Autismi 3 – Il mio attuale editore

19 gennaio 2009
Pubblicato da

 di Giacomo Sartori

Il mio attuale editore quando gli telefono per qualche istante sta zitto. Poi parlando molto forte dice che non sente. PRONTO!, PRONTO! NON SENTO!, grida, come appunto uno che sente malissimo. Poi mette giù. Quando richiamo il telefono è occupato, o c’è la segreteria.

Le prime volte ci cascavo. O meglio, preferivo cascarci, come quando si preferisce pensare che nell’aereo che s’è spiaccicato al suolo c’è qualche sopravvissuto. I pezzi sparsi per la landa periurbana sono minuscoli e bruciacchiati, le riprese televisive su questo sono implacabilmente esplicite, ma in fondo qualche sopravvissuto ci potrebbe anche essere, ci si dice. Una donna con una gran gonna a fiori che ha frenato la caduta, o anche un magrolino che è atterrato sulla corolla di una palma. Un tipetto che poi è adottato da una lupa e poi ancora scrive un bestseller dove racconta la sua incredibile avventura, che gli permette di vivere come un nababbo per il resto dei suoi giorni. Per poi ahimè morire di diabete appunto perché mangiava troppo.

Io però a scanso di equivoci se fossi un pilota un paracadute me lo porterei dietro. Uno poco ingombrante, che dà poco nell’occhio. Certo sta male paracadutarsi quando tutti gli altri sono destinati nel giro di qualche decina di secondi a diventare brandelli bruciacchiati, però è preferibile un morto di meno che uno di più, su questo dovrebbero essere d’accordo tutti i filosofi del mondo. Non è che a una festa ci si può gettare sui salatini dando una testata a chi ti sbarra il cammino, ma in condizioni di vita o di morte si può capire. Uno a una festa non rischia di diventare nel giro di qualche secondo dei brandelli bruciacchiati. Insomma, raramente. Mentre su un aereo che precipita la cosa è pressoché sicura. Ogni giorno si fanno abnegati sforzi per salvare un’unica misera vita umana incrodata su una montagna o sepolta dalle macerie, e ai piloti dei voli di linea nessuno ci pensa. Li si lascia crepare senza il minimo rimpianto. Nessuna telecamera, nessun commento struggente. Certo a far le cose bene prima di lanciarsi con il paracadute dovrebbero chiarirsi con un dialogo aperto e franco, come vanno affrontate le difficoltà anche nelle coppie. Ma su un aereo che precipita ci sono rumori che sconcentrano, vibrazioni e scossoni poco propizi al dialogo. Senza contare che salterebbe fuori uno che non è d’accordo e che vuole avere ragione lui, come succede immancabilmente nelle coppie.

NON SENTO!, NON SENTO!, dice il mio attuale editore quando gli telefono. La linea in realtà è molto nitida, e si distinguono le più infime modulazioni della sua voce garbata da editore raffinato, si sente benissimo che fa finta, ma lui lo dice lo stesso. NON SENTO!, esclama un’ultima volta, e riattacca. Penoso.

Al limite potrei capire che dica che ha un appuntamento con Barack Obama, o anche che stia zitto come un pesce, non che farnetichi: NON SENTO!. Non stiamo parlando di bambini, stiamo parlando di persone adulte, di rispettati editori. Non certo grandi editori, e neanche medi, e nemmeno medio-piccoli, ma pur sempre stimati editori. Dei piccoli editori apprezzati per il loro lavoro di piccoli editori. Dei piccolissimi editori che alle volte pubblicano dei grandissimi autori. Quindi qualche volta riprovo. Lui però ha il brutto vizio di filtrare le chiamate. Ho un bel chiamare e richiamare, non risponde mai. È lì che guarda il telefono, ma non lo prende in mano. Inutile provare da un altro telefono, lui ormai s’è fatto furbo.

Qualche volta però è preso alla sprovvista, e comincia con i suoi: NON SENTO!, NON SENTO!. Dopodiché riattacca. Sta a vedere che adesso è occupato, mi dico io. E in effetti se riprovo è occupato. È frustrante. Uno scrittore vorrebbe poter comunicare con il proprio editore. Non dico stare lì a raccontargli tutta la propria vita, entrando nei dettagli degli alti e bassi della vita di coppia, ma insomma scambiare due parole. Quel tanto da chiarirsi un po’ le idee, da capire che libri usciranno e quando.

