccoti qui:
    “…la Conoscenza ha bisogno dell’esperienza di tutti e cinque i sensi umani per essere definita compiutamente tale.
    Allora che si provi il tatto, ove la vista non basti, è forse un senso meno nobile e con meno diritti? Dopo averla veduta, la verità, la si deve toccare con mano.
    Quindi l’olfatto, perché ogni verità ha un odore, un fetore da dar la nausea. Snuff it! e vomitala, la verità, potrai dire che finalmente ti ha mosso qualcosa, dentro.
    E l’udito, è importante l’udito, perché la verità fa rumore: un rumore di carni mosse.
    Rimane il gusto.
    Che ne facciamo del gusto? E’ un bel problema. Ne facciamo l’ultimo tabù da infrangere? O lo sacrifichiamo in nome della civiltà e dell’etica?
    Eppure, come può dirsi l’esperienza completa senza il gusto?
    Una società meno ipocrita l’ha messo in scena con Medea, il gusto della verità”.

  41. jan il 19 gennaio 2009 alle 09:25

    @gianni biondillo:

    Jan dice: “ci ho pensato a lungo e credo che a questo articolo manchi il passaggio con il bambino di Gaza.”
    Ma è proprio da lì che sono partito, come da link a inizio post. Quella è la “foto implicita”.

    Implicita infatti, ma materialmente assente. Manca nel tuo pezzo la fotografia del bambino ed il paragrafo dedicato a questa. Questo fa la differenza.

  42. gianluca g. il 19 gennaio 2009 alle 17:19

    @jan e biondillo: bello sarebbe un post con foto di vivi che ammazzano il corpo e la psiche: mafiosi latitanti, preti pedofili, per esempio, i vari politici concussi con la mafia. le vittime non possono fare nulla. ma i vivi potremmo impedire che continuino a fare male.
    cosa ne pensate?

  43. gianluca g. il 19 gennaio 2009 alle 17:26

    ovviamente non dovrebbe mancare una foto di bin laden e dei musulmani finiti in carcere per aver ammazzato figlie ‘peccatrici’, i vari stupratori (anche minorenni) che sono in carcere e un giorno usciranno.
    se fossi noto lo farei. magari in tv. rischerei la vita a parlare male di bin laden e dei camorristi? se fossi sicuro di rischiare solo la mia vita, lo farei.

  44. girolamo il 19 gennaio 2009 alle 18:16

    @ Gianni

    Non è esatto dire che la storia non nega il genocidio armeno. Numerosi stati, anche occidentali, non lo riconoscono. Diverse ricerche storiche, accademicamente accreditate, lo sminuiscono a “massacro”, negandone la pianificazione e (ho orrore per la thanatoaritmetica, ma va di moda) sminuendone il computo delle vittime. Guenther Lewy è uno di questi storici, capace di negare il genocidio degli armeni, ma anche degli zingari e dei nativi nord-americani: eppure è tradotto da Einaudi, la casa editrice di Cantimori. Lo dico con evidente amarezza. È per questo che trovo importante che una rivista di studi sulla Shoà abbia dedicato agli armeni un numero monografico. È cosa tra l’altro poco nota, ma subito dopo gli armeni il successivo obiettivo della politica genocida turca sarebbe dovuta essere la comunità ebraica in Palestina, se la guerra non avesse imposto altre opzioni. Quindi sono io che ti ringrazio per aver postato quel link.

  45. Ghega il 20 gennaio 2009 alle 00:13

    Ok Tash, usciamo da questa mostra, preferisco Cortenova come curatore, a Biondillo.

    Ghega

  46. gianluca g. il 20 gennaio 2009 alle 00:32

    la crudeltà di chi sfrutta i bimbi vivi e l’insensibilità di chi li sfrutta anche da morti.
    in certi paesi la gente muore di fame in altri muore di fama.
    chi li usa per combattere chi li usa per le proprie idee.
    autismi ideologici e politici.

  47. gianluca g. il 20 gennaio 2009 alle 13:20

    @ghega: in effetti… questi architetti che vogliono fare anche gli scrittori comunisti. ;)

  48. Ghega il 20 gennaio 2009 alle 17:02

    Gianluca, io non ho nulla da ridire sulla scrittura, nemmeno sul fatto che si faccia i curatori di una raccolta di racconti erotici, le vie della scrittura sono, fortunatamente, infinite; ho da ridire sulla mostra fotografica, che non ho condiviso per le stesse ragioni che indichi tu.

    Ciao

    Ghega

  49. gianluca g. il 20 gennaio 2009 alle 17:07

    più che altro nemmeno io sarei così ostile alla scrittura e alla persona di qualsivoglia scrittore, vorrei far capire che bisognerebbe avere un po’ di tatto.
    ti saluto ghega.

  50. Ghega il 20 gennaio 2009 alle 19:30

    Grazie per il condizionale, una gentile concessione.

    Ghega

  51. Massimo Vaj il 10 marzo 2009 alle 11:27

    Pur riconoscendo l’indispensabilità della documentazione fotografica credo ci sia ancora una importante considerazione da proporre: chi scatta la foto ha delle intenzioni che solo lui conosce e che qualificano il suo fotografare mentre, a propria volta, chi guarda le foto lo fa con motivazioni altrettanto personali che, ancora, qualificano quel guardare. L’intenzione è la qualità nella sfera spirituale, perché costituisce la direzione, il senso quindi del dove si sta andando, senza che l’ambiente possa influire su questo decidere. L’ambiente poi influenzerà il risultato ottenuto, ma non potrà corrompere o inclinare l’intenzione interiore.