Un giorno, o meglio una notte, perché era notte piena, ho provato a chiamarlo appunto in piena notte. Era un tentativo oziosamente scettico. Un tentativo da scrittore perplesso di come vanno le cose, forse anche un po’ depresso. Avrà certamente spento il cellulare, e starà dormendo come un angelo, mi dicevo. Provavo della tenerezza, a immaginare la sua testa abbandonata sul cuscino, a immaginarmi il suo sonno silenzioso da editore. Un sonno pacioso di uomo di lettere alla mano, ma nel contempo pieno di una dignità trattenuta, per non dire ieratico. È normale che uno scrittore provi della tenerezza per il proprio unico e fedele editore.

E invece ha risposto. Non subitissimo, ma ha risposto. La voce era alquanto irrocchita, era la tipica voce che fino a dieci secondi prima era persa nei sogni più mirabolanti, però era pur sempre la sua voce. La voce inimitabile del mio editore che ogni volta mi fa fremere di emozione come se fosse la prima volta. Forse un po’ più burbera del solito. Ma fa sempre piacere sentire la voce del proprio editore. Anche in piena notte. Sentivo il bisogno di dirglielo. Ero ormai risoluto a dirgli solo questo, lasciando perdere tutto il resto, tralasciando gli affari. Poco importa quando il mio libro sarà pubblicato, mi dicevo. Lui però appena ha capito chi era ha messo giù.

Ho provato a richiamare, ma il cellulare era spento. Una volta, due volte, tre volte: sempre spento. Gli ho lasciato allora un messaggio sulla segreteria di casa, spiegandogli che mi aveva fatto molto piacere sentire la sua voce. Non ho insistito sul fatto che mi aveva messo giù sul naso. E poi un altro messaggio, per dirgli che non si preoccupasse per il mio libro che aveva ancora da pubblicare, non era per questo che lo avevo chiamato. E poi un altro ancora, perché mano a mano che andavo avanti le cose da dire si affollavano nella mia testa. Faccende anche molto intime. E poi un ultimo messaggio molto accorato, per dirgli che per riassumere il tutto mi aveva commosso sentirlo, anche se la nostra conversazione era durata così poco. Tanto che forse ne avrei parlato nel mio prossimo romanzo, un romanzo come sempre a sfondo autobiografico. Nemmeno in questo messaggio struggente come una bottiglia lanciata nel mare, una bottiglia con dentro poche commosse linee che condensano la sofferenza di un’anima disperata, ho fatto allusione all’interruzione anticipata della comunicazione. Nel mondo dell’editoria si cerca sempre di evitare le asperità della vita di tutti i giorni, questo ormai lo ho imparato. Nel mondo dell’Editoria quello che conta è la Letteratura, non le pedisseque asperità della vita di tutti i giorni degli autori non molto conosciuti, per non dire radicalmente ignoti.

NON SENTO!, esclama quando lo chiamo. Con lo stesso scontroso candore con il quale mentono i bambini di cinque anni. Cinquant’anni da una parte e cinquant’anni dall’altra, e in mezzo delle bugie da bimbo di cinque anni. Un secolo di esperienza cumulata, vanificati da cinque anni di goffe bugie. Quarantacinque anni di buone letture da una parte, quarantacinque anni di buone letture dall’altra, e un vissuto telefonico così frustrante. Un secolo di ottima letteratura arenato su sabbie infide e menzognere. Nel 2009 succedono ancora queste cose. Gli aerei cascano sempre più di rado, i piloti pilotano tranquilli, senza nemmeno più rimpiangere il paracadute, e invece gli editori fingono di non sentire quando li si chiama. NON SENTO!, dice, e riattacca.

Vorrei dirgli che uno che davvero non sente non esclama: NON SENTO!, non mette subito giù. Vorrei dirgli che un editore che davvero non sente cambia il telefono, o si fa curare le orecchie. MARCO, CI SENTI BENISSIMO!, vorrei dirgli. Si chiama Marco. MARCO MONINA!, SMETTI QUESTE PAGLIACCIATE!, vorrei dirgli. Di cognome fa Monina. Un bel cognome, un cognome di un essere destinato fin dalla culla a fare l’editore, a pubblicare dei capolavori. Vorrei semplicemente dirgli di spiegarmi perché non mi vuole parlare, in modo da trovare una soluzione per la telefonata seguente. Un discorso franco e costruttivo, come nelle coppie. Insomma, le coppie che funzionano. Vorrei dirgli che in fondo non è per sapere quando diavolo si deciderà a pubblicare il mio libro che è da due anni che dovrebbe essere già pubblicato, non è per quello. Per comunicargli questo semplicissimo messaggio avrei però bisogno che mi lasciasse parlare. Non dovrebbe gridare: NON SENTO! Un gatto che si morde la coda. E gli aerei continuano a stare su.

*

Immagine: Gino De Dominicis, Senza titolo, 1985, tecnica mista, 120 x 80 cm.

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18 Responses to Autismi 3 – Il mio attuale editore

  1. véronique vergé il 19 gennaio 2009 alle 10:28

    Mi ha fatto sorridere questo racconto. Ho capito lo sgomento dello scrittore che pensa al suo romanzo in attesa. Un vincolo appassionato svelato nella chimata di notte.
    La chiamata notturna ha un dolore diverso della diurna. La solitudine si fa più immensa, disperata: tocca all’intimo del sonno.
    Per me ho la fortuna di avre un sonno profundo e non sento nienet la notte. Anche nelle pene d’amore, non ero tentata da una chiamata di notte, perché ero in un profundo sonno di dolore.
    Invece qualche volte, durante una serata di solitudine, vedo il mio fisso con uno sguardo di rimprovero, perché nessuno chiama?

  2. véronique vergé il 19 gennaio 2009 alle 10:30

    Ho fatto errori: chiamata avere, niente;
    désolé pour la distraction, j’ai un néon qui ne m’aide pas.

  3. Alcor il 19 gennaio 2009 alle 11:10

    Vien voglia di cambiar mestiere e mettersi a fare l’editore solo per rispondere alle telefonate di Sartori.

  4. chi il 19 gennaio 2009 alle 11:47

    ha ragione Alcor. è proprio vero. io adoro leggere sartori. e questo.
    chi

  5. macondo il 19 gennaio 2009 alle 12:02

    Ora capisco tante cose… Mah, vorrà dire che prenderò un aereo. O proverò a telefonare in piena notte.

  6. La Portinaia dell'Accademia della Crusca il 19 gennaio 2009 alle 12:06

    Ho sorriso tanto. Ancora, please, ancora Sartori… (Segnalo che forse: “E lì che guarda il telefono, ma non lo prende in mano” – è lì ecc…).

  7. isakis isos il 19 gennaio 2009 alle 12:18

    Ho trovato il finale un po’ debole, ma il racconto nel suo complesso divertente e piacevole. E ricevere le telefonate di Sartori, concordo, val la pena di mettersi a fare l’editore.

  8. Andrea Raos il 20 gennaio 2009 alle 22:36

    ho corretto il refuso, grazie!

  9. Carlo Capone il 21 gennaio 2009 alle 12:32

    Visto il comportamento di questo come di tanti editori piccolini conviene ‘non’ mettersi a fare lo scrittore, per il proprio decoro personale, mica per altro. Ma chi te lo fa fare di essere preso a pesci in faccia in questo modo? non conosco nessuna altra categoria di professionisti ( visto che il termine va di moda nei lit blog) essere trattata così.

  10. gianni biondillo il 21 gennaio 2009 alle 12:35

    Carlo, dovresti vedere come vengono trattati gli architetti…
    (parlo della ciurma, mica delle archistar. E d’altronde a Umberto Eco queste cose non accadono)

    G.

    p.s. fondiamo il fan club Giacomo Sartori?
    p.p.s. esco, vado a pranzo con Monina (Michele, però, non Marco)

  11. giacomo s. il 21 gennaio 2009 alle 13:01

    @ capone
    il senso comune ti darebbe ragione;
    ma appunto, e Biondillo lo conferma anche per la sua professione, nel mio lavoro me ne succedono anche di peggio; è purtroppo un modo di fare nostro (= italiano) molto diffuso e avvilente; o non sei nessuno, e sei calpestato, o sei il dio in terra, e allora è normale che calpesti;

    e comunque credo che in ogni scrittore si nasconda una infinita sete di riconoscimento, intrinsecamente insoddisfabile (mi è rimasta impressa una descrizione di Coelho che come un ragioniere annotava su un quadernino, sospirando, i milioni di copie vendute in ogni paese);
    si scrive ahimè perchè se ne prova l’esigenza, non per essere trattati bene, non per gli editori;

    e poi francamente credo che per uno scrittore italiano sia più salutare essere trattato male, che essere incensato; mi sembra che abbiamo così tanti ottimi scrittori che si sono “integrati”, e non hanno più assolutamente nulla da dire; certo lì per lì dà un po’ sui nervi

  12. Carlo Capone il 21 gennaio 2009 alle 13:31

    @ Gianni
    Bè sì, in fondo è lo stesso per tutti i tipi di ciurme, che un vantaggio sul capitano ce l’hanno: dormono in coperta nelle notti di luglio e respirano a occhi aperti l’aria dei sogni. Il comandante no, lui è costretto nella cabina, dove fa un cazzo di caldo e i tarli non fanno dormire

    @ sartori

    ho scritto ininterrottamente dal 96 al 2006. I dieci anni più belli della mia vita. Poi più nulla. A volte sento che dovrei riprendere, così come si dice di un’analisi. Ma la prospettiva di scavo e di fatica vincono la libido.

  13. La Portinaia dell'Accademia della Crusca il 21 gennaio 2009 alle 14:43

    Raos,
    prego! Dovere.

  14. elva il 21 gennaio 2009 alle 19:14

    è una bella metafora dell’attesa che i tuoi desideri si avverino. E’ ironico, mi sono divertita a leggerlo!
    ciao

  15. viky il 21 gennaio 2009 alle 20:13

    Lo trovo davvero esilarante! Altra categoria bistrattata sono i giornalisti, sopratutto i pubblicisti, scrivi e non ti pagano, o ti pagano così poco a pezzo che se quella fosse la tua unica entrata non potresti comperarti neanche un gelato…che desolazione…

  16. livio romano il 23 gennaio 2009 alle 09:03

    Si inventano le antologie sugli argomenti più pazzi, secondo me avrebbe un gran successo un’antologia sul rapporto fra scrittori in cerca di un autore ed editori. Io per esempio di aneddoti così ne avrei da raccontare a decine. Come l’unica volta in cui l’editore (questa volta era grandissimo) (ma ho avuto a che fare con medi, medio-piccoli, piccoli, piccolissimi) si degnò di rispondermi e io ero felicissimo ed emozionato, non preparato a questa evenienza -a quella, cioè, che non sarei restato là a far trillare per quarantacinque volte il telefono tanto per svago, ormai, per gioco- e cominciai a balbettare qualcosa intorno alle ultime uscite della sua Mega Casa Editrice che “Son state una gran mossa, mio vecchio, ottimo ottimo lavoro di scouting”, farfugliavo. E lui: “Livio, sono al funerale di mio padre, ho un po’ di cose da organizzare ci sentiamo più in là”. Ma questa è solo una delle scenette. Suvvia, editori: lanciate quest’antologia. La comprerebbero migliaia di aspiranti scrittori.

  17. Paolo Pedrazzi il 26 gennaio 2009 alle 20:16

    Guardacaso mi è arrivata la segnalazione di questo pezzo proprio da un mio autore (in questo caso buon per lui non più esordiente e dotato di talento) ormai rassegnato al fatto che la mia risposta alla sua mail di tre o quattro giorni fa tarderà ancora qualche giorno. Concordo con Livio sulla necessità di una “antologia chiarificatrice”. Dalla mia mi sto impegnando nella stesura di un manuale di “editroia creativa” (dove troia non è un refuso) che racconta i cinque anni di vita di questa microcasaeditrice che si chiama Eumeswil, non a caso un capitolo si chiamerà proprio “come difendersi dagli autori”.
    Scusate lo spamming, ma volevo solo spezzare una lancia a favore dei colleghi: io che sono l’ultima ruota del carro faccio fatica a stare dietro a tutti.
    Abbiate pazienza.

  18. giacomo s. il 27 gennaio 2009 alle 01:46

    io sto scrivendo un saggio di circa 400 pgg. che si intitola “Come difendersi dai lettori”; mi viene bene, e sarà senz’altro molto utile a tanti scrittori meno abili di me